​essere un'adolescente in america all'alba del 21esimo secolo

Il nuovo libro di Lauren Greenfield, Girl Culture, è un'analisi dell'adolescenza femminile in America a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

di Oliver Lunn
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31 agosto 2016, 10:49am

Sfogliando il nuovo libro di Lauren Greenfield, Girl Culture, si prova una certa tristezza nel vedere quali siano i desideri delle ragazze del nostro secolo, siano esse cheerleader, stripper, neo-maggiorenni o modelle: essere più magre, più alte, più popolari. C'è Sheena, una 15 enne che si depila le ascelle perché 'i peli fanno schifo'; Jennifer, una 18enne ricoverata in una clinica per curare i disturbi alimentari; Fina, una 13enne che frequenta i solarium. 

Realizzato nell'arco di 5 anni, il libro mostra le ansie e le insicurezze delle ragazze, che siano essere popolari o meno. Non contenta di fare solo da spettatrice, Greenfield ha anche intervistato i suoi soggetti come una reporter curiosa di scoprire cosa significa davvero essere un'adolescente in America. Le intervista condotte in prima persona rispecchiano la sua passione per lo stile documentaristico che caratterizza i film Thin (2006), The Queen of Versailles (2012) e il video diventato virale #likeagirl, in cui la regista analizza come l'espressione "da ragazza" sia diventata un insulto e come essa influenza le adolescenti durante la pubertà. 

Quando ho incontrato Greenfield per parlare di Girl Culture sapevo bene che il progetto, lanciato nel 2002, era nato come riflessione sull'adolescenza della fotografa stessa. Durante la conversazione però mi ha parlato anche di temi più generali, come l'influenza dei media, le critiche dei coetanei, e quella che lei chiama "le precoce sessualizzazione delle ragazze", con la sicurezza di chi è sempre coinvolta al 100% in ciò che fa. 

In Girl Culture ci sono soggetti che si potrebbero ritrovare nei film - la cheerleader, l'emarginata. Il tuo scopo era andare oltre i clichés legati agli adolescenti?
Credo che i clichés abbiano un potere, ma che ci sia anche un potere nello smantellarli. Quando ho scattato le ragazze più popolari di Edina, in Minnesota, ho imparato un paio di cose. La prima è che essere popolari è molto importante - è uno stereotipo ed è sempre stato così - ma dal punto di vista antropologico ho capito che la popolarità si basava sul commercio; bisognava acquistare abiti solo in 3 negozi specifici: Abercrombie, Gap, J Crew. Dovevi indossare qualcosa preso lì ma non doveva mai essere uguale a quello che indossava un'altra ragazza popolare altrimenti si sarebbe scatenato un putiferio. 

La cosa interessante è che le ragazze popolari avevano in comune con le ragazze meno popolari più cose del previsto.
Sì, l'ho imparato lavorando al mio primo libro, Fast Forward, che parlava degli adolescenti cresciuti a LA. La foto in cover mostra un gruppo di ragazzine di Beverly Hills High su delle decappottabili in spiaggia. Mijanou, al centro della foto, era una bellissima ragazza che aveva vinto il premio 'best body at Beverly Hills High'. Nella sua intervista parla di quanto sia stato difficile non sentirsi integrata, del fatto che venisse da una famiglia povera e che non si poteva permettere i vestiti, le macchine e le case che avevano tutti i ragazzi di Beverly Hills. Ricordo che quando ho inaugurato la mostra sul libro sono venute anche delle sue compagne di classe e commentavano, 'Di che cosa sta parlando? Per lei è stato tutto facile.' Ci sono tensioni di questo tipo nell'ambiente.

Girl Culture in alcuni punti è straziante, come quando parla di ragazze con disordini alimentari e problemi di peso. È una cosa diffusa tra le ragazze? Ne sei venuta a conoscenza scattandole? 
No, era una problematica che conoscevo già dai tempi del liceo. Molti dei miei lavori si concentrano sulla pubertà, perciò con Girl Culture ho riflettuto sulle mie insicurezze da giovane, sulla popolarità, la moda, la magrezza. Ho iniziato così. Poi ascoltando le storie delle altre ragazze ho iniziato a pensare a come il corpo sia un mezzo d'espressione importate per le giovani donne, ad analizzare l'esibizionismo della nostra società e che effetto ha sulle ragazze normali.

A quali pressioni sono sottoposte queste ragazze quando crescono?
Non credo di poter individuare solo una problematica, ma penso che prestare eccessiva attenzione all'aspetto esteriore sia uno di questi. Nell'epoca dei social media è ancora più importante il modo in cui ti presenti, come ti vendi, e anche se la tua personalità in qualche modo ha un ruolo in tutto questo, è l'esteriorità ad avere la meglio. Questo è stato ciò che ha ispirato Girl Culture.

Secondo te oggi le ragazze hanno molto più il controllo su loro stesse e sulla loro immagine online, come su Instagram e Snapchat ad esempio?
Oggi sono consapevoli di non presentare loro stesse solo alla cerchia di amici, ma a tutto il mondo virtuale. L'immagine ha acquisito più importanza perché molte persone ti conoscono solo dall'esterno; queste ragazze non amano i brand, sono loro stesse un brand. È un tema interessante e allarmante allo stesso tempo, per una strana ragione mi sono ritrovata a studiare questi fenomeni appena sono esplosi, e non sempre hanno fatto del bene. Ma una cosa che secondo me è cambiata in positivo è la nostra consapevolezza nei confronti dei social media. Like A Girl esprimeva questo. 

Le ragazze di Girl Culture sono diverse da quelle di Like A Girl?
No. Girl Culture parla per la maggior parte della sessualizzazione precoce delle ragazze causata dall'influenza dei media e dei coetanei. Se guardi quello che la gente posta sui social media oggi e se decostruisci i selfie capisci quanto la sessualizzazione precoce sia presente su queste piattaforme. Se consideri le celebrità presenti in Girl Culture, trovi una Jennifer Lopez con un vestito semplice; ora invece ti ritrovi Kim Kardashian che ha girato un porno. Molte delle idee espresse nel mio primo libro sono valide ancora oggi, anche se adesso vengono espresse in maniera più forte. 

@OliverLunn

Crediti


Testo Oliver Lunn
Foto © 2002 by Lauren Greenfield

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