Immagine di sinistra: via Pinterest; Immagine di destra: via @ashish

Moda technicolor: quando, come e perché brand e designer sono entrati in fissa con l’arcobaleno

Storia di un'icona millenaria di gioia, inclusività e speranza e di come la moda ne ha sfruttato la simbologia.

di Alexandre Zamboni
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24 novembre 2021, 5:00am

Immagine di sinistra: via Pinterest; Immagine di destra: via @ashish

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Oggi analizziamo come i colori dell’arcobaleno—emblema di inclusività, speranza e della comunità LGBTIQ+—si sono fatti strada nella moda. Nel corso dei decenni, scopriamo come designer e brand hanno integrato questo elemento nella propria pratica, chi celebrando quei valori che rappresenta e chi utilizzandolo come mero escamotage estetico.


Milano, 28 ottobre 2021. Una bandiera sventola ai piedi dell’Arco della Pace. Non si tratta del tricolore issato lo scorso luglio per la vincita agli europei di calcio, ma di una combinazione cromatica universale che parla a ben più di 60 milioni di cittadini italiani. Stiamo parlando della bandiera arcobaleno, simbolo del movimento di liberazione LGBTIQ+, che ancora una volta ha dovuto svettare per denunciare l’ennesimo schiaffo ai diritti civili nel nostro paese, a seguito dell’affossamento del DDL Zan.

Progettata a San Francisco nel 1978 dall’attivista e artista Gilbert Baker, la serie originale di 8 colori ha subito variazioni nel corso del tempo, mantenendo però il suo scopo originale: rappresentare non solo la voce di una comunità, ma il diritto di esprimere e vivere liberamente la propria identità di genere e orientamento sessuale.

La forza visiva dell’arcobaleno risiede infatti in quell'accostamento cromatico ancestrale, associato alla bellezza e al mistero che da sempre avvolge questo fenomeno ottico atmosferico. Composto dalla sequenza multicolore di rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto, lo spettro elettromagnetico affascina l’uomo dall’alba dei tempi, assumendo significati e simbologie differenti a seconda del luogo e della cultura in cui esso appare. Per gli antichi greci, per esempio, rappresenta la dea messaggera Iris e una via d’accesso al divino, e raramente è associato a eventi negativi—tranne forse nella Cina dell’era Qing, dove viene simboleggiato da un drago a due teste portatore di siccità, e nelle culture amazzoniche, dove per lungo tempo è stato considerato portatore di spiriti maligni.

In generale, l’arcobaleno porta con sé sentimenti positivi, specialmente in Occidente, dove è intrinsecamente legato ai concetti di pace e speranza, grazie anche alla sua presenza nella Genesi (9:13-6), in quanto promessa di Dio di non inondare nuovamente la Terra. Da allora la sua presenza ha attraversato la storia, posandosi delicatamente su diversi manufatti e ispirando numerosi artisti. La regina Elisabetta I lo afferra con fermezza nel famoso ritratto del 1600 e Caterina de Medici lo utilizza come emblema nel castello di Écouen in Francia, fino a diventare protagonista nelle opere romantiche di autori come John Constable, con la Salisbury Cathedral from the Meadows del 1831, e le illustrazioni di William Blake.

Dal IX secolo agli anni ‘20: la moda inizia a tingersi dei colori dell’arcobaleno

Nonostante la fascinazione millenaria per il fenomeno celeste, la moda del passato ha utilizzato solo raramente questo elemento, relegando l’uso dei colori sgargianti ad artigianato, oggetti e pittura. Dobbiamo infatti aspettare la seconda metà del IX secolo per vedere i colori dell’arcobaleno su sontuosi abiti di gala di Charles Frederick Worth e nei costumi per balli in maschera. A partire dagli anni ‘60, infatti, viene raffinato l’uso delle tinte chimiche, capaci di ricreare cromatismi estremamente vividi. Tuttavia, nonostante l’avanzamento tecnico dell’industria tessile, l’epoca vittoriana rimane restia all’uso di più di tre colori e la presenza di un arcobaleno viene percepita come un'ostentazione sconveniente.

Negli anni ‘20, finalmente la policromia invade i flapper dress e la vibrante palette dell’arcobaleno spazza via le tinte grigie e color crema della Belle Époque. Sono gli anni dei Balletti Russi e lo sfarzo dei costumi di scena disegnati da Léon Bakst porta una ventata di Orientalismo negli atelier parigini. Il re della moda di quegli anni, Paul Poiret, ne subisce il fascino e ispirandosi a un bozzetto creato per il ruolo di Nijinsky come principe indù nel balletto Le festin di Diaghilev del 1909, crea un abito da sera corto con plastron dorato e motivi a zigzag multicolore.

Gli anni ‘60 e ‘70: l’apice della moda multicolor

La recessione però frena gli entusiasmi e dobbiamo aspettare un bel po’ per una nuova esplosione di colore. Sul finire degli anni ‘60, grazie a una spinta della controcultura hippie e dell’arte psichedelica, l’arcobaleno inizia a invadere sul serio il guardaroba, in particolare quello dei giovani della Swinging London. L’icona di quei turbolenti anni di tumulto giovanile è la supermodella e volto del 1966, Twiggy, ballerina scatenata che, in uno speciale della BBC, vediamo dimenarsi sulle note di Jimmy Mack di Martha & The Vandellas, indossando un mini abito a strisce policrome ricoperte di scintillanti paillettes.

Una decade e qualche rivoluzione culturale più tardi, l’arcobaleno è ormai ovunque e arriva anche a Hollywood, dove si posa su un abito di Halston, che ha fatto la storia del red carpet californiano. Nel 1975 L’attrice e modella Lauren Hutton si presenta agli Oscar in veste di dea dello Studio 54, con una creazione dai toni pastello del designer americano. Sono gli anni della disco e delle luci stroboscopiche, che anticipano l’esuberanza della decade successiva, l’apogeo della moda multicolor e dell’eccesso in ogni sua forma.

L’arcobaleno nel DNA della moda italiana

Sembrerà paradossale, ma se c’è un paese che ha fatto dell’arcobaleno il proprio punto di forza è l’Italia. Già negli anni ‘50 gli stilisti italiani fanno concorrenza ai francesi, presentando una moda più spensierata e colorata che fa impazzire i buyer americani e che attinge dalle sperimentazioni iconiche di stilisti precedenti—come le platform Rainbow di Salvatore Ferragamo, per citarne una. Ma torniamo al 1951, quando il mito della moda italiana sta per nascere nelle sale di Palazzo Pitti a Firenze. Tra i giovani creatori c’è anche un certo Roberto Capucci, architetto del tessuto osannato da Christian Dior. Lo stilista romano, le cui opere troviamo esposte dal 17 novembre al 9 gennaio presso la Triennale di Milano, predilige tinte sature e crea numerose sculture in seta dai mille colori, che ancora oggi influenzano giovani talenti come Toimo Koizumi, ideatore della nuvola di organza riciclata dalle tinte arcobaleno indossato dalla cantante Misia per la cerimonia d’apertura di Tokyo 2020.

Negli anni ‘60, due grandi dinastie della moda italiana rivoluzionano l’idea di prét-a-porter  rendendo l’abbigliamento casual glamour, comodo e divertente. La coppia formata da Ottavio e Rosita Missoni introduce una maglieria fuori dagli schemi, elevata ad arte grazie all'ingegnoso intreccio di filati dalle mille sfumature, il famoso “put together”, mentre a Firenze il conte Emilio Pucci veste il jetset di mezzo mondo con le sue iconiche stampe coloratissime. Sempre nella penisola, l’americano ma italiano d’adozione Ken Scott, soprannominato stilista “giardiniere”, si diverte con disegni floreali al limite della psichedelia, recentemente rivisitati da un collaborazione-omaggio del re del massimalismo contemporaneo, Alessandro Michele.

Sembrerebbe insomma che l’arcobaleno scorra nelle vene dei designer italiani, tant’è che un famoso nome del Made in Italy ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Si tratta di United Colors of Benetton, il colosso del trevigiano che negli anni ‘80 spopola con polo, rugby shirt e maglioncini tinto in capo coloratissimi ed economici, che diventano presto il must-have democratico di quegli anni. Il brand di Ponzano Veneto non si ferma all’abbigliamento, e applica a 360 gradi il proprio motto, ridefinendo le regole del marketing con leggendarie campagne pubblicitarie a cura di Oliviero Toscani.

Un classico esempio di scatto à la Benetton è il ritratto di gruppo, in cui modelli e modelle di tutte le etnie sorridono e si abbracciano indossando coloratissimi look che alludono a valori di inclusività e accettazione di cui il brand si fa portavoce. Le foto fanno l'occhiolino a quei concetti di diversità e amore universale, ormai intrinsecamente legati alla simbologia dell’arcobaleno, che oggi potrebbero essere percepiti come woke o appunto, rainbow washing, nel caso la comunicazione non corrisponda a un effettivo contributo a cause sociali e umanitarie.

La moda technicolor nella contemporaneità

Nel panorama contemporaneo, più o meno qualunque designer (tranne forse Yohji Yamamoto, Rick Owens e altri cultori dei colori neutri), ha in qualche modo introdotto l’arcobaleno nella propria pratica. In chiave ironica, vediamo le opere di Ashish; nella maglieria radicale di Marco Rambaldi; in versione artsy da Chanel; floreale da Jil Sander by Raf, e chi più ne ha, più ne metta.

Sembra quasi che l’applicazione dei colori arcobaleno sia diventato un rito di passaggio, e c’è chi l’ha eseguita con puri fini estetici e chi, come Christopher Bailey da Burberry nel 2018, ne ha fatto uno vero e proprio statement politico, dedicando la sua ultima collezione per il brand al mondo queer, con una Cara Delevingne avvolta in una rainbow flag di eco pelliccia e una reinterpretazione del classico tessuto del marchio in un check rainbow dedicato alle comunità LGBTIQ+ di tutto il mondo. In questo caso, il queer makeover non si riduce a un mero omaggio, perché Burberry si impegna a finanziare associazioni come l’Albert Kennedy Trust, associazione impegnata ad aiutare la gioventù LGBTIQ+ in difficoltà. Non si può dire lo stesso della marea di merchandising rainbow friendly che ha invaso il mercato negli ultimi anni. Decisamente non basta un arcobaleno stampato su una T-shirt perché un brand venga considerato un alleato della comunità queer.

La vera essenza della moda arcobaleno

Il colore attira i consumatori, ed è chiaro che l’arcobaleno sappia vendersi e catturare gli sguardi del pubblico. Esso esprime gioia ed esuberanza, e in tempi oscuri e incerti come quelli in cui siamo immersi, uno stilista come Christopher Jones Rogers ha capito l’importanza di una vitaminica dose di cromoterapia. L’ottimismo del giovane designer afro-americano è contagioso e l’uso di tinte vivaci e stampe grafiche sembra rendere omaggio a uno dei primi creatori black ad aver raggiunto la fama internazionale negli Stati Uniti post-segregazione, il troppo spesso dimenticato Stephen Burrows.

Uno dei vincitori della leggendaria Battaglia di Versailles, il giovane creativo apertamente gay propone negli anni ‘70 un abbigliamento dinamico confezionato con materiali elastici e confortevoli che invitano al movimento in una New York che vibra e danza al ritmo di Diana Ross. Burrows è anche uno dei primi a celebrare la bellezza black, la diversità e l’individualità, facendo sfilare modelle nere come Iman e la sua musa Pat Cleveland. Proprio per questo egli forse rappresenta meglio di chiunque altro lo spirito della moda arcobaleno, una moda che sorride davanti alle avversità e appare leggiadra, dopo la fine della tempesta.

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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