la mia vita: imma battaglia si racconta

Dagli archivi, il racconto in prima persona dell’attivista e leader del movimento LGBTQ italiano.

di i-D Staff
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08 marzo 2017, 12:45pm

Imma Battaglia al convegno della Fondazione Prada

La sfida è rendere possibile l'impossibile. La sfida è la ricerca di una trasformazione che abbatte le convenzioni e abolisce le categorie. Ed è proprio sul tema della sfida che si è basato il convegno tenutosi nel 2002 alla Fondazione Prada di Milano.

Ognuno dei partecipanti, appartenenti ai più diversi campi del sapere e del fare - lo psicanalista, il teologo, lo scienziato, il filosofo, il medico, l'architetto, l'etnologo e l'artista, così come il detenuto, il navigatore solitario, il disabile, lo skydiver, la body-builder e il transessuale -, sono stati invitati a esporre le proprie idee ed esperienze nel tentativo di costruire un terreno comune nel quale potessero crescere ulteriori riflessioni e nuovi contenuti sul significato della sfida. Imma Battaglia questo lo sa bene, visto che da anni si batte per i propri diritti e della comunità LGBT d'Italia. Questa è la sua storia:

Quando mi hanno invitato al convegno, da una parte sono rimasta un po' stupita, dall'altra mi è venuta un'incredibile curiosità di ascoltare le esperienze degli altri, ma, soprattutto, ho incominciato a pensare alla mia vita riflettendo sul termine 'sfida'. Non sono andata a cercare il significato sul dizionario, però la sensazione che ho avuto è stata quella di sentirmi a mio agio, perché in pochi istanti ho realizzato quale grande sfida fosse la mia vita. È abbastanza semplice: sono una donna, sono meridionale e sono lesbica. Penso possa bastare; certo mi sarebbe potuto accadere qualcos'altro, avrei potuto avere una di quelle caratteristiche che in qualche modo definiscono l'individuo 'sfigato'; intanto penso che sia sufficiente pensare a me come donna meridionale e lesbica. Ascoltando gli interventi degli altri relatori, mi sono resa conto che la mia vita è stata rappresentata da una sfida, una sfida che in termini positivi è intesa come caparbietà nel trovare un'identificazione, nel guardarmi dentro e capire chi io sia e, una volta compreso questo, essere me stessa senza ambiguità. Questa è stata la parte privata della mia sfida; poi c'è la parte pubblica, che tutto sommato un è paradosso, dal momento che ho dovuto vivere - e ho voluto vivere - una vita pubblica in base a quella privata, per affermare la sfida che era insita in essa. Nella vita pubblica, invece, ho sfidato in termini negativi. Ho proprio lanciato una sfida: alle istituzioni, alla società, all'egemonia di una cultura cattolica che ci invade in maniera prepotente; e ho osato con semplicità... Per esempio, trovavo assolutamente naturale affermare it diritto di fare una manifestazione di omosessuali nell'anno del giubileo; trovavo che fosse in linea con la nostra Costituzione, con il fatto che il mio passaporto è un passaporto dello Stato italiano e non di quello del Vaticano, per cui con una semplicità, anche in questo caso meridionale, con questa faccia un po' innocente e ingenua che ho, dicevo: "Ma perché? In fin dei conti è un diritto; è l'anno 2000 e ci dobbiamo ricordare che non siamo tutti cattolici, che crediamo tutti in questo Stato e non nelle regole dello Stato del Vaticano". E alla fine è scoppiato un putiferio e la mia vita privata è stata sbattuta sulle prime pagine di tutti i giornali. L'ho fatto in maniera provocatoria: lanciavo una sfida ed ero pronta a battermi a duello. In quel periodo ho sfidato a duello il governo di sinistra. 

Insulto omofobo rivolto a Imma Battaglia sulla vetrina della Libreria gay "Babele" a Milano, 2006

Devo dire che oggi, come donna di sinistra un po' 'triste', mi piacerebbe sfidare allo stesso modo chi ci rappresenta ma... E qui giungo al paradosso della vita che vivo come attivista lesbica: scopro che il movimento omosessuale, essendo ideologica-mente attestato su posizioni conservatrici, su versanti magari antagonisti, non riesce a trovare una forma per portare in piazza ed evidenziare l'atteggiamento del governo di centro-destra sul tema del diritto civile. Ora pensando al concetto di sfida e sapendo che sono una compaesana di Luigi Pagano, vorrei lanciare a lui una sfida, visto che stiamo parlando anche di carceri e che lì c'è una problematica assolutamente interessante: la questione omosessuale. La relazione tra questione omosessuale e carceri è un tabù ed è un problema enorme; è inutile nasconderlo. Esistono casi in cui la discriminazione in questo senso comporta una difficoltà di vita che credo meriti un'attenzione particolare, per cui ritengo che se ne debba parlare in maniera chiara, evidente, senza ambiguità di termini. In realtà la sfida più divertente della mia vita è stata quella dell'adolescenza, l'essere nata a Portici, un paesino di provincia a otto chilometri da Napoli, una cittadina-dormitorio, un quartiere-dormitorio. Tre feminine e un maschio... In questo contesto si rafforza it senso della 'sfida' come impegno, impegno assoluto, vissuto senza aspettarsi niente in cambio. Essere donna meridionale voleva dire che era scritto nel mio DNA, fin dalla mia nascita, che io dovessi far parte di quella schiera di donne che nel giro di pochi anni avrebbero dovuto assumere il ruolo della donna-madre, in un ciclo di vita in cui perché siamo al mondo e che cosa dobbiamo fare sono domande superflue. Allora sin da bambina - pur senza averne la consapevolezza - ho cominciato a ribellarmi. Mia madre mi racconta sempre questo episodio: "A tre anni ti abbiamo regalato una carrozzina così bella che sembrava vera; e tu che cosa hai fatto? L'hai scassata subito". E io oggi, quando me lo racconta, rido: e per fortuna l'ho scassata immediatamente, perché era il simbolo di quella vita prestabilita da una cultura che non viene messa in discussione. La cosa più importante - che ho capito quando sono cresciuta - è ribellarsi ai ruoli, ai modelli che ci vengono imposti. E io ho cominciato fin da subito: le gonnelline, i capelli lunghi, i boccoletti, la prima comunione con il vestito da sposa; e mia madre sempre a raccontarmi che io mi levavo il velo e che non volevo mai mettermi la gonna. 

Imma Battaglia durante la prima comunione

Quello che viene recepito è la banale impostazione del modello: se non ero donna secondo le regole tradizionali, allora ero un maschio mancato. E anche allora ho cominciato a ribellarmi, senza avere la consapevolezza di quale fosse la battaglia che stavo combattendo. L'unica cosa che sapevo è che non trovavo né un posto né delle persone per me: non c'era un luogo a scuola, non c'era un luogo tra gli amici, non c'era un luogo nello sport; c'era solo questo ribellarsi e cercare di essere comunque donna con quelle che io stabilivo come regole: la realtà vissuta per quello che è. Io ero, e sono, donna, ma non volevo essere come gli altri avevano stabilito. Quando qualcuno faceva questa ridicola constatazione: "Ma tu non fai niente per sembrare donna", io rispondevo: "Ma chi è che ha stabilito come deve essere una donna? Quali sono le regole di questo mondo?". Allora la sfida è stata proprio ribellarmi a regole antiche secondo cui si è donne se ci si mettono le calze di nylon, si è donne se si hanno i capelli lunghi. Non faccio niente per sembrare donna né per sembrare uomo; sono quello che sono e basta. Ancora oggi vedo i bambini turbati quando mi guardano. Sarà perché sono alta un metro e ottanta; per mia sfortuna (ma adesso non Ia interpreto come una sfortuna, bensì come un'indicazione di quello che dovevo compiere nella vita: il percorso di identificazione e di affermazione di nuovi modelli) la natura mi ha fatto alta, con due spalle grosse, per cui quando cammino per strada mi sento dire: "Giovanotto, mi aiuta ad alzare la saracinesca, lei che è forte?". In realtà, io non dico: "No, non sono forte"; alzo la saracinesca. E quando i bambini mi fermano per strada e mi chiedono: "Ma tu sei maschio o femmina?", io rispondo: "Fai un po tu, come preferisci. Non ha nessuna importanza". Ma questo è quello che succede oggi, dopo aver fatto il percorso della scoperta dell'omosessualità non come fatto caratteristico ma piuttosto nel senso di un rifiuto del modello opposto... Forse uno psicologo, se adesso andassi a fare una terapia, mi direbbe che in realtà si capiva che ero omosessuale sin da quando ero bambina. Ne sono certa. Qualcuno ha già provato a dirmi che era la manifestazione di un'omosessualità latente, ma io credo che non sia affatto vero. II problema di questa vita è mettere in discussione i modelli provare a guardarsi dentro ed essere se stessi. Questa è la sfida più grossa che io porto avanti ogni giorno, che continuo a fare, che ho dovuto fare e che mi ha condotto, comunque, in una situazione di confusione e di sofferenza che non è stata affatto banale. Poi a vent'anni mi sono innamorata di una donna, dopo aver avuto tutti i miei bei fidanzatini, e quindi senza la certezza, a differenza di alcuni amici omosessuali, di averlo capito sin da bambina; tutto a un tratto mi sono ritrovata senza una strada ben definita. Anche in quel caso non ho seguito i modelli tradizionali: mi sono semplicemente innamorata. E quest'amore è stato un bell'amore, una cosa che mi dava gioia. 

Imma Battaglia a quattro anni

Nel momento in cui mi ribellavo al modello femminile, in termini di identità di genere, non avevo paura della società. Non dimenticherò mai il primo giorno di scuola al liceo scientifico; il professore d'italiano fa l'appello: "Immacolata Battaglia". lo mi alzo (ho sempre avuto i capelli corti, alta un metro e ottanta) e dico: "Presente". E lui: "E tu che cosa c'entri?". "Sono io, sono Imma Battaglia". "Ma no, questa e una donna e tu sei un uomo". Trenta persone che ridono; trenta persone che ti prendono in giro. E devo dire che avere la forza comunque di affermarsi e di non tornare a casa a mettersi la gonnellina o a mettere iI seno in evidenza, o qualunque cosa per far sì che gli altri non ridano di te, è stata una lotta. È stata una lotta con me stessa ed è stata una lotta anche quando poi ho rischiato di vederla vanificata, nel momento in cui era ovvio che, essendo un maschio mancato, allora dovevo essere omosessuale. Lì ho avuto un nuovo moto di ribellione perché non era vero, perché non ero un maschio mancato, perché non ero omosessuale per iI fatto che qualcuno aveva stabilito che ero un maschio mancato. Mi ero semplicemente innamorata, una cosa che, vivendo Ia vita e lasciandoti invadere dalle emozioni e ricevendo le informazioni dall'esterno in maniera aperta, succede. Succede che ti puoi innamorare di una donna, così come succede che ti puoi innamorare di un uomo. Non lo puoi sapere. Comunque, nella vita ti succede di avere dei valori e di crederci al punto da non mollare mai. E così la mia battaglia privata si è trasformata in modo assolutamente naturale in una battaglia pubblica, nel momento in cui sono entrata in una comunità omosessuale e ho scoperto che eravamo tantissimi e che moltissime persone soffrivano per qualcosa che era ridicolo pensare che dovesse dare sofferenza. E allora mi sono esposta al pubblico, ho cominciato a chiedere il perché e mi sono ribellata; mi sono opposta in maniera assolutamente provocatoria, forte. La ribellione e Ia provocazione sono atti necessari perché qualcosa che è stato sommerso venga affermato ed emerga, perché qualcosa che nessuno ha mai voluto vedere venga fuori. II passaggio dalla provocazione all'integrazione è una transizione difficile, che tuttavia può essere letta come una tappa verso la normalità. Ma nel momento cui si vive essendo se stessi, io dico che Ia normalità non esiste, così come non esiste l'anormalità. Esistono gli individui e le emozioni degli individui. Ecco perché penso che questo nome e cognome, Immacolata Battaglia, siano veramente appropriati al mio fisico. Mia madre non è molto contenta di me; ma io mi ribellerò fino alla morte dove vedrò ingiustizia, dove vedrò mancanza di purezza. 

Crediti


Testo Imma Battaglia.
Foto © Fondazione Prada - Graziella Vigo / © Imma Battaglia / Wikipedia
Uno speciale ringraziamento va alla Fondazione Prada per la gentile concessione del materiale. 
Estratto dal libro "La sfida" edito dalla Fondazione Prada in collaborazione con la Casa Circondariale-Milano San Vittore, 2002.

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