La retorica TERF demolita punto per punto (anche se speravamo non ce ne fosse bisogno)

Guida pratica per zittire chi ancora si ostina a dire: "Eh però le TERF su questo hanno ragione..."

di Gloria Venegoni
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06 novembre 2020, 2:47pm

Artwork di Simone Rastelli

Ad oggi il termine TERF divide la popolazione in due categorie: chi pensa subito a JK Rowling e chi non sa cosa significhi perché non ha Twitter. Quindi partiamo facendo un po’ di chiarezza.

Che cosa sono le TERF?

Capire che cosa siano, o meglio chi siano, le Trans Exclusionary Radical Feminists (TERF) non è complesso, basta un dizionario online qualsiasi per trovare la definizione: con TERF si intende quella corrente di pensiero caratterizzata dalla convinzione che le donne transgender non abbiano il diritto di venire incluse nel movimento femminista, poiché non appartenenti alla cerchia delle “donne per davvero” (DPD).

Nonostante la loro identità di genere e le terapie a cui si sottopongono, per le TERF le donne trans non sarebbero “abbastanza donne”, e sarebbero invece colpevoli di essere nate con i genitali sbagliati, dunque non avrebbero sperimentato in modo diretto le specifiche discriminazioni che subiscono le donne nel corso della vita, non sarebbero state abbastanza vittime del patriarcato e non avrebbero esperienza di cosa sia una “vera donna” per essere accolte al tavolo. Il sesso biologico rivestirebbe, di rimando, una rilevanza maggiore nel definire una donna rispetto all’identità di genere, riducendo di nuovo le donne alle loro vagine d.o.c.

Chi le ha create?

La maternità del termine è attribuita a Viv Smythe, scrittrice freelance del Guardian Australia, che demanda il proprio guizzo creativo a un mix di pigrizia e praticità. È il lontano 2008, Smythe si trova a dover dare un nome articolato a un sottoprodotto della corrente femminista rigurgitata dalla seconda ondata del femminismo, risalente al ventennio tra gli anni ‘60 e gli ‘80. È così che nasce il termine TERF.

Come ricordato dall’attivista Judith Butler, è importante ridimensionare il fenomeno, che di recente ha catalizzato su di sé tanta, troppa a causa delle uscite di dubbio gusto della creatrice di Hogwarts. Infatti, le TERF rimangono una parte marginale del movimento femminista attuale, che, arrivato alla quarta ondata, è generalmente votato all’inclusività e all’intersezionalità e vede le donne transgender per quello che sono (donne, ndr), includendole nella battaglia per la parità.

Posto queste premesse, la retorica del movimento TERF si basa su un insieme organico di argomentazioni e di retoriche che è arrivato il momento si mantellare una per una. Iniziamo.

“Sex is real” è lo slogan delle TERF, ma è completamente privo di senso

Secondo il determinismo biologico, l’esperienza maschile o femminile è necessariamente legata ai genitali con cui si nasce. Le TERF non rigettano necessariamente la separazione tra identità di genere e sesso biologico, ma ritengono che l’essenza della donna sia spiegata e definita solo dalla biologia. Secondo le TERF, però, dividendo l’essere donna dal sesso biologico, si rischierebbe di perdere una parte dell’esperienza femminile e diventerebbe anche più difficile difendere le donne dalle discriminazioni di cui sono target. 

Quest’argomentazione ha parecchi punti critici. Primo tra tutti, nega alle donne transgender la dignità umana all’autodefinizione. L’assenza di genitali femminili alla nascita non dovrebbe infatti delegittimare la loro esperienza come donne, rendendola meno valida di quella delle donne cisgender. In secondo luogo, questa concezione femminile basata sulla biologia è offensiva persino per le donne cis. Presupporre che queste condividano necessariamente tra loro una serie di esperienze esattamente uguali, per il semplice fatto che sono accomunate dall’assenza del cromosoma Y, sminuisce infatti l’individualità di ogni donna. Inoltre, la qualità stessa dell’essere donna viene ridotta ancora una volta all’apparato riproduttore, all’avere o no una vagina “vera” dalla nascita. Di conseguenza donne = ovaie, e tutto il resto della sfaccettata esperienza femminile diventa cornice accessoria.

L’idea delle TERF che le donne trans rafforzino il binarismo di genere è un paradosso logico

Secondo le TERF, le donne trans (e gli uomini trans) rafforzerebbero gli stereotipi sessisti e il binarismo di genere. Infatti, definirsi donne collocandosi su un polo dello spettro del genere, invece che al suo interno, rafforzerebbe l’idea che si possa scegliere solo tra maschio o femmina, sminuendo le altre identità dello spettro. Sempre dal punto di vista delle TERF, le donne transessuali, per esprimere la loro femminilità, andrebbero a incentivare gli stereotipi sessisti tramite il loro aspetto esteriore, riducendo la donna a capelli lunghi, tacchi e vestitini.

Sostenere che identificarsi come donne al posto di collocarsi in un genere più fluido rafforzi il binarismo, equivale a dire che le persone cisgender farebbero altrettanto. Inoltre, l’idea che le donne trans rafforzino gli stereotipi accentuando esageratamente i tratti femminili ritenuti canonici, non solo stabilisce la falsa aspettativa stereotipata che la donna transgender debba essere necessariamente iperfemminile, ma fa anche pensare che le TERF si siano perse un passaggio. Infatti nessuno vuole aborrire l’estetica di Rita Hayworth, ma liberarla dall’accezione negativa oggettificante con cui è stata marcata e distaccare i connotati storicamente e culturalmente definiti femminili dalla svalutazione, rispetto a quelli femminily. Sia in baggy pants sia in silk dress, una donna è valida. Affermare il contrario è misoginia. 

Per quanto le TERF lo neghino, le discriminazioni di genere si abbattono sulle donne trans

Secondo le TERF le donne trans non si interfaccerebbero con quell’articolato sistema di discriminazioni, pregiudizi e ingiustizie legato all’essere biologicamente donna. Ad esempio, non rischierebbero gravidanze a seguito di uno stupro o non dovrebbero preoccuparsi della tampon tax (per inciso, come mia nonna e molte altre donne over 50).

Il quadro che riporta l’analisi comparativa del 2014 condotta dalla European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) è ben diverso. Nell’anno precedente al sondaggio, l’incidenza di aggressioni e molestie a danno di donne transgender è del 69%, e del 38% nei 5 anni precedenti. Nei 12 mesi precedenti, il 30% delle donne trans era stata aggredita una volta, il 25% due volte e ben il 45% tre o più volte. Queste percentuali sono più alte sia rispetto alla media generale tra le persone trans in Europa, sia rispetto a quella degli uomini trans. Negare che ci sia un pattern legato al genere femminile che aggrava la condizione delle donne trans è intellettualmente disonesto. Non includerlo nell’alveo delle discriminazioni di genere legato alle donne è una scelta arbitraria, presa sulla base di personali convinzioni obsolete. Non solo, voltare le spalle alle proprie sorelle contribuisce alla crescita di quel 62% di individui trans che decide di non denunciare atti transfobici poiché convint* che non cambierebbe niente. 

Le donne trans devono poter beneficiare degli spazi riservati alle donne, che le TERF lo vogliano o no

Trovare una rete di supporto al di fuori dal sistema etero-maschio-centrico è di vitale importanza anche per le donne trans, che condividono con le donne le le vessazioni legate al sistema patriarcale—con l’aggiunta di quelle legate al privilegio cis. Ma, secondo le TERF, lasciare loro accesso a quegli spazi sicuri costituirebbe una minaccia alla libertà, all’espressività e persino all’incolumità delle “donne vere”. A questo punto si rifà anche la famosa argomentazione contro l’accesso ai bagni femminili alle donne trans.

Nessuno nega l’importanza di riservare spazi alle donne dove potersi esprimere liberamente sentendosi protette, ma non c’è alcuna spiegazione logica che giustifichi come l’inclusione di donne trans lederebbe alle donne cis. L’unica spiegazione è che, secondo le TERF, le donne trans non siano davvero donne—e torniamo al punto 1.

La convinzione che le donne trans non dovrebbero poter accedere ai bagni femminili si basa sulla paura legata al possibile rischio che predatori sessuali maschili entrino nei bagni indossando abiti femminili. Ad oggi, non esistono dati a supporto di questa idea. La verità è che è molto meno probabile che un uomo si vesta da ragazza per aggredire le donne nei bagni, rispetto alla probabilità che una donna trans venga molestata e aggredita accedendo ad un bagno pubblico maschile—per non parlare della ripetuta violenza psicologica ogni volta che sono costrette a farlo. La soluzione alle violenze non si trova tartassando una minoranza, usandola come capro espiatorio. Piuttosto, organizzazioni e luoghi pubblici dovrebbero stabilire linee guida solide apertamente anti-molestie, indipendentemente della divisione dei bagni, punendo le aggressioni a prescindere dal genere di chi le perpetra.

Dove informarti online sulla comunità transgender

InfoTrans, sito dedicato al benessere delle persone trans in Italia.

MIT, associazione italiana per i diritti della comunità trans.

TvT Project, progetto avviato da Transgender Europe che si occupa di monitorare l’andamento della comunità trans nel mondo (casi di omicidio, mappa dei diritti ottenuti in vari stati del mondo).

ILGA, associazione europea LGBTI+.

SPoT, sito per il censimento della popolazione trans in Italia.

La sezione del Guardian dedicata esclusivamente alle questioni legate alla comunità trans.

@lasenofonte, endocrinologa che si occupa del benessere delle persone trans.

@blacktrans.project, gruppo dedicato alla comunità trans black.

@gender.exe, associazione transgender attiva nel diffondere informazioni sulla comunità trans attraverso contenuti simili a brevi graphic novel.

@trans.fakenews, account Instagram dedicato ad analizzare e sfatare fakenews sul mondo trans.

@outofthecloset.project, progetto volto a raccogliere vestiti in tutta Italia per coloro che stanno facendo la transizione e hanno bisogno di rinnovare il guardaroba.

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Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Immagine: Artwork di Simone Rastelli

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