Fotografia di Desiree Dolron

com'era fare la drag queen a nyc negli anni '70?

L'abbiamo chiesto a Desiree Dolron, fotografa documentaristica che tra un viaggio in Pakistan e uno in Sudan ha immortalato i volti del Wigstock, festival per drag di New York.

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23 marzo 2018, 12:30pm

Fotografia di Desiree Dolron

In 25 anni, la fotografa olandese Desiree Dolron ha visto più cose di quanto gran parte di noi ne vede in una vita intera. Negli anni '90 ha viaggiato attraverso India e Pakistan, fotografando i loro sperduti paesaggi rurali, ma è stata anche in Repubblica Dominicana, dove ha scattato intimi ritratti delle donne di questo paese, e a New York, dove ha documentato i protagonisti del Wigstock, festival di drag queen che si teneva a Manhattan. Nel corso del tempo, il suo stile fotografico si è fatto sempre meno documentaristico e sempre più professionale, con ritratti minuziosamente studiati realizzati nel suo studio. Spesso ispirate alla pittura fiamminga, nel 2010 le sue opere hanno catturato l'attenzione di Louis Vuitton, che l'ha poi scelta per una campagna pubblicitaria.

Recentemente, Dolron ha passato in rassegna il suo archivio per selezionare gli scatti da inserire nella sua monografia (la cui uscita è programmata per il 2020). A colpire è l'eclettismo che caratterizza la sua carriera: eterei volti che ricordano i pittori olandesi dei secoli passati, ma anche paesaggi e scatti rubati. Alcuni di questi, recentemente esposti ad Amsterdam nella mostra Prelude: Forever Someone Else, ritraggono drag queen e altri partecipanti del Wigstock. Perché questo interesse per chi sceglie di indossare i panni di un alter-ego? "La maggior parte delle persone che ho incontrato durante i miei viaggi voleva essere qualcun altro, o essere in qualche altro posto," mi spiega Dolron quando la chiamo su Skype. "E credo che ognuno di noi sia sempre una persona diversa, a seconda delle persone da cui è circondato e della situazione che sta vivendo."

Quando ti sei avvicinata al mondo della fotografia?
All'età di 16 anni circa. Ho iniziato a fare fotografie in modo molto spontaneo, scegliendo come soggetti amici e tutto ciò che mi circondava. Poi ho fatto application per l'Accademia di Belle Arti di Amsterdam, ma non mi hanno preso. Così me ne sono andata a New York, dove ho iniziato a lavorare come assistente per diversi fotografi di moda e corsi d'arte alla NYU.

ome sei passata dalla fotografia di moda a quella documentaristica?
È stato proprio lavorando a stretto contatto con i fotografi di moda che ho capito di non essere tagliata per quel mondo. I miei progetti personali mi prendevano sempre più tempo e ho iniziato a fare piccoli viaggi per fotografare cose che mi interessavano davvero. La fotografia documentaristica ti permette di viaggiare e incontrare costantemente nuove persone. Le culture diverse dalla mia mi incuriosivano, così come le società alternative e gli stili di vita non comuni. Ci sono così tanti mondi che non conosciamo; e ci fa bene vedere il modo in cui vivono le altre persone. È per questo che negli ultimi 25 anni sono stata in oltre 40 paesi diversi.

Perché la tua fotografia documentaristica ha una componente di ritratti così consistente?
Perché i ritratti sono la mia vita. Sono i miei archivi, sono gli ultimi 25 anni di lavoro, sono i luoghi e le situazioni che ho vissuto. Sono una persona in costante evoluzione, anche dal punto di vista professionale: fare fotografia documentaristica significa sapersi adattare alla situazione, all'immediato. Quindi i miei ritratti non dicono qualcosa di me, ma della situazione che stavo vivendo e del modo in cui mi ci sono rapportata.

Passare in rassegna il tuo archivio ti ha ricordato esperienze che avevi dimenticato?
Assolutamente sì. Nel 1991 sono stata in Sudan, ad esempio. Le donne del posto mi avevano tatuato le mani con l'henné mentre sudavamo sotto il cocente sole africano. C'erano 40 gradi, ma io ero sommersa da una mole di coperte e avevo una stufetta a carbone tra le gambe, perché la tintura doveva asciugare il più velocemente possibile. Negli ultimi anni ho viaggiato meno, ma immergermi nel mio archivio ha fatto rinascere in me la voglia di girare il mondo. Amo la fotografia documentaristica e voglio tornarmi a concentrarmi su questo. Voglio passare più tempo viaggiando e lavorare di più.

Come cambia il modo il tuo approccio alla vita quando viaggi così tanto?
È tutto molto naturale, cerco di vivermi ogni momento con serenità, molto semplicemente. Durante i miei viaggi, ho sempre lasciato la mia mente libera di soffermarsi su qualunque aspetto mi si parasse davanti. Ma c'è anche un lato negativo. La serie Exaltation lo racconta bene: ci ho lavorato per dieci anni, dal 1990 al 2000. In quel periodo ero sempre in giro, vivevo in posti desolati con le persone più diverse. L'alienazione faceva ormai parte del mio quotidiano, perché non riuscivo a rapportarmi ad alcune delle cose assurde che vedevo. Ecco, viaggiando tendi all'instabilità e non sempre è un bene.

Nel 1997 sei stata in Pakistan, ma anche a New York City. Come ci si rapporta a culture così diverse?
Viaggiavo continuamente, quindi avevo perso il contatto con la normalità. Ma gli esseri umani sono esseri umani. A livello emotivo siamo tutti uguali, poco importa la cultura di partenza. Alcuni dei posti in cui sono stata in Pakistan erano davvero, davvero estremi. Ricordo un villaggio in cui alle donne non era permesso uscire di casa se non erano ammanettate. Vedevo file di donne spostarsi da una casa all'altra completamente coperte. E magari la settimana dopo ero a New York, in mezzo a drag queen e a tutta quella libertà. Sono state esperienze assurde e destabilizzanti.

Da New York a Berlino, il fil rouge delle drag queen ci porta dietro le quinte dei loro spettacoli:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D US.