Inge Morath, Marylin Monroe sul set di "Misfits", Nevada, 1960

storia di inge morath, la prima donna a entrare in magnum

Nel corso della sua assurda vita, Inge ha fotografato Marilyn Monroe e la camera da letto di Mao Zedong, ma anche un lama a Times Square e Audrey Hepburn.

di Benedetta Pini
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02 luglio 2019, 11:28am

Inge Morath, Marylin Monroe sul set di "Misfits", Nevada, 1960

"Ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di mettere a nudo la tua anima," perché "la fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore." Due frasi scritte da Inge Morath in cui è racchiusa tutta l’essenza delle sue opere, esito di una sensibilità umana tragicamente segnata dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Inge Morath nasce infatti a Graz, in Austria, nel 1923, ma ancora piccolissima si trasferisce in Germania insieme ai genitori, entrambi chimici, determinati a riscattarsi dagli strascichi del primo conflitto mondiale. Questa scelta, pensata per una vita migliore, libera e agiata, si rivelerà invece la causa di molte sofferenze per Inge e la sua famiglia.

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Inge Morath, Autoscatto, Gerusalemme, 1958

Ma andiamo con ordine. La prima tappa della nuova vita tedesca di Inge è Darmstadt, dove frequenta una scuola superiore francese, per poi spostarsi a Berlino, dove si laurea in Lingue specializzandosi in francese, inglese e rumeno. Nel frattempo il clima politico si fa sempre più teso e arrivano i primi segnali del tracollo: con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938 per formare il Grande Reich, Inge diventa una cittadina tedesca a tutti gli effetti, e per questo viene sottoposta ai sei mesi di lavoro obbligatorio.

Ma il momento in cui Inge apre davvero gli occhi è il 1937, quando visita la mostra dell’Arte Degenerata (in tedesco Entartete Kunst): negli anni precedenti le autorità naziste avevano epurato i musei dalle opere ritenute espressione di valori non in linea con i principi nazisti, parte delle quali erano poi confluite in questa esposizione itinerante. Pensata per fare in modo che fosse visitata dal maggior numero di persone possibile, la mostra aveva accesso gratuito (da un'idea di Joseph Goebbels) e colpì Inge come un pugno nello stomaco: vedere denigrati i più grandi artisti contemporanei come Matisse, Picasso, van Gogh, Klee, Chagall, de Chirico e Boccioni fu straziante per lei. Ma il colpo di grazia arriva nel momento in cui trova lì anche Marc, il suo autore preferito, la sua principale fonte d’ispirazione estetica. Due anni dopo, scoppia la guerra.

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Inge Morath, Senza titolo (dalla serie della Maschere con Saul Steinberg), 1962

Verso la fine del conflitto Inge riesce a scappare da Berlino, dove lavorava come operaia in una fabbrica insieme a prigionieri ucraini, e si mette in viaggio verso la sua città natale. Cammina per 700 chilometri, riuscendo a nascondersi e, miracolosamente, sopravvivere fino allo squillo salvifico delle campane della pace. Un’esperienza che la segna profondamente, determinando il suo futuro approccio fotografico: la guerra scorrerà sempre sotto traccia alle sue opere, ma non occuperà mai un posto di primo piano.

Per raccontarla, Inge sceglierà di occuparsi piuttosto del contesto e degli strascichi umani, storici, sociali e politici dei conflitti armati. Con la fine della guerra, può finalmente iniziare la carriera professionale che aveva sempre sognato, decidendo di trasformare la sua esperienza traumatica in una missione: documentare la resilienza dello spirito umano di fronte alle difficoltà e interiorizzare il valore della vita.

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Inge Morath, Un lama a Times Square, New York, 1957

Grazie ai suoi studi inizia a bazzicare nel mondo della stampa come traduttrice e in poco tempo diventa collaboratrice esterna di testate come Haute. Ed ecco che, un po’ per caso, arriva la grande svolta: nella sede della rivista, a Monaco, conosce il fotografo austriaco Ernst Haas, che le offre un lavoro che si rivelerà essere una fase di passaggio, eppure fondamentale, per la maturazione professionale di Inge: scrivere le didascalie dei suoi servizi fotografici. Niente di particolarmente stimolante, eppure uno di questi copy ante-litteram fa il giro del mondo e le procura una notorietà incredibile.

È il 1949 e il racconto delle donne alla stazione di Vienna che corrono incontro ai reduci di guerra arriva anche tra le mani di niente meno che Robert Capa, proprio mentre stava fondando la sede parigina di Magnum. Il fotografo ungherese, allora appena 26enne, invita Ernst Haas - che aveva appena rifiutato un’offerta da Life - e, a sorpresa, anche Inge, a diventare membri ufficiali dell’agenzia.

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Inge Morath, Marylin Monroe sul set di "Misfits", Nevada, 1960

Un avvenimento epocale: preceduta nel 1951 da Eve Arnold, chiamata da Henri Cartier-Bresson come fotografa, Inge è la prima redattrice donna dell’agenzia. In quello stesso anno Robert Capa le assegna il ruolo di assistente di Cartier-Bresson come giornalista. Quindi ancora niente fotografia, ma ci stiamo arrivando: lavorare a stretto contatto col fotografo francese le permise di apprendere l’essenza della sua arte, tutta racchiusa nel concetto del “momento decisivo” dello scatto.

Nel 1953 arriva finalmente l’opportunità per Inge di mettere in pratica tutto ciò che aveva appreso negli anni precedenti: inviata da Capa a Venezia per scrivere, Inge chiese di essere affiancata da un fotografo con cui completare l’articolo e la risposta fu una vera e propria promozione. Nel 1955 Inge Morath è ufficialmente una fotografa di Magnum.

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Inge Morath

Inizia così a viaggiare in tutto il mondo, tra Europa, Nord Africa, Medio Oriente, Unione Sovietica, Cina, immortalando le celebrità di spicco del periodo (Henri Moore, Jean Arp, Pablo Picasso, Christina Onassis, André Malraux, Doris Lessing, Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro), ma anche luoghi carichi di storia e intimità, come la casa di Boris Pasternak, la biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, la camera da letto di Mao Zedong, studi di artisti e cimiteri.

Tutto questo per dire due cose. Prima di tutto che no, non fu solo la donna che rubò Arthur Miller a Marilyn Monroe; evidentemente, fu molto di più: una fotografa, una giornalista e una raffinata intellettuale. La seconda è che delle pioniere della fotografia internazionale dovremmo sempre ricordarci, oltre gossip e petegolezzi.

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Inge Morath, Alberto Giacometti nel suo studio, 1958

Un'ampia selezione dei suoi lavori (150 fotografie, più numerosi documenti) è stata di recente esposta presso la Casa dei Carraresi di Treviso all'interno della mostra Inge Morath. La vita. La fotografia. ed è lì che ci è venuta l'idea di raccontarne la storia, le vicissitudini personali e, soprattutto, l'esperienza professionale.

Come ha affermato John P. Jacob, il curatore della sezione di fotografia dello Smithsonian American Art Museum: "Che si trattasse di foto di festival o studi di artisti, set dei film, strade o sfilate di moda, ciò che distingue l'estetica di Morath è un occhio infallibile per la brillante teatralità della vita." In altre parole, l'abilità di saper trasformare la curiosità in conoscenza, appprofondimento e indagine, stringendo legami profondamente empatici con le realtà che decideva di trasfigurare in immagini attraverso il filtro di una sensibilità e uno sguardo personale sempre complesso, concreto e stratificato.

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Inge Morath, Eveleigh NASH a Buckingham Palace, Londra, 1953
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Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di "Unforgiven", Messico, 1959
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Inge Morath, Donne musulmane velate di Shiraz, Iran, 1956
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Inge Morath, senza titolo (dalla serie delle maschere di Saul Steinberg), 1961

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La mostra Inge Morath La vita. La fotografia è visitabile a Genova dal 21 di giugno fino al 22 settembre 2019 presso Palazzo Ducale. Tutte le informazioni le trovate qui.

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Crediti


Immagini su gentile concessione dell'ufficio stampa ©Fotohof archiv/Inge Morath/ Magnum Photos

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