apprezzare una cultura senza appropriarsene è possibile

Serve però capire che abiti e accessori tradizionali hanno un significato molto di più profondo di quanto si pensi.

di Zoya Patel
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29 maggio 2017, 2:30pm

Valentino Spring/Summer 16

Quando ho visto per la prima volta il video della canzone dei Coldplay Hymn for the Weekend è stato difficile scegliere l'elemento che più mi aveva offesa. Magari la sfacciata riproduzione della cultura indiana ad accompagnare le grandiose strofe di Chris Martin? O forse il mito del buon selvaggio declinato in chiave sacerdote brahmano con tonaca arancione che svolazza nella brezza mistica del brano? Oppure ancora l'irritante scorrazzare di bambini degli slum intenti a lanciarsi polveri colorate addosso, come se ogni giorno fosse la Festa di Holi?

Tutti gli elementi che ho finora nominato sono ripugnanti e dimostrano come il white gaze, cioè lo "sguardo dei bianchi", spesso glissi sulla complessità della cultura che vuole rappresentare, perché troppo impegnato a ricreare luoghi magici e mistici che nel mondo reale non esistono. Ma in realtà ciò che mi ha più irritato in assoluto è stato vedere Beyoncé che indossa un abito indiano tradizionale e fa ondeggiare le mani tatuate con l'henné in una pallida imitazione delle danze indiane.

Internet adora parlare di appropriazione culturale. Più precisamente, adora parlare dell'impatto che ha la trasformazione di un elemento appartenente a una cultura marginalizzata in un simbolo cool. Prima che i Coldplay e Beyoncé feticizzassero l'ennesima società per un mercato principalmente bianco, Katy Perry ne aveva già fatto un'abitudine, scegliendo e mixando elementi della cultura giapponese, afro-americana e dell'antico Egitto in più di un video e concerto. E ancor prima che il termine appropriazione culturale diventasse di dominio pubblico, c'era Gwen Stefani che si faceva fotografare con il bindi.

Più che l'ambiente musicale, il campo di battaglia più fertile per questo dibattito è l'industria della moda. Stilisti come Valentino e Watanabe sono stati criticati per l'uso di simboli appartenenti ad altre culture, e la risposta tende sempre al "ho solo preso ispirazione." La risposta dei più critici? "Le vostre collezioni non si relazionano in maniera significativa alle culture a cui si ispirano."

Ma quando ci si ispira a culture diverse dalla propria la domanda è: come si possono bilanciare le conseguenze negative dell'appropriazione culturale quando le intenzioni sono più che cristalline?

Si potrebbe qui osservare che Beyoncé con Sari e mani tatuate con l'Henné non causa alcun danno. Inoltre, per alcuni le origini afro-americane della cantante la scagionerebbero da ogni accusa di appropriazione culturale, ma non è così: l'errore è stato mettere la cultura indiana in vetrina senza approfondirne contesto e rilevanza.


La performance di Katy Perry agli American Music Awards del 2013 è un case study su come NON relazionarsi a una cultura diversa dalla propria.

In quanto giovane donna indiana, guardare quel video conscia delle origini di Beyoncé non mi ha fatto sentire meno incazzata o meno a disagio: vedere chiunque non sia indiano indossare abiti indiani tradizionali e trarre beneficio dall'uso del nostro patrimonio culturale causerebbe in me le stesse sensazioni.

Crescendo ho subito episodi di bullismo e un'infinità di battutine per la mia scelta di indossare abiti indiani tradizionali. E vedere Beyoncé, Gwen Stefani o un'altra donna bianca indossare quegli stessi abiti o accessori come novità del momento è uno schiaffo in piena faccia per me, perché il giorno successivo possono scegliere liberamente di togliersi il costume e tornare alla loro vita quotidiana. Io invece non posso non vivere nella mia pelle, non posso non essere indiana. Ma nessuna di queste artiste vuole affrontare quella parte della mia cultura, perché non sarebbe un outfit abbastanza cool.

L'adorazione è un concetto spinoso, ma credo sia lecito posizionarlo sulla scala delle normali relazioni tra comunità sociali. L'unico modo per decidere definitivamente se l'appropriazione culturale sia potenzialmente dannosa o meno è guardare all'intento dell'artista. Nel video dei Coldplay l'uso della cultura indiana sembra avere come unico obiettivo quello di fare da sfondo alle ampollose strofe della band—e il fatto che Chris Martin & Co. siano inglesi rende il tutto ancora più problematico.

Prendiamo un altro esempio, la collezione primavera 2016 di Valentino ispirata all'Africa e la relativa campagna pubblicitaria. Quando gli stilisti Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccoli sono stati criticati per l'uso di collane in osso, decorazioni in perline colorate, piume e treccine afro, i due hanno saputo argomentare con chiarezza le loro intenzioni, spiegando di aver provato ad andare oltre la superficie: volevano esplorare le influenze cross-culturali in un momento storico di forti migrazioni.

Campagna primavera 2016 di Valentino. Immagine via Twitter

Ma il risultato rimane comunque problematico, perché la stragrande maggioranza delle modelle scelte era bianca. Inoltre, i due hanno menzionato più volte il legame della collezione con l'"Africa selvaggia," riunendo sotto la tesa di questo ampio cappello la moltitudine di culture diverse di cui si compone il continente. Il loro intento era però positivo, quindi forse non dovremmo condannare con tutta questa facilità la collezione.

Dopo tutto, quando fatto nel modo corretto, il gusto occidentale per le altre culture ha i suoi vantaggi. Negli anni '60, l'India ha ad esempio promosso attivamente la diffusione dello yoga in Occidente, mandando maestri della disciplina in tour per la Gran Bretagna e trasformando così una tradizione millenaria in un business da cui entrambe le parti hanno potuto trarre beneficio: agli occidentali lo yoga, ai maestri indiani un ottimo stipendio.

Quando parliamo di distinguere l'appropriazione culturale dannosa da quella sì problematica, ma comunque di buone intenzioni, è all'impegno che dobbiamo guardare. E quindi alla voglia o meno di dar vita a uno scambio d'idee. Hermés ha dimostrato come questo sia possibile nel 2011, quando ha creato una collezione di sari disegnati insieme a Sunita Kumar, stilista indiana basata a Calcutta che ha rielaborato con rispetto l'abbigliamento tradizionale indiano.

Non importa cosa si pensi del dibattito appropriazione culturale VS apprezzamento, perché la lezione si può imparare in entrambi i casi: gli abiti tradizionali sono molto più che tessuti per chi appartiene ad altre culture. Sono parte della loro storia, comunità, identità e linguaggio. Non sono "solo vestiti". E capirlo è il primo passo per apprezzare una cultura senza appropriarsene.

Hermes ha collaborato con la stilista Sunita Kumar per la creazione di una linea di sari. Immagine via Twitter.

Crediti


Testo Zoya Patel
Immagini via Twitter