il cambiamento climatico e l’industria della moda

Abbiamo incontrato l’autrice, giornalista e attivista canadese Naomi Klein, per scoprire in che modo l’industria della moda può aiutare la causa ambientalista.

|
27 aprile 2015, 3:35pm

"È una guerra d'informazione", ha detto la pioniera e scrittrice Naomi Klein a un giornalista durante una protesta per un oleodotto in Canada, "Non c'è alcun dubbio che sia una guerra d'informazione, e noi ci stiamo scontrando con l'industria più ricca della storia." Il nuovo e illuminante libro di Klein This Changes Everything: Capitalism vs the Climate, profondamente ricercato quanto comprensibile alle masse, riempie genuinamente questo gap d'informazioni. Klein rivela il divario esistente tra quello che è generalmente noto sul movimento ambientalista, i cambiamenti climatici causati dall'uomo e la realtà aggiornata dei diversi movimenti - per i diritti civili, quelli contro la guerra, i no-austerity e i movimenti per la giustizia internazionale - descrivendo magistralmente la differenza tra quella che è la mentalità attuale su come andrebbe risolta la questione climatica (le auto elettriche, le eco lampadine, il riciclaggio) e il punto di vista di economisti, scienziati e acuti pensatori come la stessa Klein che stanno seriamente lavorando a delle soluzioni. "Abbiamo raggiunto un punto che alcuni attivisti hanno iniziato a chiamare 'La Decade Zero' della crisi climatica," scrive Klein nelle pagine iniziali del suo libro, riferendosi alla finestra temporale - attiva fino al 2017 - all'interno della quale il riscaldamento globale va mantenuto al di sotto dei 2°C . Come dice il titolo del libro, questo cambierà veramente tutto.

Il capitalismo, ora, è veramente in guerra contro l'ambiente e leggendo questo libro si viene aggiornati su tutto quello che c'è da sapere riguardo la possibile evoluzione che la nostra specie può intraprendere da qui in avanti. Mentre ci parla dalla sua casa di Toronto, Klein si sta preparando a diversi eventi: la seconda tranche del tour internazionale di promozione del suo libro, da cui è nato un sito internet a tema con svariati articoli di diversi collaboratori; la presentazione del documentario diretto dal marito di Klein, il filmmaker Avi Lewis, che conterrà interviste con personalità in prima linea nella battaglia contro il riscaldamento globale. Klein è inoltre nel consiglio d'amministrazione di 350.org, istituzione che ha dato vita al movimento globale in cui gli studenti hanno sollecitato città e istituzioni a sottrarre i miliardi investiti in sovvenzioni per combustibili fossili. "In occasione del lancio di Boston, qualche anno fa, mi sono sentita come una diga che sta per rompersi," ci dice Klein, descrivendo l'atmosfera all'evento inaugurale del 2012. "Prima ancora che dicessi qualsiasi cosa, c'erano già duemila persone in piedi di fronte a me. Ecco quant'è forte il desiderio verso quello che stiamo facendo e il messaggio che stiamo cercando di diffondere, che in sostanza è 'avete un modello di business che è in guerra con la vita sulla terra e noi non vogliamo negoziarci, vogliamo liberarcene.' Essere in quella stanza è stata una vera e propria rivelazione per me, mi ha fatto chiedere come abbiamo potuto aspettare così tanto per ammettere che in realtà si tratta esclusivamente di un gioco di potere e di soldi."

Nonostante Klein in questo libro non tratti l'industria della moda (mira molto più in alto, e il primo successo di Klein No Logo del 1999 è incentrato sui brand e il loro marketing), il morboso capitalismo che individua alla base del riscaldamento globale è lo stesso mostro insaziabile che ha forzato l'industria della moda a cercare di raggiungere target post-umani e che ha rallentato la ricerca di un modello ecologicamente sostenibile. "Credo sia importante parlare del sistema economico all'interno del quale si posiziona il mondo della moda - a differenza di quello che fanno aziende o addirittura interi settori - ed è per questo che nel mio libro ho passato un bel po' di tempo a discutere di come i tentativi di riconciliare l'imperativo di crescita e il genuino desiderio di evitare catastrofici cambiamenti climatici sia del tutto inutile." I tempi del semplice 'ripulisti eco-sostenibile' nell'industria della moda sono finiti, ci sono opportunità ben maggiori a portata di mano.

Storicamente, il "cosa c'è dopo" è centrale nell'ideologia della moda e la creatività pioneristica è da sempre il culmine del cambiamento sociale. La moda ha da sempre usato il suo potere di promuovere i movimenti di nicchia alle masse - come la parità di genere, i diritti dei gay, l'AIDS, le foreste pluviali e le questioni idriche e sanitarie - e non soltanto attraverso l'unica piattaforma a loro disposizione: membri di spicco della comunità della moda come Amber Valletta, Stella McCartney e Vivienne Westwood, sono infatti molto esplicite riguardo la questione del cambiamento climatico e la sostenibilità non solo sulla passerella, ma anche durante interviste e pubblicità. Ma com'è possibile che dal 1988 - anno in cui gli scienziati hanno iniziato a dare l'allarme circa le emissioni di carbonio - non siamo ancora riusciti a prendere una posizione verso l'inquinamento, il commercio equo-solidale o il riscaldamento globale? La buona notizia è che non è tutta colpa nostra, l'industria stessa sta sbattendo la testa contro una cupola di ferro che Klein identifica chiaramente nel suo libro: l'incontrollata economia del libero mercato. Negli anni '80 l'industria della moda ha iniziato a entrare nelle logiche finanziarie e di liberalismo sfrenato, rivelatosi ben presto come un patto con un diavolo insaziabile di continue nuove collezioni, moda più veloce e catene di produzione sempre più economiche che hanno trasformato gli editoriali di moda in sfacciati cataloghi pubblicitari dettati dai dipartimenti di marketing, piuttosto che dalla ricerca degli stylist. La moda è stata rapita dagli azionisti ed è giunto il momento di riportarla a casa.

Klein espone nella sua tesi una visione completamente nuova del modo in cui vediamo il mondo. Durante la nostra intervista suggerisco, scherzosamente, che il modo più veloce per far arrivare questo messaggio sarebbe distribuire copie del suo libro durante le passerelle. "Anche fare così avrebbe però un negativo impatto ambientale - si tratta di alberi morti," è la sua risposta. "C'è anche quest'idea che si tratti di una questione intellettuale, ma non lo è. Il punto non è che i boss delle compagnie 'lo capiscano'," mi dice riguardo al ruolo degli amministratori delegati nell'implementazione di metodi sostenibili, "Molti a capo di una compagnia lo capiscono e poi se lo dimenticano, perché si scontrano con le pressioni del sistema economico in cui lavorano e che richiede crescita continua. Ne sono responsabili, molti di loro negoziano anche pubblicamente con azionisti che, anno dopo anno, chiedono rendimenti sempre maggiori. Ci sono cose che l'industria della moda può migliorare, ma quello di cui tratta il mio libro è ciò che dobbiamo fare come economia: abbassare le emissioni. Credo che per molto tempo siamo stati soddisfatti da cambiamenti principalmente simbolici. Ad Amsterdam mi è stato chiesto se alcune cose che il business stava facendo fossero o meno un passo nella giusta direzione. La mia risposta fu sì, ma abbiamo bisogno di andare avanti!"

Tutti punti che sono stati recentemente avanzati da una minoranza di voci ribelli nella moda, e che si posizionano sulla stessa linea dei nuovi movimenti climatici. Suzy Menkes ha fatto giustamente notare nel suo articolo Sign Of The Times / The New Speed of Fashion ('Segno dei Tempi/La Nuova Velocità della Moda') quanto il programma punitivo imposto agli stilisti dal sistema economico, secondo il quale devono essere prodotte tra le quattro e le otto collezioni l'anno, sia in realtà responsabile della salute e sanità mentale di prezioso talento creativo; persino Oliver Theyskens ha dichiarato durante la Seoul Design Week che "la moda è satura". Senza contare che l'anticipatrice di trend Li Edelkoort ha recentemente rilasciato Anti_Fashion: A Manifesto For The Next Decade, in cui spiega come siamo arrivati alla fine di un'era. "Il mondo della moda lavora ancora con un ottica da ventesimo secolo, celebrando l'individuo ed elevando le persone di tendenza," scrive Edelkoort, facendo giustamente notare quanto la moda non sia in contatto con "una società affamata di consenso e altruismo" e continua dicendo, "ora che svariati indumenti costano meno di un panino, noi tutti sentiamo e sappiamo che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo."

Durante una serie di conversazioni ufficiose con diversi critici di moda riguardo l'impatto dell'industria dell'abbigliamento per la salute del pianeta, qualcuno si è azzardato a suggerire che non sia un problema dell'industria del lusso ma delle società fast-fashion. Klein risponde a questo splendido scarica-barile senza perdere un colpo: "Bene, prima di tutto, quelle linee stanno da molto tempo. I brand di lusso hanno tutti i loro sotto brand, ma la maggior parte dei loro introiti proviene da cosmetici, profumi e dal vendere desideri sul loro marchio. Senza contare che con il ruolo che hanno in mercati come quello della Cina e dell'India, e la nascita di una classe globale di fanatici di brand, credo che i marchi di lusso siano all'avanguardia in questo senso. La parte principale di questa macchina dello sviluppo è la costante creazione del desiderio per il nuovo e certamente i brand di lusso non possono scusarsi per questo, ma non dobbiamo dimenticare che anche loro producono in Cina".

Nel corso degli ultimi cinque anni, migliaia di persone hanno marciato per protestare contro lo sbalorditivo inquinamento in Cina, la fabbrica del mondo. Il governo sta rispondendo attraverso l'elaborazione di leggi serie quanto necessarie per investire sulle energie rinnovabili. Tutto questo cambierà l'industria dell'abbigliamento, si spera, in meglio, ma Klein controbatte, "In che modo cambierà? Le grandi compagnie passeranno dalla Cina al Bangladesh, esattamente come è successo dopo lo scandalo sulle condizioni di lavoro? I salari sono aumentati in Cina e la risposta di diversi marchi è stata di ridurre la produzione e passare a luoghi meno regolamentati e meno costosi, come il Bangladesh. E abbiamo visto a cosa ci ha portato."

Venti di cambiamento stanno soffiando con Syriza in Grecia e il partito Podemon in Spagna, entrambi allineati con politiche verdi che anche Klein sostiene. Nel settembre 2014, la più grande marcia ambientalista che il mondo abbia mai visto è avvenuta simultaneamente in 162 paesi e, nel febbraio 2015, studenti dal Nepal ad Harvard hanno manifestato per il Global Divestment Day. Tuttavia, molti giovani stilisti britannici ritengono di non essere in grado di impegnarsi nel nuovo movimento ambientalista mentre sono impegnati a lavorare in un industria che è parte integrante del cambiamento climatico per timore di essere tacciati di ipocrisia. "Questo è uno dei grandi successi del capitalismo, pensiamo a noi stessi come consumatori, come individui piuttosto che come parte di strutture e comunità che possono collaborare," sostiene Klein, "Penso sia molto interessante il fatto che le persone pensino di non poter prendere parte al dibattito solo perché guidano un'automobile. Questo per me è il successo di questa cultura così disgustosa. Si tratta davvero di convincere le persone a stare a casa, in silenzio e a non azzardarsi a sognare nulla di meglio rispetto a ciò che abbiamo ora. Se questo movimento non ha spazio per le persone che non hanno ancora capito come togliersi da questa economia che domina le nostre vite, allora sarà un movimento molto, molto breve. Abbiamo bisogno di esempi di persone che risolvono questa situazione, ma la mia teoria è che nulla di questo si verificherà finché non otterremo un cambiamento sistematico, un cambiamento a livello politico. Tutte queste cose che ci concentrano sul comportamento individuale sono nient'altro che una distrazione."

Oltre a prendere parte alle manifestazioni, che cosa può fare l'industra della moda? "Usare le stesse abilità con cui ci ha convinto che tutto quello che abbiamo è fuori moda e che la felicità giace dietro l'angolo, con tutte le cose nuove che ci stanno per mostrare," spiega Klein, "Le stesse abilità che sono capaci a creare quei desideri, saranno in grado di crearne anche altri. Non si tratta di un diverso set di capacità, ma di un diverso set mentale." Mentre gli esperti di tutto il mondo stanno cercando di capire come potrebbero funzionare una società senza carbone, in cui il consumo di frivolezze crollerà a picco mentre filiere alimentari locali, sistemi di trasporto pubblico e metodi di liberazione dall'ormai inutile plastica saranno incorporati alla vita stessa. Si tratta di un'opportunità unica per gli stilisti d'immaginare l'aspetto e le funzionalità richieste da una società con uno stile di vita a impatto zero; un'opportunità per la moda, che agli stilisti non viene concessa dagli anni '60, quando Pierre Cardin iniziò a prevedere la vita nel futuro.

Dopotutto, se c'è una cosa che la moda sa fare è raccontare in maniera unica nuove storie creative.

Che si tratti di studentesse che manifestano o di avvocati come Polly Higgins che promuove leggi contro l'ecocidio, il libro di Klein mostra quanto siano le donne al capo del movimento. "State negoziando la mia intera vita," ha detto l'attivista ventunenne Anjali Appadurai quando ha affrontato i negoziatori alla Conferenza per il Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite nel 2011, ed è la citazione preferita di Klein dal suo libro. Ed è qui che la passerella primavera/estate 2015 di Karl Lagerfeld si posiziona, una sfilata dove le modelle metto in scena una marcia di protesta femminista per le strade di Parigi, perfettamente in linea con il nuovo spirito di quest'epoca: una fresca generazione di donne che marcia per la rivoluzione e che vogliono indossare abiti con una storia nuova. Che mangino pane.

@naomiaklein

Crediti


Testo Sarah Hay
Foto Ben Reierson