“berlino è cambiata”—sven marquardt ci parla di fotografia, clubbing e futuro

Il fotografo e storico buttafuori del Berghain ha le idee molto chiare sulla Berlino di domani. Qui ci spiega come le immagini che scatta ne raccontano il cambiamento.

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lug 20 2018, 1:42pm

Termina in questi giorni Soulmates: il romanticismo oscuro della Berlino Est, mostra fotografica allestita negli spazi milanesi del Tempio del Futuro Perduto in cui sono raccolte le opere scattate da Sven Marquardt, storico buttafuori del Berghain, ma non solo. Negli ultimi anni infatti Marquardt ha dato sempre più spazio alla sua attività artistica, esponendo in diverse città d'Europa le immagini che ritraggono Berlino negli ultimi trent'anni.

Incuriositi dal rapporto che lega la club culture tedesca, e berlinese in particolare, al mondo dei creativi, abbiamo deciso di contattare Sven e fargli qualche domanda sul concetto di Heimat, sul passato e sul modo in cui Berlino è cambiata da quando negli anni '80 ha iniziato a far parte della sua nightlife, fino a diventarne il simbolo forse più conosciuto in assoluto.

Hai scattato le immagini esposte in quella che era Berlino Est. Il mio luogo preferito in quella parte di città è il Modersohnbrücke. Il tuo?
Anche i luoghi preferiti cambiano nel corso del tempo, soprattutto se, come me, vivi da moltissimo tempo in una città. Negli ultimi anni le esposizioni delle miei fotografie mi hanno permesso di visitare posti così incredibili che, a volte, mi ritrovavo a pensare: "Chi lo sa se avrò ancora la possibilità di tornare qui prima o poi?" Ecco, sono questi i luoghi che amo, quelli che vedi anche solo per un secondo, ma poi ti restano in testa per sempre. Vai a sapere poi se si tratta di cazzate sentimentali o lezioni di vita.

Tornando a noi, uno dei miei posti preferiti a Berlino è la Schönhauser Allee, sin dall'infanzia. Quando sono in città mi capita spesso di farmi una passeggiata lì intorno, anche perché vivo lì vicino. Ecco, camminare in questo viale mi fa sentire a casa.

Come ci si sente ad essere un artista di fama internazionale e allo stesso tempo una icona del Berghain?
Nel 2014 all'interno del Berghain si è tenuta la mostra ZEHN, che in tedesco significa dieci e rappresentava i dieci anni di vista del Berghain. Abbiamo voluto celebrare quel momento dando spazio alle opere di dieci artisti che, in un modo o nell'altro, sono o erano legati al posto. Tra loro c'erano Marc Brandenburg, Norbert Bisky, Viron Erol Vert e Pjotr Nathan, solo per citarne alcuni. Da quel momento, per alcuni di noi è iniziata una carriera più internazionale. Ed ecco come sono arrivato a essere qui, oggi. Tutto è nato tra le pareti di quel club, alla fine. E poi anche oggi Berghain è ancora la mia base, mentre la Ostgutbooking è la mia agenzia, quindi fotografia e Berghain sono due cose che vanno piuttosto di pari passo nella mia vita. Cosa avrebbe potuto funzionare meglio per me?

Qual è la tua foto preferita qui, se ne hai una?
Una foto preferita? Nah, in realtà no. Insieme al mio assistente e al team cerco di creare ogni volta un setting diverso per la mostra, così come selezionare foto, formati e presentazioni diverse, che si conformino al luogo in cui esporrò le mie immagini. Non esistono musei o gallerie con stanze perfettamente quadrate e muri perfettamente bianchi, quindi cerco di sfruttare lo spazio espositivo per raccontare il legame tra club culture e le mie fotografie. Ed è una sfida non indifferente.

Ecco, parliamo di questo: come si legano per te club culture e fotografia?
Vorrei che a trovare la risposta fosse chi osserva le mie fotografie.

Lo spazio a cui hai fatto riferimento è il Tempio del Futuro Perduto. Come ti sembra? Ci ritrovi qualcosa della tua Berlino?
La mostra ha aperto al pubblico durante l'ultima Fashion Week Uomo e non conosco altra città al mondo in cui la moda ha un ruolo così fondamentale. Volevo avere un'idea precisa della location, così lo scorso inverno ho visitato gli spazi del Tempio del Futuro Perduto cercando di immaginarmi come organizzare la mostra al suo interno. Non avrei mai immaginato di trovare un luogo simile nel centro di Milano! Spesso, quando un edificio viene ristrutturato, perde la sua anima, la sua essenza che lo rende unico e diverso dal resto. Ma al Tempio non è successo, è un luogo libero e incredibile. Tommaso Dapri e gli altri ragazzi hanno fatto un lavoro enorme, creando qualcosa che davvero rappresenta la clubbing culture di cui parlavo prima.

Se mi ricorda Berlino? I paragoni non mi piacciono. Il Tempio è il Tempio perché è a Milano. Non avrebbe potuto essere altrove.

Come descriveresti questa mostra itinerante?
L'esposizione milanese è una sorta di riassunto del mio lavoro fotografico, dei personaggi che ho scattato e degli ultimi tre decenni in generale. Immortala momenti incredibilmente intensi, ci sono immagini che parlano del rapporto tra distanza e vicinanza, di incontri e, ovviamente, anche di addii.

Ho cercato di dare spazio a quelle relazioni che hanno cambiato il corso della mia vita... Mi chiedo però se certi legami ancora esistono, anche se solo nei miei ricordi.

Ti occupi di sottoculture da decenni. Credi che ne esistano ancora? O ormai ha vinto il mainstream?
Di recente ho scattato la campagna di un brand emergente di Berlino. Tutti i ragazzi che ci lavorano hanno più o meno l'età che avevo io negli anni '80 del Punk e della New Wave, quando vivevo nella Berlino Est. Mi hanno fatto ricordare com'eravamo noi ai tempi. Per loro, come per noi, le sottoculture sono una boccata d'ossigeno che permette di sopravvivere, un lampo di successo e un momento di gloria.

Cerco di tenermi molto lontano dal mainstream; le sottoculture sono indispensabili. Spero sempre più persone e personaggi si legheranno a queste correnti underground.

Infine, da grande conoscitore della club culture, in che modo credi sia cambiato questo mondo da quando ci hai mosso i primi passi?
Berlino è cambiata tantissimo, ma è passato anche un bel po' di tempo da quando ho iniziato. Non sarebbe peggio se fosse sempre rimasta uguale a se stessa? Alcune cose sono invariate da decenni, come la libertà e la tolleranza che respiri tra le sue strade, ma nel corso degli anni si sono aggiunte novità positive al quadro generale. Quando torno qui dopo i miei viaggi, a volte quasi capisco l'hype che circonda Berlino.

Qualche settimana fa ho incontrato una coppia gay di New York che si è trasferita qui proprio per la libertà berlinese. Ho pensato fosse fantastico, poi ho iniziato a pensare al significato di questa situazione: forse non è solo una mia impressione, Berlino sta davvero diventando sempre più internazionale. È incredibile, ma c'è anche un lato negativo. Quando sto scattando nei miei posti preferiti di Berlino e davanti a me passano pezzi grossi della finanza e investitori, ecco, lì non posso fare a meno di pensare che sia un po' uno schifo. Mi chiedo se forse non sia il momento di cercarmi un nuovo posto, una nuova città. Forse non vivrò qui per sempre, forse mi trasferirò all'estero. Chi lo sa. Solo di una cosa sono sicuro: Berlino sarà per sempre la mia heimat, la mia patria.

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Altre cose sul Berghain, ma questa volte raccontate dall'illustratore Nicola Di Napoli:

Crediti


Intervista di Amanda Margiaria
Fotografie di Sven Marquardt su gentile concessione de Tempio Del Futuro Perduto