come costruire la sfilata perfetta (se esiste): abbiamo intervistato fausto poli

Fausto Poli ci racconta il backstage delle artistiche sfilate da lui progettate e i suoi consigli per sopravvivere all'imminente fashion week... Siamo sicuri che Milano sia ancora una delle capitali della moda?

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23 febbraio 2016, 11:15am

Quali sono gli interrogativi che vi siete sempre posti relativamente al mondo delle Settimane della Moda e dei pianeti e satelliti che intorno a queste orbitano? Tramite Instagram, Snapchat e i più potenti hashtag, sicuramente avrete soddisfatto qualsiasi desiderio dei vostri occhi curiosi... Ma vi siete mai domandati come nasce e prende vita una sfilata oggi? In un momento storico di totale cambiamento e rivoluzione per il mondo della moda abbiamo pensato fosse giusto fermarci un attimo a riflettere. Abbiamo deciso di indagare il backstage dei backstage parlando con Fausto Poli, l'art director delle passerelle e delle collaborazioni più artistiche. Dal design di Sottsass alla video arte di Diana Eugeni Le Quesne, la sua formazione da architetto si è trasformata in maniera osmotica nel momento in cui è venuto in contatto col mondo della moda e, nello specifico, con Costume National, la maison italiana diventata la sua seconda casa. Così, tra il gatto gigante di Arthur Arbersser e l'uomo intellettuale che Gaia Trussardi ha presentato a Brera, abbiamo voluto chiedergli alcuni consigli per sopravvivere all'imminente Fashion Week italiana... E già che c'eravamo, per conoscere il suo punto di vista sul ruolo di Milano tra le capitali della moda e come realizzare la sfilata perfetta...

Come nasce la tua passione per il lato creativo/costruttivo/organizzativo del mondo della moda?
In realtà ci sono arrivato in maniera naturale. Mentre studiavo architettura a Milano, ho iniziato a collaborare occasionalmente con Costume National. All'epoca avevo solo 21 anni e pian piano mi sono trovato coinvolto nella crescita esponenziale del brand, a dover far fronte alla nascita del merchandising, alla linea più giovane C'N'C... Era il 1994/1995, erano gli inizi e io mi auto-incaricai di sviluppare il settore produttivo del brand: seguire i fornitori, le luci, il design legato a ciascun determinato progetto... E così sono cresciuto insieme al marchio. Il lato pratico delle cose è sempre stata la mia peculiarità. Per qualsiasi tipo di lavoro, penso prima di tutto allo sviluppo pratico da coniugare poi con l'aspetto creativo e infine realizzarlo. Se non fossi stato così non avrei fatto architettura. Come dicevo prima, è stato un passaggio semplice e naturale, non mi sono nemmeno accorto di aver scelto una professione!

Con "Memento Duo" hai creato nel 2013 lo stivale perfetto...
"Memento duo" è nato da un'idea di Vito Regano (abile designer di accessori che al momento lavora per Krizia) e mia. Entrambi infatti abbiamo una lunga esperienza di collaborazione con altre case di moda; a un certo punto abbiamo capito che era giunto il momento di realizzare qualcosa di nostro e mettere così a frutto tutto il nostro know how. Volevamo creare uno stivaletto che non avesse una specifica determinazione di genere. È stato il primo esperimentono gender quando ancora nessuno affrontava questa tematica. All'epoca della nostra uscita, ci siamo guardati intorno e abbiamo visto che le cose stavano cambiando. Lea T si affacciava sulle passerelle e c'erano una serie di segnali che facevano capire che non aveva senso parlare di genere quando ci si riferiva agli accessori. Abbiamo fatto una ricerca storica e sapevamo che i chelsea, modello più iconico, erano stati svigluppati in Inghilterra negli anni '60 da artigiani italiani con sede nell'omonima città. Abbiamo capito che avevamo il made in Italy a nostra disposizione e abbiamo recuperato alcune fasi di lavorazione in disuso; e dopo uno studio sulla forma anatomica maschile e femminile (che ovviamente sono diverse), le abbiamo fuse in un'unica scarpa senza genere. Da lì abbiamo sviluppato la forma su due tacchi. Il risultato ha riscontrato subito un grande successo. Siamo stati finalisti di "Who's on next" del 2013 e il prodotto è stato distribuito per due anni; adesso siamo in un momento di stop a seguito di una fase di ristrutturazione. Volevamo farlo evolvere in una collezione non legata solamente allo stivale. "Memento duo" dovrebbe essere un prodotto che si sviluppa solamente per capi iconici reinterpretati senza genere.

Memento Duo - campagna. Foto Gabriele Giussani.

E per realizzare la sfilata perfetta?
La sfilata perfetta non esiste perché la sfilata dipende molto dal messaggio che uno vuole veicolare. Rappresenta inoltre l'apice di un processo che dura sei mesi - anche se forse tra poco non sarà più così... L'importante è raggiungere l'obbiettivo primario: rispecchiare ciò che il designer vuole rappresentare. Il messaggio della sfilata arriva direttamente dalla collezione stessa e dall'idea dello stilista. È importante infatti condividere le proprie visioni. A me piace infatti stabilire un rapporto intimo col direttore creativo. Scelgo di non seguire tanti brand ma di lavorare solo con i designer verso i quali sento una maggiore affinità. Sarà sicuramente più facile entrare così nella mente dell'altra persona e poter trasferire, in un progetto architettonico effimero, l'idea di una collezione. Per quanto riguarda lo spazio, a me piace avere un contatto diretto anche con la location. Amo fare scouting ed essere io stesso a selezionare il luogo perfetto, cercandolo tra spazi mai utilizzati o dando nuovo volto a sedi già usate. Dall'ambiente arrivano a volte input interessanti.... Una volta che si sono definiti questi primi elementi, l'importante è riuscire in un'unica cosa soltanto: emozionare lo spettatore già dal momento dell'ingresso. Lo show dura meno di dieci minuti e, ancor più dei primi secondi d'inizio sfilata, conta la percezione che il pubblico ha della sala perché, ovviamente, una volta partita la musica, la parte da leone la fanno gli abiti.


Autunno/inverno 15 Arthur Arbesser

Cosa puoi raccontare riguardo ai tuoi ultimi progetti?
Per quanto riguarda le mie collaborazioni continuative, sto lavorando da due anni con Trussardi; con Arthur Arbesser sin dal lancio del suo brand, e con Costume National sin dai suoi esordi. Inoltre, vengo spesso coinvolto in collaborazioni sporadiche ma è con i primi tre brand che sento una profonda affinità. Trussardi, sotto la guida di Gaia, sta prendendo una direzione forte e si sta riavvicinando all'impegno del padre. Ritengo infatti che anche in questo settore i legami familiari portino ad affinità di intenti e a mantenere un sentire comune. A Gaia piace legare la moda alla musica e all'arte. Sono stato veramente felice di aver potuto seguire le sue ultime presentazioni che rappresentano delle vere e proprie performance che vanno al di là degli abiti stessi. Ed è proprio questo che amo dei progetti realizzati insieme. Sulla stessa linea di ispirazioni si muove Arthur. Trovo veramente interessante la vibrazione positiva che si è creata intorno al suo progetto e che è costantemente tangibile nell'ammirazione che tutti gli rivolgono. Per la sfilata del giugno 2015 in occasione di Pitti Immagine, la selezione di oggetti di design e opere di Ettore Sottsass è stata curata da Arthur insieme a Luca Cipelletti mentre io mi sono occupato del set design, delle luci... Per la sfilata dello scorso settembre, l'idea del monumentale gatto all'ingresso della sala è nata dalle stampe utilizzate per la collezione che sono state ingigantite e da specifici riferimenti a Balthus e alla sua "Ragazza col gatto". Per la sfilata di febbraio dell'imminente Milano Moda Donna abbiamo lavorato insieme coinvolgendo talents che si sono messi a totale disposizione dell'eclettico designer perché credono profondamente nel suo lavoro, perché c'è attenzione, perché c'è amore e ne siamo tutti permeati. Aggiungo solo che lo spazio scelto sarà una sorpresa in zona Tortona... Ma non aggiungo altro! Infine, Costume rappresenta la mia famiglia. È un marchio che ha fatto e sta facendo di tutto. E io nutro una grande ammirazione per quello che sta riuscendo a creare. È sempre riuscito a restare indipendente, a far affidamento sulle sue forze e ad andare avanti mantenendo un livello sempre molto alto. Siamo vicini ai trent'anni, di cui 20 passati insieme.


Primavera/estate 16 Trussardi

Qual è stato il tuo lavoro più "imponente"?
Potrei fare molti esempi... Anche di "imponenti" dal punto di vista fisico-architettonico! Nel febbraio 2009 ho curato la sfilata C'N'C Costume National al Teatro dell'Arte di Milano, con la collaborazione della video artista Diana Eugeni Le Quesne. Quest'ultima aveva infatti ripreso ciascun look proiettandolo su un'ernome scultura a tunnel e le modelle attraversavano questa realtà virtuale. Sicuramente anche le presentazioni messe in scena per Trussardi costituivano dei lavori piccoli in scala ma grandi dal punto di vista del contenuto. Facendo questo mestiere ormai da molto tempo, non mi stupisco più di niente e allo stesso tempo niente mi appare più realmente gigantesco. Ogni progetto deve avere la grande attenzione che si merita.

Cosa ci dobbiamo aspettare per le passerelle milanesi di febbraio?
Parlo in veste di tecnico e dei brand ai quali sono molto legato. Penso che in questo momento ci sia un desiderio di minimalismo opulente. Potrebbe sembrare una contraddizione ma in realtà non lo è affatto. Forme pulite si uniscono a materiali molto ricchi. Ovviamente non voglio generalizzare perché ogni marchio sviluppa input personali e totalmente diversi. Ma noto come si stia cercando di trovare la particolarità che arricchista la collezione senza soverchiarla. Anche per quanto riguarda le location, io non amo allestimenti troppo barocchi però voglio che si intraveda il lusso. Perché in mancanza di questo, sarebbe fast fashion.

Cosa rappresenta Milano? È ancora una delle capitali della moda?
Penso che Milano debba restare una delle capitali. E il motivo è semplice: il made in Italy rappresenta una linea di demarcazione molto forte. Noi siamo i detentori di questo marchio registrato, di questo valore aggiunto e dobbiamo salvaguardarlo. Per fare in modo che non decada, dobbiamo rinnovare il nostro sistema moda che al momento si muove secondo ritmi congestionati. Grazie alla recente nomina di Carlo Capasa come Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, si sono visti alcuni cambiamenti ma sono solo dei primi passi. Per cambiare veramente le cose è necessario che si muovano le maison più forti. Basta guardare il calendario della prossima Settimana della Moda di febbraio per capire che le cose non vanno. Il fatto che Gucci sia presente il primo giorno è ottimo ma dovrebbe sfilare in una fascia oraria diversa, la mattina ad esempio, così da attirare l'attenzione anche sulle collezioni più deboli che altrimenti non riceverebbero la giusta attenzione. Così come Armani, l'ultima grande sfilata dell'ultimo giorno, dovrebbe posticipare e concludere realmente il calendario degli show in modo da permettere a tutti i giovani, gli emergenti, o i nuovi esordi in passerella di godere dell'attenzione mediatica che meriterebbero. È difficile che la stampa rimarrà fino alla fine... Forse mettere Prada l'ultimo giorno? Ci vorrebbe un "atto di coraggio" da parte delle grandi case di moda così da mantenere alta la soglia di attenzione. Non è giusto relegare i giovani all'ultimo giorno né dobbiamo soccombere allo strapotere di Parigi.

Cosa sono diventate oggi le Settimane della Moda?
Sicuramente le Settimane della Moda hanno un loro significato ma è arrivato veramente il momento di cambiare le cose. L'idea di addensare le presentazioni delle collezioni è ottima perché permetterebbe prima di tutto di identificare meglio un determinato periodo come base di partenza delle produzioni successive. La direzione che si sta prendendo è quella giusta anche relativamente all'impegno di far sfilare insieme l'Uomo e la Donna. La sfilata è un momento importante in cui vengono presentate le idee dei designer a giornalisti, buyer, addetti del settore... Bisogna rispettare la periodicità ma è necessario fermarsi a riflettere sulla nostra contemporaneità. Siamo arrivati in un momento in cui il gender non è più importante nemmeno nelle scelte di mercato, pur rimanendo ciascuno di noi caratterizzato da una determinata identità sessuale. Penso che creare un appuntamento unico per presentare una collezione sia una grande possibilità anche per dilatare i tempi, avvicinare il prodotto alla produzione... Questi cambiamenti richiederanno molto tempo perché siamo sempre stati abituati a muoverci in modo diverso e perché significa dare nuova forma all'intera filiera produttiva. Il cliente finale vede una collezione sui social e la vuole comprare subito. Quindi pre-produrre anche in quantità limitata e in tempi molto più brevi può essere la giusta chiave di volta del sistema moda. Ci sono marchi che già oggi vendono direttamente i capi che poche ore prima hanno sfilato in passerella, ad esempio Moschino. Ovviamente, non si può vendere tutto e subito ma si può intraprendere questa nuova direzione, facendo decadere lo shift delle collezioni, in modo che a febbraio non venga più presentato l'invernale e a settembre l'estivo... Se da un lato il pubblico non vuole aspettare, dall'altro i designer hanno bisogno di fare ricerca e di dedicarsi alla propria creatività. Un lavoro d'immaginazione come questo ha bisogno di nutrirsi. 

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Foto su cortese concessione di Fausto Poli