La community di skater che ha ispirato "Kids" di Larry Clark

Negli anni '90, le fotografe Mel Stones e High hanno immortalato un'epoca di libertà, edonismo e autentica espressione identitaria.

di Emily Manning
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17 maggio 2022, 10:51am

Questo articolo è uscito nel 2017 per il lancio del libro fotografico di High e Mel Stones “That's a Crazy One” e l’apertura dell’omonima mostra a NYC. Oggi, per celebrare l’anniversario della premiere a Cannes del film “Kids” di Larry Clark nel 1995, abbiamo deciso di riproporvelo.


L’energia che si respira per le strade di New York obbliga chi frequenta la città a fotografare non solo gli edifici del proprio quartiere, ma anche le vite di chi ci abita. Questo semplicemente per poter dire: "Ecco è chi sono, questo è ciò che mi rappresenta, queste sono le persone che amo e qui è dove c’erano le persone e i luoghi che ho perso."

Mi viene in mente Nan Goldin, le cui lettere d'amore scritte alla fine degli anni '80 alla sua tribù queer si mostrano nella loro natura tanto personale quanto politicamente impegnata. Penso anche ad Ash Thayer, che ha passato otto anni occupando case nell'Lower East Side all'inizio degli anni '90 documentando l'evolversi della sua comunità negli spazi che si erano ritagliati. E poi c’è Jamel Shabazz, che ha immortalato i ritratti della comunità Black dell'East Flatbush, dov'è nato e cresciuto. E infine penso anche a Mel Stones e High, due migliori amiche che hanno scattato la scena skate di cui facevano parte e le strade del centro tra cui sfrecciavano negli anni '90—l’epoca d’oro della vecchia e Grande Mela. Dopo quasi 25 anni, i loro inediti scatti in bianco e nero della coppia sono stati pubblicati nel 2017 nel libro fotografico, That's a Crazy One.

Mel è nata a Sunset Park alla fine degli anni '70. "Era un posto pericoloso, ma io ero una ragazza di strada. I miei genitori mi dicevano cose tipo "esci, divertiti e cerca solo di non rimanerci sotto," ricorda ridendo. "Ho sempre avuto molta libertà e passavo tutto il mio tempo in giro." Al primo anno di liceo, all'inizio degli anni '90, ha incontrato High proprio tra le strade di Brooklyn. High ha frequentato la scuola superiore di Stuyvesant, mentre Mel andava alla Brooklyn Tech prima di trasferirsi alla Lincoln, un liceo di Brighton Beach che vantava un ottimo programma di fotografia. "Avevo un insegnante davvero bravo che mi regalava rullini su rullini. L’accordo era che io li usassi entro la mattina successiva e glieli mostrassi." Così, negli anni dell'adolescenza, sia Mel, sia High avevano sempre con sé la loro macchina fotografica per catturare su pellicola le loro sessioni di skateboard, nuove coraggiose evoluzioni e le uscite in compagnia.

skater new york anni '90
That's a Crazy Onenormali

Il libro segue un ordine cronologico e presenta scatti inediti degli anni '80—una delle decadi più trasformiste nella storia di New York. Le immagini meno recenti mostrano il lato più punk della scena skate, prima che l'hip-hop esplodesse e l'ambiente rave diventasse popolare e pervasivo. "A Washington Square c'erano skater, punk, goth, raver e nerd. Credo che l'aggettivo migliore per descrivere chi frequentava quel luogo sia “emarginato”; eravamo veri outsider," ricorda Mel. Lì tutte le persone si conoscevano, c'erano gruppi più piccoli, ma nessuno era isolato. "La nostra cerchia sociale era molto dinamica, ci sostenevamo gli uni con le altre. Non penso che avessimo un bisogno particolare di identificarci, cercavamo solamente di sopravvivere e recitare un ruolo prestabilito non rientrava tra le nostre priorità. Eravamo semplicemente noi stessз, e credo sia questo che ci ha reso così cool."

Alcuni dei volti che appaiono negli scatti ci appaiono familiari e, in larga parte, questo è dovuto al film cult di Larry Clark Kids, in cui si raccontano le vite di questз outsider nella loro città, New York. Parliamo dei volti di Harold Hunter, Chloë Sevigny, Gio Estevez, Justin Pierce e Harmony Korine—che ha chiesto una mano proprio a High per scrivere i dialoghi dei personaggi femminili del film, nonostante fosse a conoscenza della loro avversione per la realizzazione del lungometraggio. In questo caso, però, li vediamo attraverso gli occhi della loro stessa tribù, non come pedine dello straziante dramma sull'AIDS di Clark—film che non si basa su fatti realmente accaduti, ma che viene spesso scambiato per un documentario sugli anni '90. Mel e High hanno parlato delle discrepanze tra la caratterizzazione filmica e la loro vita reale, ma a Kids va comunque il merito di aver catturato una New York ormai scomparsa. Come il photobook That's a Crazy One, è una finestra su un mondo perduto. Così, abbiamo parlato con Mel di come quel mondo perduto fosse e di cosa rappresentasse per chi lo animava dall’interno.

la scena skate di new york negli anni '90

Oggi viviamo in un mondo dove la comunicazione è istantanea e la sorveglianza continua. Com'è stato essere giovane a New York prima dell'avvento della tecnologia?
Sono cresciuta a South Brooklyn. C'era violenza, c'erano droghe e da teenager bisognava sapersela cavare—per strada potevano crearsi situazioni pericolose ed era categorico sapere come gestirle. Sono la minore di quattro figli e sin da piccola ho sempre saputo come comportarmi. Al tempo, New York era una città povera. Adesso, invece, quando ci torno, vedo quanto il processo di gentrificazione l'abbia ormai divorata. Mi sembra che molte persone che ora vivono lì abbiano visto un po' troppi film su New York, hanno un'idea deformata di cosa voglia dire essere newyorkese e se ne vanno in giro per la città con quest'aria che non ha nulla a che fare con le vere persone di New York di una volta. Non parlo dello stereotipo sul menefreghismo, sul chi-fa-da-se-fa-per-tre che regna sulla Grande Mela, anzi: parlo di una città in cui la comunità è tutto, dove se una persona non ha soldi, ci si sostiene a vicenda, ci si aiuta. Chi nasce qui sa quanto è importante il sostegno reciproco.

E anche allora, non c'era tutta questa polizia. Sì ok, c'era, ma era troppo occupata a sbrigare casi d'omicidio e spaccio per curarsi di noi. E c'era ancora la mafia. Quindi, se eri una ragazza di strada e non stavi facendo nulla che attirasse l'attenzione, la polizia ti lasciava stare. Passavamo davanti alla polizia mentre ci fumavamo le canne e non ci diceva niente. Ci sedevamo a St. Mark e bevevamo birra in lattina per tutta la notte. Ma eravamo un gruppo molto unito e stavamo sempre insieme, quindi ci proteggevamo a vicenda. Crescere lì per me ha significato crescere all'insegna della libertà. Ma proprio in quel momento è arrivato il sindaco Giuliani che ha reclutato migliaia di nuovi poliziotti e siamo passati dal non doverci minimamente preoccupare delle forze dell'ordine all'essere terrorizzati dall'idea di poter essere fermati per qualunque pretesto. È stato veramente orribile, anche perché in quel periodo avevo 17 o 18 anni.

una coppia di skater a new york anni '90

Oggi lo stile anni '90 è sempre più di moda oggi, ma sembra attingere da un’idea stereotipata di ciò che le persone indossavano realmente all'epoca. Questi ritratti catturano invece una realtà molto più interessante. Come ti vestivi in quel periodo tu?
Ero un tomboy. Volevo stare comoda e non volevo che il mio corpo venisse sessualizzato. Non puoi sfuggire al maschilismo per strada. A nove anni ricevevo già commenti sul mio aspetto fisico e l'AIDS aveva trasformato il sesso in una cosa orrenda, perché questo è quello che ci raccontavano a scuola. Quindi credo che lo stile che seguivano le ragazze negli anno '90 fosse in generale molto androgino—non volevamo essere delle Barbie, né farci quelle pettinature folli come negli anni '80. Volevamo strapparci di dosso quell'estetica.

In una delle fotografie High indossa una T-shirt Supreme. Com'era all'epoca il negozio originale in Lafayette?
Non c'erano molti negozi per la comunità skate e quando Supreme ha aperto era esattamente l'opposto di tutti gli altri visti fino a quel momento. Gio [Estevez] aveva trovato lavoro lì grazie alla mamma di High, che conosceva James [Jebbia] perché vendeva T-shirt a un mercatino delle pulci insieme a lui. Era un contesto molto sperimentale. C'erano una cosa come 30 skater in quegli anni, quindi se qualcuno era uno skater si sapeva in giro. Gio era il più affidabile, quindi è stato lui a ottenere il lavoro. Erano sempre le stesse persone, una sola, grande famiglia. Tutto ciò che Supreme promuoveva, i riferimenti a cui si basava all'inizio, tutto era ispirato alla mia crew. Noi siamo stati i pionieri dello skateboard. Non esisteva ancora lo street skating, tutti i trick che facevamo ce li inventavamo sul momento. Da lì è nata un'industria multi milionaria, lo streetwear e tutto il resto.

una skater con una t shirt di supreme a new york negli anni '90

Tu e High donerete tutti i ricavi del libro al NYC Public Schools Art & Photography Program. Perché?
Lincoln [High] è a Brighton Beach, e quello non è un quartiere ricco. Negli anni del liceo non andavo spesso a scuola. Seguivo solo il laboratorio di fotografia perché mi piaceva sul serio. Il mio insegnante sapeva che arrivavo da una famiglia povera e mi regalava i rullini. Mi ha salvata, perché mi ha trasmesso una passione. Se non fosse stato per quell'ispirazione e per quella voglia di creare, sarebbe stato molto più facile per me perdermi in uno stile di vita edonistico e autodistruttivo. [La fotografia] mi ha dato un obiettivo. La amavo e la amo ancora. Mi emoziono ancora quando devo sviluppare un rullino. Volevamo trasmettere questa passione al pubblico. Questo libro non esisterebbe senza quel corso di studio alla Lincoln.

Molte nostre conoscenze non ci sono più e queste immagini sono rimaste chiuse in qualche scatola per molto tempo. Alla fine, sistemarle e scegliere quali inserire nel libro è stato una sorta di processo di guarigione per noi. Ma non penso che nessuna delle due fosse davvero pronta ad affrontare gli scheletri nei nostri rispettivi armadi. Volevamo semplicemente mantenere vivo il ricordo delle nostre amicizie nel modo più positivo possibile. Alcune di quelle morti sono state tragiche, ma allo stesso tempo ci hanno ispirato, meravigliato, fatto commuovere perché erano persone fantastiche. Penso che se riuscissimo a trasmettere la loro positività al mondo ne sarebbero felici. L'abbiamo fatto per celebrarli e per dire "ecco com'erano davvero le cose negli anni ‘90." È il nostro tentativo di guarire.

ritratto di due skater a new york negli annni '90
una skater a new yorj negli anni '90
uno skater a new york negli anni '90
uno skater che salta nella new york degli anni '90

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

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Crediti

Testo: Emily Manning

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