jeans for refugees è l'iniziativa che vi farà aprire gli occhi sulla crisi dei rifugiati

i-D ha avuto il piacere di conoscere meglio Johny Dar che nel 2016 ha dato vita all'iniziativa benefica Jeans for Refugees, un'asta online dove puoi comprare i jeans donati delle tue celebrità preferite per una buona causa!

di Cecilia Broschi
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18 ottobre 2016, 10:05am

Johny Dar è un designer americano nato a Cincinnati che nel 1999 ha dato vita alla suo brand, Johny Wonder, dopo aver soddisfatto l'industria della moda con diverse collezioni all'avanguardia indossate da alcune delle icone più importanti degli ultimi 20 anni come Naomi Campbell, Nelly Furtado e P!nk ha deciso di lasciare le caotiche città americane per intraprendere un viaggio e scoprire le diverse culture e usanze dei Paesi del mondo. Questo viaggio e il suo intimo rapporto con moda e arte l'hanno portato a far emergere la sua sensibilità riguardo alle problematiche sociali che colpiscono il mondo d'oggi, così nel 2016 Johny Dar da vita ad un'iniziativa benefica interessante ed innovativa, Jeans for Refugees. La collaborazione artistica ha lo scopo sensibilizzare le persone di tutto il mondo sull'odierna problematica dei rifugiati e di raccogliere una buona somma di denaro da donare in favore di quelle persone che scappano dal loro Paese natale per sfuggire a sofferenze e oppressioni. Jeans for Refugees vede la partecipazione di 100 celebrità che appartengono all'ambiente di musica, moda, arte e film tra cui Elton john, Woody Allen, Vivienne Westwood, Sofia Coppola, Emma Watson, Kate Moss e Sharon Stone, per citarne alcuni. Ogni icona ha donato un suo paio di jeans in beneficienza per permettere a Dar di personalizzarli e metterli all'asta e presto i 100 paia di jeans saranno esposti alla Saatchi Gallery di Londra. Proprio per quest'occasione noi di i-D abbiamo avuto il piacere di incontrare il padre di quest'iniziativa per capire meglio il suo messaggio.

Come hai avuto l'idea per questo progetto?
Jeans for Refugees nasce perchè ero stufo, arrabbiato e triste di vedere sui social media tutte quelle immagini terrificanti che ritraevano i rifugiati in pessime condizioni, volevo fare qualcosa a riguardo ma non sapevo esattamente cosa. L'idea di chiedere in dono 100 paia di jeans alle celebrità mi venne in mente mentre stavo viaggiando da Los Angeles a Londra, non conoscevo così tante persone famose, ma ne avevo incontrate abbastanza per riuscire a far partire il progetto.

A sinistra: Pedro Almodovar. A destra: Jane Birkin.

Come sei riuscito a raccogliere i jeans dalle persone famose?
Credo di aver iniziato a creare una rete di conoscenze quando diedi vita alla mia prima collezione a Hollywood nel 1999, vestivo celebrità che attualmente hanno partecipato a questa iniziativa... L'idea mi è sembrata possibile fin da subito, e così è stato!

Parlaci della performance...
L'idea originale era quella di dipingere in una performance artistica 100 paia di jeans di fronte in un campo profughi, in modo che questa campagna potesse direttamente interagire con loro. Quest'idea però poteva funzionare solo se avessi avuto 100 paia di jeans tutti in una volta, ma, credeteci o meno, stiamo ancora rincorrendo alcune celebrità che hanno confermato la loro partecipazione 5 mesi fa e non hanno ancora spedito il loro paio. La performance live nel campo profughi doveva avvenire quest'estate, ma bisogna tener conto delle possibili variabili e dell'armonia con cui devi tenere la performance; a quel tempo non ho avuto l'opportunità di farla. Speriamo di avere successo e di dare la consapevolezza necessaria a proposito di questa importante causa sperando di completare questa iniziativa al meglio.

Per modificare i jeans ti sei ispirato alle celebrità che li hanno donati in beneficienza?
Sì, assolutamente.

A sinistra: Sharon Stone. A destra: Elton John.

Oltre alle iniziative di beneficenza, pensi che l'arte possa aiutare in qualche modo a risolvere questi problemi legati alla sfera sociale?
Dal mio punto di vista la maggior parte dei problemi nasce da un problema di comunicazione. In questi casi penso che il miglior strumento per comunicare sia l'arte. Credo che l'arte possa trascendere i limiti imposti dalla religione, dalla cultura o dalla politica. L'arte le mescola tutte, gli dà nuova forma, ispirando così anche quelle persone che al momento si ritrovano ad essere rifugiate; prima di diventare dei rifugiati non sono riusciti a plasmare il loro mondo e a farlo diventare un qualcosa di diverso, libero dalle sofferenze che devono affrontare oggi. L'arte può permetterci di sognare di nuovo, perché la vita prima di diventare realtà non è altro che sogno. Abbiamo bisogno dell'arte per immaginarci un nuovo futuro.

Ti andrebbe di condividere con i-D un pensiero sul perché la crisi dei rifugiati sia un qualcosa che riguarda tutti noi, anche se spesso concepiamo questa problematica come un qualcosa di estraneo, lontano alla nostra quotidianità?
Credo che il vento e l'acqua possano aiutarci a capire al meglio questo fenomeno: se una petroliera francese affonda nel Mar Mediterraneo non inquinerà soltanto la costa francese ma tutte le spiagge bagnate da quel mare. Se un reattore nucleare esplode e le radiazioni inquinano l'aria tutti ne risentiranno. Credo che lo stesso accada per gli esseri umani, tutti veniamo toccati emotivamente dalla vicenda dei rifugiati. Grazie ad internet e alle nuove tecnologie tutto il mondo è maggiormente connesso, dobbiamo però accettare l'idea di influenzarci gli uni con gli altri. Fino ad ora abbiamo vissuto la tecnologia in modo pigro: da un lato semplifica le nostre vite, ma dall'altro ci mostra anche i cambiamenti che dovremmo apportare per migliorarle. 

jeansforrefugees.com

#jeansforrefugees

Crediti


Testo Cecilia Broschi
Foto su gentile concessione di Jeans for Refugees

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