il nuovo volto dell'italia underground negli abiti di wav clothing

Abbiamo incontrato la designer del giovane brand streetwear italiano assieme alla fotografa che sta dietro il lookbook dell'ultima collezione per parlare di originalità, Italia e innovazione.

di Giorgia Baschirotto
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22 febbraio 2016, 9:50am

"L'idea del work in progress che sta dietro la collezione è nata quando, girando per Milano, ho visto delle strade con dei lavori in corso. Era prima dell'inizio di Expo, Milano era già in fermento," mi racconta Giuia, la giovane designer che sta dietro Wav Clothing, brand streetwear 100% italiano che unisce tessuti tecnici e immaginario skate. La strada e la cultura street sono i motivi da cui attinge Wav per rappresentare il lato più puro e autentico dei giovani italiani, un lato che spesso non emerge quando si pensa alla Milano patinata del mondo della moda e della finanza. Eppure nel sottobosco underground qualcosa si sta muovendo, giovani come Giulia vogliono dare vita ad un prodotto nuovo ed originale e a collaborazioni stimolanti. Una di queste è quella nata con la fotografa Michela Biasibetti, che con la sua Contax ha scattato le foto dell'ultimo lookbook del brand. La serie vede come protagonisti dei ragazzi qualsiasi, immortalati dopo una nottata nei club, con addosso le magliette arancione fluo che caratterizzano la collezione - un richiamo alle casacche ad alta visibilità degli operai stradali.
i-D ha incontrato Giulia e Michela per parlare del concetto di italianità, della Milano di oggi e delle loro ispirazioni.

Com'è nato Wav? Lavori da sola a questo progetto?
Wav e nato dalla collaborazione con un altro ragazzo qualche anno fa, che poi ha deciso di lasciare il progetto. Anche se formalmente sono io al timone del brand, continuo a collaborare sempre con diverse persone, per cui non sono mai davvero da sola. Ascolto i consigli della gente e mostro sempre i miei lavori perché trovo utile avere un feedback. Per questa ultima collezione in particolare ho lavorato a stretto contatto con lo stylist Piermattia Aiello. Abbiamo riflettuto assieme sull'uso delle grafiche, sul concetto del work in progress, sull'accoppiamento tra il cotone e il poliestere, ricreando un rosa che non esiste in realtà: è l'arancione riflettente che si specchia sul bianco, dando questo risultato cangiante. Il suo aiuto ha significato davvero molto!

La collezione si chiama Destroy Italianism, qual è la tua definizione di italianità e qual è il concetto che sta dietro a questo nome? 
Giulia: Innanzitutto Wav è un brand prodotto interamente in Italia, con tessuti italiani. Nella prima collezione ho utilizzato la gestualità italiana in modo autoironico, volendo celebrare al tempo stesso la mia cultura. Con questa collezione ho voluto invece distruggere tutto ciò che avevo creato fino ad ora per elaborare una nuova concezione di italianità. Ho voluto far vedere quali sono i nuovi ragazzi italiani, quelli che non rispecchiano ciò che da fuori viene associato al concetto di italiano. Ho iniziato a fare abiti per i miei amici skater, sono sempre stata legata alla cultura street ed è per questo che i protagonisti dello shooting sono giovani che ho incontrato per caso per le strade di Milano.

Michela: Lo skate e la cultura street non sono cose che vengono associate al concetto di italiano, e le reference che ci siamo scambiate quando abbiamo scattato non includono ad esempio nomi di artisti italiani. Per le foto mi sono ispirata a Ari Marcopolus, Stephen Shore. Giulia voleva degli scatti in analogico, sporchi. In Italia di solito siamo più commerciali. Le stesse cricche che nascono qui il più delle volte si rifanno a gang nate all'estero, non c'è mai qualcosa che parte da noi a cui gli altri guardano. Quello che vuole rappresentare Giulia ha poco a che fare con l'italianità, ben venga il destroy a questo punto.

Cos'altro ha ispirato la collezione?
Giulia: Mi sono lasciata ispirare sicuramente dalla cultura rave e techno degli anni '90.

Com'è nata la vostra collaborazione?
Michela: È un progetto comune fondato principalmente sull'amicizia. Quando abbiamo scattato non sapevo quali sarebbero stati i protagonisti dello shooting, ci siamo incontrate ed è nato tutto spontaneamente.
Giulia: Il casting è stato fantastico: era sera e stavo andando al Rocket per lavorare, ad un certo punto lungo la strada ho sentito un profumo molto forte, mi sono girata e ho visto Gustavo, uno dei ragazzi che appare nello shooting, appoggiato su un muretto mentre fumava. Gli ho detto subito che lo volevo come soggetto delle foto, ci siamo risentiti e tramite lui ho conosciuto anche gli altri ragazzi, suoi amici.

Michela qual è il tuo rapporto con la fotografia?
Il mio percorso lavorativo si distanzia dalla fotografia, ma quando mi si presenta un progetto interessante mi fa sempre piacere scattare. Ultimamente mi è capitato ad esempio di scattare Clara 3000 per i-D e Dianne, che è anche la protagonista dell'ultimo film di Lerry Clark, per Marfa Journal. Per me ha molta importanza il soggetto che scatto. Cerco sempre di instaurare un rapporto con chi ho davanti perché vorrei che dai miei scatti trasparisse un senso di intimità. Se conosci chi hai di fronte lo sguardo di quella persona è diverso, chi presta un minimo di attenzione quando osserva lo scatto lo capisce all'istante. Per quanto riguarda le mie influenze, Ari Marcopolous, che ho già citato, è il mio riferimento principale. Averlo incontrato 5-6 anni fa probabilmente è stato uno dei motivi per cui ho comprato la mia Contax con cui scatto abitualmente. 

Giulia so che di recente di sei avvicinata alla maglieria. Perché ha suscitato il tuo interesse?
Sono cresciuta nel mondo della maglieria ma non l'ho mai compreso completamente. Ora sto studiando al politecnico per apprendere a pieno il suo utilizzo e possibile sviluppo. Recentemente mi sono avvicinata a questo ramo dell'abbigliamento perché ti da una grande libertà di sperimentazione, parti da un filo e crei tu il prodotto da zero. Ne scegli la composizione, la lavorazione, puoi creare ciò che vuoi, hai moltissime possibilità davanti a te. Inoltre lavoro sempre con bravissimi fornitori e artigiani in Veneto, che è la mia regione.

Come pensi di inserire questo tipo di lavorazione nello streetwear?
La maglieria è sempre stata vista come un qualcosa di antiquato, soprattutto peri i giovani, che la ricollegano subito al maglione della nonna, quello che punge. Una volta la maglieria veniva utilizzata molto nell'ambito tecnico sportivo, tute da sci, t-shirt ciclistiche e molto altro; ora è tutto in tessuto tecnico specializzato. Questo però non significa che non si possa trovare un modo per unire i filati naturali ai tessuti artificiali, ad esempio un'unione fra il filato di carbonio e la lana potrebbe creare tessuti interessanti, tecnici con un sapore naturale e possibilmente rivisitati in chiave streetwear.

Che difficoltà incontri dal punto di vista economico?
Giulia: Le difficoltà sono tante, i costi dei tessuti sono alti come anche i costi di produzione. Voglio essere sicura del progetto che ho in mente prima di affidarmi a un finanziatore. Di recente sono stata alla Fashion Week a Londra è lì senti un grande fermento, la stampa si concentra sui designer giovani, se sei un creativo vieni supportato molto, anche economicamente. Lo stesso vale per New York, stanno puntando moltissimo sugli emergenti. In Italia invece non c'è un supporto di tipo economico per i giovani stilisti.
Michela: Sì, in Italia manca quel sostegno che ti permette di gettare le basi, e spesso anche chi ce l'ha finisce per creare un prodotto commerciale e non qualcosa di davvero innovativo. Inoltre, qui sembra non esistere nemmeno il concetto di aiutarsi a vicenda, di crescere assieme, e ciò significa che dall'esterno non verrà mai percepita quell'energia che scaturisce da una collaborazione. C'è sempre la paura di venire prevaricati.

La collezione si relazione in qualche modo alla città in cui vivi?
L'idea del work in progress è nata quando, girando per Milano, ho visto delle strade con dei lavori in corso. Era prima dell'inizio di Expo, Milano era già in fermento. Ho pensato di utilizzare il giallo e l'arancione fluo per la collezione prendendo spunto dalle casacche degli operai e dalla segnaletica.

E tu Michela come stai vivendo Milano invece?
Io vedevo Milano più viva nel 2009, 2010. C'era un certo tipo di serate e di eventi che io trovavo più divertenti, interessanti, come il Brutto Posse in Sacrestia. Mi sembrava ci fosse un po' più di energia, era un momento in cui a Milano si poteva creare la stessa cricca che ora trovi in altre città. Milano mi piace e non penso la cambierei con un'altra città. L'Italia è l'Italia, la qualità della vita è superiore rispetto ad altri posti, ogni volta che vado all'estero alla fine non vedo l'ora di tornare. Il problema però è che non qui non creiamo niente di nuovo, troppo spesso scimmiottiamo quello che fanno gli altri all'estero.

Quali sono i vostri piani per il futuro?
Giulia: 
Mi piacerebbe continuare a collaborare con i ragazzi, persone che conosco per le strade. Mi capita di farlo spesso, parlo con loro delle loro storie e da lì traggo ispirazione per le mie creazioni. Collaborare per me è alla base di tutto, e questa cosa che è nata con Michela è la prova che anche in Italia, se c'è la volontà, ci si può dare una mano ottenendo buoni risultati.

wavclothing.eu

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Michela Biasibetti
Un grazie speciale a Alphabet Milano

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