chi sono gli skater che hanno ispirato il 'kids' di larry clark

"Ero una ragazza di strada. I miei genitori mi dicevano 'esci, divertiti e cerca solo di non rimanerci sotto.' Ho sempre avuto molta libertà e passavo tutto il mio tempo in giro."

di Emily Manning
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24 maggio 2017, 1:24pm

L'instancabile voglia di rinnovamento che si respira per le strade di New York obbliga da molto tempo i suoi abitanti a fotografare non solo gli edifici del loro quartiere, ma anche le vite di chi ci abita. Questo per dire: "questo è chi sono, questo è quello che ho fatto, queste sono le persone che amo e spesso, queste sono le persone e i luoghi che ho perso."

Penso a Nan Goldin, le cui lettere d'amore scritte alla fine degli anni '80 alla sua tribù queer si rivelano tanto personali quanto politicamente impegnate. O ad Ash Thayer, che ha passato otto anni occupando case nell'Lower East Side all'inizio degli anni '90 e ha documentato l'evolversi della sua comunità negli spazi che si erano ritagliati. E poi c'è Jamel Shabazz, che ha creato gioiosi ritratti di giovani ragazzi di colore nell'East Flatbush, dov'è nato e cresciuto, fieri delle loro origini e della loro etnia. Penso anche a Mel Stones e High, due migliori amici che hanno catturato il loro gruppo di skater e le strade del centro tra cui sfrecciavano negli anni '90—il tramonto della vecchia Grande Mela. Dopo quasi 25 anni, gli inediti scatti in bianco e nero della coppia sono stati finalmente pubblicati in un nuovo libro fotografico, That's a Crazy One.

Mel è nata a Sunset Park alla fine degli anni '70. "Era un posto pericoloso, ma io ero una ragazza di strada. I miei genitori mi dicevano cose tipo "esci, divertiti e cerca solo di non rimanerci sotto," ricorda ridendo. "Ho sempre avuto molta libertà e passavo tutto il mio tempo in giro." Al primo anno di liceo, all'inizio degli anni '90, ha incontrato High proprio tra le strade di Brooklyn. High ha frequentato la scuola superiore di Stuyvesant, mentre Mel andava alla Brooklyn Tech prima di trasferirsi alla Lincoln, un liceo di Brighton Beach che vantava un ottimo programma di fotografia. "Avevo un insegnante davvero bravo che mi regalava rullini su rullini, bastava che io li usassi entro la mattina successiva e glie li mostrassi." Così negli anni dell'adolescenza sia Mel, sia High avevano sempre con sé la loro macchina fotografica per catturare su pellicola sessioni di skateboard, coraggiose evoluzioni e uscite con gli amici.

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That's a Crazy One
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segue un ordine cronologico nel suo presentare scatti inediti degli anni '80—una delle decadi più trasformiste nella storia di New York. I meno recenti mostrano il lato più punk della scena skater, prima che l'hip-hop esplodesse e l'ambiente rave diventasse così popolare. "A Washington Square c'erano skaters, punk, goth, raver e nerd. Credo che l'aggettivo migliore per descrivere chi frequentava quel luogo sia emarginato; eravamo tutti outsider, tutto tranne che ," ricorda Mel. Lì tutti conoscevano tutti, c'erano sì gruppi minori, ma nessuno si sentiva isolato. "La nostra cerchia sociale era molto dinamica, ci sostenevamo gli uni con gli altri. Non penso che avessimo un bisogno particolare di identificarci, eravamo semplicemente felici di essere esposti. Cercavamo solo di sopravvivere, e dover per forza recitare un ruolo prestabilito non rientrava tra le nostre priorità. Eravamo semplicemente noi stessi, e credo sia questo che ci ha reso così cool."

Alcuni dei volti che appaiono negli scatti sono oggi familiari agli occhi degli spettatori, e in larga parte questo è dovuto al film di culto di Larry Clark Kids, in cui si raccontano le vite di questi outsider nella loro città, New York. Harold Hunter, Chloë Sevigny, Gio Estevez, Justin Pierce, e Harmony Korine (che ha chiesto a High un aiuto nello scrivere i dialoghi dei personaggi femminili, nonostante la loro avversione per il film) fanno tutti parte di questi visi riconoscibili a primo impatto. Ma qui li vediamo attraverso gli occhi della loro stessa tribù, non come pedine dello straziante dramma sull'AIDS di Clark—film che non si basa su fatti realmente accaduti che viene però spesso scambiato per un documentario sugli anni '90. Mel e High hanno parlato delle discrepanze tra tale caratterizzazione filmica e il loro gruppo nella vita reale, ma a Kids va comunque il merito di aver catturato una New York ormai scomparsa. Come That's a Crazy One, è una finestra su un mondo perduto.

Mentre il duo si prepara a esibire in una mostra gli scatti che vedete qui in anteprima, abbiamo parlato con Mel di come quel mondo perduto fosse e di cosa esso rappresentasse per i suoi abitanti.

Oggi viviamo in un mondo dove la comunicazione è istantanea e la sorveglianza continua. Com'è stato essere giovane a New York prima dell'avvento della tecnologia?
Sono cresciuta a South Brooklyn. C'era la violenza, c'erano le droghe e si dava molta importanza all'essere ragazzi che sanno cavarsela—sapere che per strada da un momento all'altro poteva crearsi una situazione pericolosa, e sapere come gestirla, era un obbligo per noi. Sono la minore di quattro figli di Sunset Park! Ma sin da piccola, ho sempre saputo come comportarmi. Allora, New York era una città povera. Adesso invece, quando ci torno, vedo quanto il processo di gentrificazione l'abbia ormai divorata. Mi sembra che molte persone che ora vivono lì abbiano visto un po' troppi film su New York, hanno un'idea deformata di cosa voglia dire essere un newyorkese e se ne vanno in giro per la città con quest'aria che non ha nulla a che fare con i veri newyorkesi di una volta. Non parlo dello stereotipo sul menefreghismo, sul chi-fa-da-se-fa-per-tre che regna sulla Grande Mela, anzi: quando la gente non ha soldi si sostiene a vicenda, si aiuta. I locali, chi è nato qui sa quanto è importante il sostegno.

E anche allora, non c'erano tutti questi poliziotti. Sì ok, c'erano, ma erano troppo occupati a sbrigare casi d'omicidio e spaccio per curarsi di noi. C'era ancora la mafia. Quindi, se eri un ragazzo di strada e non stavi facendo niente che attirasse l'attenzione, la polizia ti lasciava stare. Gli passavamo davanti fumandoci una canna, e nessuno ci diceva niente. Ci sedevamo a St. Mark e bevevamo birra in lattina per tutta la notte. Ma eravamo un gruppo molto unito e stavamo sempre insieme, quindi ci proteggevamo a vicenda. Crescere lì per me ha significato crescere all'insegna della libertà. Ma proprio in quel momento è arrivato il sindaco Giuliani, che ha reclutato migliaia di nuovi poliziotti e siamo passati dal non doverci minimamente preoccupare delle forze dell'ordine all'essere terrorizzati dall'idea di poter essere fermati per qualunque pretesto. È stato veramente orribile, anche perché il quel periodo avevo 17 o 18 anni.

Oggi lo stile anni '90 è sempre più popolare, ma sembra più essere basato su un'idea di quello che le persone indossavano all'epoca. Questi ritratti catturano invece una realtà molto più interessante. Come ti vestivi in quel periodo tu?
Ero un maschiaccio. Volevo stare comoda e non volevo che il mio corpo fosse sessualizzato. Non puoi sfuggire al maschilismo per strada. A nove anni ricevevo commenti sul mio aspetto fisico. E l'AIDS aveva trasformato il sesso in una cosa orrenda, perché questo è quello che ci raccontavano a scuola. Quindi credo che lo stile che seguivano le ragazze negli anno '90 fosse in generale molto androgino—non volevamo essere Barbie, né truccarci pesantemente o farci pettinature folli come negli anni '80. Volevamo strapparci di dosso quell'estetica.

In una delle fotografie High indossa una t-shirt Supreme pazzesca. Com'era all'epoca il negozio originale in Lafayette?
Non c'erano molti negozi per skater e quando Supreme ha aperto era esattamente l'opposto di tutti gli altri visti fino a quel momento. Gio [Estevez] aveva trovato lavoro lì grazie alla mamma di High, che conosceva James [Jebbia] perché vendeva t-shirt a un mercatino delle pulci con lui. Era tutto molto sperimentale. C'erano una cosa come 30 skater in quegli anni, quindi se qualcuno era uno skater si sapeva in giro. Gio era il più responsabile tra loro, quindi è stato lui a ottenere il lavoro. Erano sempre le stesse persone, una sola, grande famiglia. Tutto ciò che Supreme promuoveva, i riferimenti a cui si basava all'inizio, tutto era ispirato dalla mia crew. Noi siamo stati i pionieri dello skateboard. Non esisteva ancora lo street skating, tutti i trick che facevamo ce li inventavamo sul momento. Da lì è nata un'industria multi milionaria, lo streetwear e tutto il resto.

Tu e High donerete tutti i ricavi del libro al NYC Public Schools Art & Photography Program. Perché?
Lincoln [High] è a Brighton Beach, e quello non è un quartiere ricco. Negli anni del liceo non andavo spesso a scuola. Seguivo solo il laboratorio di fotografia perché mi piaceva sul serio. Il mio insegnante sapeva che arrivavo da una famiglia povera e mi regalava i rullini. Mi ha salvata, perché mi ha trasmesso una passione. Se non fosse stato per quell'ispirazione e per quella voglia di creare, sarebbe stato molto più facile per me perdermi in uno stile di vita edonistico e autodistruttivo. [La fotografia] mi ha dato un obiettivo. La amavo, e la amo ancora. Mi emoziono ancora quando devo sviluppare un rullino. Volevamo trasmettere questa passione al pubblico. Questo libro non esisterebbe senza il programma di Lincoln.

Molti dei nostri amici non ci sono più, e queste immagini sono restate chiuse in qualche scatola per molto tempo. Alla fine, sistemarla e scegliere quali inserire nel libro è stato una sorta di processo di guarigione per noi. Ma non penso che nessuno dei due fosse davvero pronto ad affrontare gli scheletri nei nostri rispettivi armadi. Volevamo semplicemente mantenere vivo il ricordo dei nostri amici nel modo più positivo possibile. Alcune di quelle morti sono state tragiche, ma allo stesso tempo ci hanno ispirato, meravigliato, fatto commuovere perché erano persone fantastiche. Penso che se riuscissimo a trasmettere la loro positività al mondo ne sarebbero felici. L'abbiamo fatto per celebrare i nostri amici e dire "ecco com'erano davvero le cose negli anni '80." È il nostro tentativo di guarire.

'That's a Crazy One' è disponibile in pre-order. Tutti i proventi andranno al NYC Public Schools Art & Photography Program. Per ulteriori informazioni e per saperne di più sulla mostra in cantiere vi invitiamo a visitare il sito del progetto qui.

@thatsacrazyone

Crediti


Testo Emily Manning