i-Dhttps://i-d.vice.com/itRSS feed for https://i-d.vice.comitTue, 18 Dec 2018 13:11:46 +0000<![CDATA[foto inedite dal live di myss keta al berghain]]>https://i-d.vice.com/it/article/xwjkj7/foto-myss-keta-berghainTue, 18 Dec 2018 13:11:46 +0000A fine novembre si è concluso il tour di MYSS KETA, che l'ha vista portare in giro per l'Italia (e non solo) il suo album UNA VITA IN CAPS LOCK (di cui ci ha approfonditamente parlato lei stessa qui). Le ultime due tappe sono state al Berghain (sì, avete letto bene) e a Roma, allo Spin Time Labs. Per raccontare quei tre folli giorni, la Regina delle notti milanesi ha deciso di condividere con noi una sorta di fotodiario di viaggio. Ed è un attimo che ci sentiamo a Berlino anche noi.

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Fotografia di Dario Pigato

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xwjkj7i-D StaffRedazione i-DBerghainmúsicaFotografiaMyss Keta
<![CDATA[come byredo è diventato il brand di profumi di nicchia più famoso al mondo]]>https://i-d.vice.com/it/article/bjemqm/byredo-brand-profumi-storiaTue, 18 Dec 2018 12:05:46 +0000Per essere uno che non ha mai messo alcun profumo—"Mi affascinano, ma non fanno per me"—Ben Gorham, il fondatore del brand di culto BYREDO, ha fatto un lavoro discreto nel trasformare le sue fragranze in ossessioni collettive. Bottigliette per cui le persone farebbero follie. Ma qual è il segreto, se di segreto si può parlare, dietro questo successo?

Fondato nel 2006, BYREDO ha cavalcato l'onda dei profumi di nicchia che all'epoca stava rivoluzionando il modo in cui il consumatore approccia il settore della profumeria. "Quando ero giovane, i profumi erano un modo per sentirsi parte del gruppo. Tutti mettevano gli stessi, tipo One di Calvin Klein o Fahrenheit di Dior," mi spiega Gorhan quando lo incontro nel suo nuovo punto vendita di Londra, a Lexington Street. "Le fragranze di oggi, invece, sono un mezzo per celebrare la nostra individualità in modo viscerale, perché sono uniche e di nicchia."

Determinato a spingere i suoi profumi oltre i classici confini di note floreali, legnose o iper-dolci che tutti conosciamo, Gorham non vuole che i suoi prodotti abbiano un blando appeal su molte persone, ma che diventino indispensabili per una ristretta cerchia di appassionati. Vogliono spingere chi ti circonda a chiederti "Ma che profumo hai?" più e più volte nell'arco della giornata. L'hype che circonda BYREDO, tuttavia, non ha a che fare solo con le caratteristiche olfattive delle fragranze. Anche il packaging gioca un ruolo di primo piano, tanto che i flaconi BYREDO sono diventati un elemento chiave dell'Instagram di ogni influencer che si rispetti, nano-, micro- o normale che sia.

Riportando la creatività nell'industria della profumeria, Gorham ha collaborato con il duo di fotografi Inez & Vinoodh, con l'artista Carsten Höller e più di recente ha creato insieme al fondatore di Off-White e direttore artistico di Louis Vuitton Uomo, Virgil Abloh, il profumo Elevator Music (che sa di canne di bambù bruciate, per essere precisi) e una serie di accessori in pelle.

Byredo founder Ben Gorham and Virgil Abloh
Ben Gorham e Virgil Abloh, immagine via Instagram

E visto che Gorham è riuscito a ritagliarsi una sua nicchia in un mercato decisamente saturo, gli abbiamo chiesto qualche consiglio su come farsi notare all'interno delle industrie creative.

1. L'impegno è fondamentale
"Affina le tue abilità. Alcuni dicono che ci vogliono 10.000 ore di lavoro per eccellere in qualcosa. Non credo serva davvero tutto questo tempo, ma ci vuole comunque un sacco di impegno. Oggi su internet puoi trovare qualunque informazione, quindi non esiste più nessuna scusa per non conoscere qualcosa. Tutte le risposte sono lì, devi solo buttartici a capofitto e lavorare sodo."

2. Chiediti qual è il motivo per cui fai quello che fai
"C'è così tanta roba là fuori, così tanti brand tutti simili tra loro, che spesso l'essenza si perde. Le persone parlano di esposizione, marketing e strategie, ma poche si rendono conto di quanto sia importante l'autenticità. In questo folle mondo sarà sempre più rilevante essere unici. Quando abbiamo iniziato a produrre profumi dicevo sempre che ogni prodotto deve esistere per un motivo. Se tu stesso non riesci a trovare una risposta a questa domanda, allora forse devi rivedere quello che stai facendo."

3. Collabora, ma solo quando ha senso
"La prima collaborazione di BYREDO l'abbiamo fatta nel secondo anno di vita del brand, e da allora non abbiamo più smesso. Da poco, abbiamo creato borse e nuovi profumi con Off-White, ad esempio. Ma anche qui bisogna chiedersi perché una collaborazione ha senso di esistere. È la somma di due metà, e l'obiettivo è sempre creare qualcosa che nessuna delle due parti avrebbe potuto creare da sola. Quando mettiamo in piedi una collaborazione si tratta sì di prodotto, ma anche di narrativa."

4. Cerca costantemente ispirazione
"L'ispirazione puoi trovarla ovunque. L'arte è una grande ispirazione per me, e quando ero più giovane credevo davvero che avrebbe salvato il mondo. Ma trovo idee anche viaggiando, incontrando nuove persone, leggendo libri e poesie. Quando osservi le cose con attenzione ci metti emotività, ed è lì che nascono i progetti migliori."

5. Supera la paura
"Quando parlo con i ragazzi, dico sempre loro di buttarsi. Il fatto che l'informazione oggi sia più accessibile che mai ha anche un lato negativo: l'enormità di quello che hai davanti ti fa esitare, ti impaurisce. Finisci per pensare troppo, o aspettare che qualcuno ti dica che stai facendo un buon lavoro. È per questo che penso che buttarsi, o come dice la Nike Just Do It, sia un'idea ancora oggi rilevante."

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Negli ultimi 12 mesi l'industria del beauty ha sfornato novità a non finire. Noi abbiamo selezionato le migliori cinque:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

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<![CDATA["mamma ho perso l'aereo" non è il film per famiglie che hai sempre pensato]]>https://i-d.vice.com/it/article/7xymnb/mamma-ho-perso-laereo-film-natale-recensioneTue, 18 Dec 2018 06:00:00 +0000 Non è davvero Natale se in tv non passa Mamma ho perso l’aereo ( Home Alone, Chris Columbus, 1990). Tradizione che, però, quest’anno rischiava di essere soppiantata dall’arrivo di una novità non indifferente: qualche mese fa si vociferava infatti di Stoned Alone, un reboot che avrebbe trasformato il film da commedia di Natale a stoner movie, facendo vestire al protagonista i panni di uno spacciatore che affronta la solitudine a suon di canne. Mentre l’ hype per questo primo progetto scemava, negli scorsi giorni è tornato nelle sale statunitensi la versione originale della pellicola. Di Natale in Natale, Mamma ho perso l’aereo rimane un simbolo indiscusso, e il suo impatto non ha fatto che aumentare nel corso degli anni, facendosi portatore di implicazioni sociali, pedagogiche e politiche. Adesso—a quasi 30 anni dalla sua uscita—è arrivato il momento di rifletterci su.

La trama è nota, ma se negli ultimi anni il vostro tasso alcolico post pranzo di Natale era troppo alto per farci caso, qui un breve riassunto. La famiglia McCallister decide di trascorrere le vacanze di Natale a Parigi e, nella confusione della partenza, il figlio più piccolo, Kevin (interpretato da Macaulay Culkin ben prima del noto tracollo), viene accidentalmente dimenticato a casa. Quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi e per lui inizierà la pacchia: solo a casa, è finalmente libero di fare tutto ciò che vuole. L’idillio si interrompe nel momento in cui due ladri, Harry Lime (Joe Pesci) e Marv Merchants (Daniel Stern), decidono di approfittare dell’assenza della famiglia McCallister per rapinarli. A impedir loro di svaligiare la casa sarà proprio Kevin, un ragazzino che di angelico ha solo i capelli biondi. Come scrivono i nostri colleghi di VICE, infatti, "Culkin rimane il miglior rappresentante delle nostre debolezze, così come il film potrebbe essere considerato un simbolo della nostra pessima educazione."

Pronto a proteggere se stesso e la sua abitazione come un cavaliere con la sua fortezza, Kevin elabora una serie di stratagemmi per difendersi dai due ladri. Si tratta di trappole terribili e complesse, orchestrate da Kevin con facilità, in tempi brevissimi e apparentemente senza alcuno sforzo, affidandosi spesso a principi fisici con una naturalezza che un bambino non potrebbe mai avere. È se è vero che la necessità aguzza l’ingegno, a Kevin l’ingegno neanche serve: gli basta collegare qualche cavo un po’ a caso, sfoderare la sua faccia tosta da ragazzino impunito e il resto viene da sé. L’inettitudine viene in qualche modo premiata, e il messaggio che traspare è sempre “continua così!”. Che tu sia davanti alla tv con le pantofole ai piedi o pronto a sgominare una coppia di ladri con il minimo sforzo possibile, poco importa.

Mamma ho perso l’aereo ha foraggiato questo tipo di relazione con il mondo, non solo fornendo Kevin come modello a cui ispirarsi, di chi la scampa sempre alzando un solo dito, ma anche ponendosi come oggetto di questo stesso voyeurismo che incitava: ai nerd che volevano sentirsi trasgressivi per un giorno bastava noleggiare la VHS di Mamma ho perso l’aereo e guardarlo, illudendosi di essere trasgressivi semplicemente compartecipando alle avventure del protagonista. La prima conseguenza era liberatoria: niente sensi di colpa per la propria vita irreprensibile eppure insignificante. Ma ce n’era anche un’altra: dando un alibi a Kevin, il film lo dava anche allo spettatore, condannandolo a diventare un futuro adulto represso e inetto, incapace di agire nel mondo.

E poi una terza conseguenza: proprio in quegli anni i bambini, che prima si preoccupavano solo di riempire il salvadanaio, iniziano a spendere i loro soldi. Un cambiamento generazionale strettamente legato al sorgere della società dei consumi, che raggiungerà l’apice proprio negli anni ‘80-’90, con un consumismo non più di massa ma individuale e narcisistico. Mamma ho perso l’aereo celebra infatti l’etica del “voglio e posso tutto”. Sotto di lui, i meno abbienti: brutti, sporchi e stupidi. In altre parole, "la storia del ragazzino ricco che lotta contro il proletariato indigente è ovviamente un'opera di propaganda destrorsa." Una contrapposizione ideologica che viene riproposta pari pari dallo scontro tra Kevin e i due ladri.

A loro tocca pure subire la violenza inutilmente esagerata di Kevin. Motherboard spiegava in modo concreto come le conseguenze reali dei suoi scherzi sarebbero gravissime, e a volte persino mortali. Un sadismo legittimato dalle modalità con cui vengono inscenati: infantili e cartoonesche alla Willy il coyote, le dinamiche delle trappole stemperano, mascherano ed edulcorano la gravità delle stesse, per di più attribuite a un simpatico preadolescente biondo. Facendo un paragone un po’ azzardato, Mamma ho perso l’aereo trasforma la violenza in gioco come Haneke in Funny Games, ammantandola di leggerezza e superficialità. Anche qui, le conseguenze non sono da sottovalutare: mentre rischia di ammazzare più volte due persone, Kevin ride, si diverte e canta vittoria, come se fosse un videogioco. E per lui non ci saranno conseguenze: la farà franca, uscendone persino da vittima.

Esaltando un approccio al mondo fortemente individualista, pericolosamente incapace di agire tenendo conto delle proprie responsabilità e disinteressato a elaborare la realtà con spirito critico, Mamma ho perso l’aereo ha incentivato quel lassismo edonista che ha forgiato un’intera generazione di inetti, di indifferenti alla partecipazione politica e civile. Il succo non è SMETTETE DI GUARDARE SUBITO QUESTO FILM, ma piuttosto: questo Natale, provate anche voi a guardare le (dis)avventure di Kevin con occhi diversi e vi assicuro che renderete conto di come, in fondo, tutti siamo figli inetti di Mamma ho perso l’aereo, in un modo o nell'altro. Ma siamo ancora in tempo per cambiare le cose.

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Se cercate qualcosa di più impegnativo per le vacanze di Natale, qui trovate un excursus sul modo in cui l'AIDS è stato rappresentato nel corso del tempo al cinema:

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Testo di Benedetta Pini
Immagine promozionale dal film Mamma Ho Perso L'Aereo

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<![CDATA[il 2018 secondo carmine roman: tutti i volti di napoli]]>https://i-d.vice.com/it/article/3k974n/foto-2018-carmine-romanoTue, 18 Dec 2018 06:00:00 +0000Questo contenuto fa parte della nostra rubrica Il 2018 in foto, in cui abbiamo chiesto ai nostri fotografi italiani (e non) preferiti di scegliere le 12 immagini che meglio rappresentano l'anno che si sta per concludere.

Questo è Carmine Romano e questo è il suo 2018 in foto.

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Dicembre
Giuseppe e Roberta for santo wear campaign, Salerno.

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Dai un'occhiata anche a un altro diario fotografico, quello di Riccardo Raspa:

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Fotografia di Carmine Roman
Produzione di Giorgia Imbrenda

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<![CDATA[il mondo perduto di paolo di paolo documenta l'italia che abbiamo dimenticato]]>https://i-d.vice.com/it/article/7xymvz/paolo-di-paolo-libro-fotografico-mondo-perdutoMon, 17 Dec 2018 15:51:53 +0000Paolo Di Paolo nasce come fotografo dilettante, nel senso più etimologico del termine: inizia per divertimento, le immagini sono una passione, non un dovere professionale né una necessità economica. È un incontro casuale, quello con la macchina fotografica. Una Leica III C per la precisione, che Di Paolo si ritrova tra le mani senza sapere bene che farci. Sono i tempi del Gruppo Forma 1, circolo artistico frequentato da ferventi intellettuali del tempo, quali Mario Mafai, Giovanni Omiccioli, Giulio Turcato, Antonio Corpora, Pietro Consagra, Carla Accardi e Mimmo Rotella. È durante questo periodo che la fotografia diventa lo strumento prediletto da Di Paolo per immortalare e interpretare il mondo, facendosi testimone vorace della società italiana.

Un incontro, quello con la fotografia, avvenuto non solo per puro caso ma anche in età adulta, e forse proprio per questo così prolifico e travolgente. Nato nel 1925 a Larino, Molise, a 14 anni Di Paolo si trasferisce a Roma per conseguire la maturità classica. Ammaliato dal fascino della città eterna, decide di rimanervi e proseguire con gli studi universitari nell’immediato dopoguerra, iscrivendosi alla Facoltà di Filosofia dell’Università La Sapienza. È lì che incontra Guido De Ruggiero, di cui è allievo, e stringe una profonda amicizia con il compagno di studi Lucio Colletti, iniziando a curiosare tra i circoli intellettuali della città. Sono anni di fibrillazione a Roma, culla di movimenti artistici e politici che faranno scuola e si fisseranno nell’immaginario nazionale come focolai vivissimi di un clima forse perso per sempre.

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In attesa della grande mostra monografica di Di Paolo, che arriverà a marzo 2019 al MAXXI di Roma, sfogliate questo volume e preparatevi a un tuffo in un passato di cui, oggi più che mai, sentiamo tutti la mancanza.

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Altre mostre fotografiche in Italia che davvero, davvero non vale la pena perdersi:

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Testo di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa

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<![CDATA[sono i film con protagoniste donne quelli che hanno più successo]]>https://i-d.vice.com/it/article/vbaj7j/film-protagoniste-donne-migliore-risultato-box-officeMon, 17 Dec 2018 15:17:34 +0000Nel 1985 la fumettista Alison Bechdel creò Dykes To Watch Out For, una serie di fumetti serie a tema lesbico. Nella striscia The Rule due donne, Mo e Ginger, si chiedono se andare a vedere o meno un film, e una delle due afferma che un film va visto solamente se soddisfa tre requisiti ben precisi:

  1. Devono esserci almeno due donne;
  2. Le due donne devono comunicare tra loro,
  3. A proposito di qualcosa che non sia un uomo.

L'altra donna ammette che è un criterio piuttosto severo, ma assolutamente corretto. Non trovando film al cinema che rispettino tali linee guida, le due se ne tornano a casa insieme.

Da qui nasce il Bechdel Test, metro di valutazione tutt'ora utilizzato per dare un giudizio oggettivo sul modo in cui le figure femminili vengono rappresentate al cinema, e come questa industria affronta oggi le questioni di genere. Pensavate fosse scontato che ogni film, o quasi, si attenesse a tali indicazioni? Beh, non è così, e i dati lo dimostrano.

Forse è anche per questo motivo che il gruppo di lavoro dell'associazione Time's Up ha deciso di unire le forze con la Creative Artists Agency e l'azienda Shift7 per tracciare un quadro più preciso della situazione attuale, che permetta di superare l'idea che senza un uomo protagonista un film "funzionerebbe" meno. Perché, in realtà, è vero il contrario.

Prendendo in esame i 350 film con i migliori risultati al botteghino distribuiti negli Stati Uniti tra il 2017 e il 2017, dalla ricerca è emerso che quelli con una protagonista donna hanno avuto più successo degli altri (105 su 350, per la precisione, in cui il nome femminile compariva per primo su locandine, comunicati e nei crediti). E con "hanno avuto più successo" intendiamo che hanno incassato cifre maggiori. Nonostante questo palese appeal commerciale, tuttavia, il 40 percento dei film presi in esame dallo studio non rispetta i criteri del Bechdel test.

Ma c'è di più: i ricercatori hanno scoperto che tutti i film Bechdel-approved hanno registrato migliori incassi rispetto ai film nella stessa fascia di budget che invece non lo superavano. Dal 2012 ad oggi, inoltre, tutti gli 11 film che hanno guadagnato più di un miliardo al box office superano il Bechdel. Insomma, come dichiarato da Christy Haubegger della CAA al Guardian: "Le donne sono responsabili della metà dei ricavi totali al botteghino, eppure si pensa che i film con protagoniste femminili abbiano generalmente una minor fortuna economica. Ma noi abbiamo scoperto che i numeri contraddicono questa percezione."

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Donna, regista e super determinata: abbiamo incontrato Margherita, la giovane italiana dietro "Zen—Sul Ghiaccio Sottile" per un'intervista a cuore aperto.

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<![CDATA[il 2018 secondo riccardo raspa tra aerei persi, presi e rimandati]]>https://i-d.vice.com/it/article/4397bw/foto-2018-riccardo-raspaMon, 17 Dec 2018 10:00:40 +0000 Questo contenuto fa parte della nostra rubrica Il 2018 in foto, in cui abbiamo chiesto ai nostri fotografi italiani (e non) preferiti di scegliere le 12 immagini che meglio rappresentano l'anno che si sta per concludere.

Questo è Riccardo Raspa e questo è il suo 2018 in foto.

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Dicembre
Faccio questa foto a metà mese mentre per lavoro mi trovo a Catania e dal quale sto tornando proprio mentre scrivo queste ultime parole.

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Dai un'occhiata anche a un altro diario fotografico, quello di Sara Lorusso:

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Fotografia di Riccardo Raspa
Produzione di Giorgia Imbrenda

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<![CDATA[in bilico tra sudan e israele: storia di una famiglia costretta a fuggire dal suo paese]]>https://i-d.vice.com/it/article/43pawj/rifugiati-sudan-israele-diario-fotograficoMon, 17 Dec 2018 06:00:00 +0000Alen Godin ha lasciato il Sudan con i suoi genitori quando aveva solo cinque anni. Erano migranti in fuga dalla Seconda Guerra Civile del Sudan. Il loro viaggio si concluse in Israele, dove nacquero i fratelli minori di Alen—Jock, Ashol e Yonantan.

Il fotografo Dudi Hanson li ha fotografati sulla spiaggia di Jaffa, a Tel Aviv. "Voglio che queste immagini mostrino il forte legame che li unisce, e voglio che gli altri percepiscano il loro desiderio bruciante di avere un luogo da poter chiamare casa," dice Dudi del progetto.

"I rifugiati in Israele non hanno alcun diritto, il governo non li riconosce. Quando si ammalano non possono andare dal medico. Sono costantemente a rischio di espulsione, la minaccia di dover tornare nel loro paese d'origine non si spegne mai. È successo al padre di Alen stesso."

Così abbiamo parlato con Alen, 18 anni, delle difficoltà che lui e la sua famiglia affrontano, ma anche delle speranze che ha per il futuro.

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In occasione della Giornata Mondiale della Donna abbiamo parlato con tre donne italiane non riconosciute come tali dalle leggi del nostro paese. Trovate qui le loro storie:

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Fotografia di Dudi Hasson
Moda di Shay Lee Nissim
Un ringraziamento speciale va ad Alan Godin, Jock Godin, Ashol Godin e Yonantan Godin

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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<![CDATA[togliete twitter a kanye west, vi prego]]>https://i-d.vice.com/it/article/pa5vj8/kanye-west-dissing-drake-twitterFri, 14 Dec 2018 13:34:20 +0000Ogni giorno una celebrità si sveglia e sa che dovrà correre più veloce dei tweet Kanye West. Oggi è il turno di Drake, che non appena aperti gli occhi si è ritrovato a dover affrontare quello che in molti hanno definito uno shitstorm made by @ye.

A scatenare le ire di Kanye sarebbe stata la richiesta fatta da Champagne Papi di autorizzare l'uso del brano di Kanye Say What's Real all'interno del mixtape creato dal rapper di Toronto So Far Gone. Dopo questo tweet di denuncia, però, i pollici di West hanno continuato a scrivere senza sosta, arrivando a centoventotto tweet totali nell'arco di otto ore circa (se non ho contato male, cosa molto probabile dato che nel farlo mi si incrociavano continuamente gli occhi). In larga parte erano riferiti a Drake, ma alcuni erano anche messaggi positivi ("All love", "Only Positive Energy" e "Trust God", ad esempio), mentre altri ancora rimangono indefinibili. Per una ricostruzione completa ed esaustiva della vicenda, trovate qui quello che fa per voi.

In sintesi, si tratta di un mix eterogeneo di accuse, pretese di scuse e scorci su retroscena familiari difficili da riassumere seguendo un filo conduttore logico. Ennesima conferma del fatto che Kanye West è un genio della musica, ma un ingenuo in tutto il resto, come scriveva poco tempo fa Tommaso Naccari su Noisey.

Ma noi possiamo incolpare un uomo solo perché è un coglione nella vita normale, ma ha davanti a sé milioni di occhi puntati? No. Non possiamo. Soprattutto se quell’uomo è Kanye West.

Impossibile non essere d'accordo con la frase precedente, eppure ricordarsi che dietro @ye c'è uno degli artisti più importanti degli ultimi vent'anni diventa sempre più difficile a ogni tweet pubblicato. E intanto concentrarsi sui dissing, i retroscena e gli attacchi che continua a sfornare su base quotidiana diventa prassi comune, vista la frequenza con cui succede.

Sono lontani i tempi in cui per San Valentino Kanye intasava le nostre home su Instagram di foto con Kim Kardashian, e inizio sinceramente a rimpiangerli. Oggi, quello che Kanye dice, scrive o fa ha la stessa rilevanza—se non maggiore—della sua musica, ed è un problema, inutile negarlo. Per questo, forse, cambiare la password del suo account Twitter a sua insaputa non sarebbe forse una cattiva idea.

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<![CDATA[e se bottega veneta fosse il nuovo céline?]]>https://i-d.vice.com/it/article/ev3k3j/bottega-veneta-nuovo-celine-daniel-leeFri, 14 Dec 2018 10:48:38 +0000Phoebe Philo ha lasciato un grande vuoto. La ormai ex direttrice creativa di Celine per quasi dieci anni ha vestito e interpretato l’umore di intellettuali nevrasteniche, donne in carriera estete e modaiole radicali, cultrici del fashion sapiente e archiviste appassionate. Quell’heritage intelligente e citazionistico che spazia da Margiela a Yamamoto fino ad arrivare a Helmut Lang, oggi è stato definitivamente depennato in casa Celine. E la domanda è sorta spontanea da subito: chi vestirà le philofile convinte che non sanno più come riempire i propri armadi? Quelle che fino ad ora si sono affermate grazie a bordi tagliati a vivo, décolleté di visone giallo e stampe buffe e reazionarie.

Com'è fisiologico, nel giro di poche settimane hanno iniziato a fare timidamente capolino i primi eredi dell'Old Céline, come viene ormai chiamato il brand in riferimento agli anni di direzione Philo. E così coloro che in precedenza si limitavano a emulare, adesso invece imbracciano coraggiosi lo stendardo del buon gusto alla Philo. Non è certo un segreto che Victoria Beckham, Ports e The Row, giusto per fare qualche nome, possano essere inseriti nell'albero genealogico Céliniano. La donna è quella, le variazioni di forma sono ammesse, ma lo spirito solido e convinto resta quello.

Cosa succede se uno dei protegé di Phoebe Philo stessa, quindi tedoforo di quel genere di eleganza, si ritrova alle redini di un marchio come Bottega Veneta? Non c’è bisogno di presentazioni: tutti conosciamo l’intrecciato più famoso del mondo. Chi non conosciamo invece è Daniel Lee, ex Céline e ora a capo della celebre pelletteria italiana. Le premesse ci sono e valevoli. L’estetica anche, seppure accennata.

La pre-fall 2019 di Bottega Veneta è una dichiarazione di intenti. Asettica e quasi pigra tanto è svogliata, di un dimesso che forse in futuro potrà essere eretto a virtù. Forse, perché dentro c’è un po’ di tutto. Forse per non sbagliare, forse perché, come spesso accade, i debutti sono attimi di valutazione.

Ciò che è chiaro fin da subito è una volontà di porre una cesura con il passato: il tempo del bon ton artigiano e iper lavorato di Tomas Maier è finito per sempre. Tubini sfoderati di pelle colorata, plastron posticci di raso trapuntato, maglieria incrociata, pinocchietti in nappa nera e trench traforati. E ancora weekender a macro intreccio, sabot stondati e con tacchetti sbagliati, scolli a U e dettagli in cuoio rigido. Funziona? Il rimando all’Old Céline é chiaro, per lo meno osservando gli scatti del lookbook. Come è chiaro che certe cose non siano, o lo sono molto difficilmente, replicabili.

L’elemento di rottura è forse lo sportswear, quella vena tecnica nel Bottega Veneta di Daniel Lee che si allontana sia da Tomas Maier che da Phoebe Philo. Il messaggio però suona forte e chiaro. C’è di sicuro una necessità. Rievocare quel mondo altissimo e cerebrale della donna Céline by Philo, colmare un vuoto commerciale o più genuinamente gridare a squarciagola un manifesto. Inutile prendersi in giro perché quel mondo è per sempre scomparso, e sappiamo perfettamente che niente lo riporterà indietro. Di sicuro non Slimane con i suoi appuntitissimi rockabilly, con questo debutto neanche Mr. Lee con il rinnovato Bottega Veneta. Il punto è chiedersi se ce ne sia davvero bisogno. Serve che qualcuno colmi il vuoto lasciato dalla Phoebe? Spesso la cosa migliore in questi casi è, a malincuore, voltare pagina.

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