Fotografia di Emma Hardy

La tenerezza intima e mozzafiato dell'album di famiglia di Emma Hardy

La fotografa inglese Emma Hardy indaga lo spazio domestico e famigliare attraverso scatti intimi, poetici e spontanei. E i suoi affetti ne sono i protagonisti indiscussi.

di Alina Cortese
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05 luglio 2020, 4:00am

Fotografia di Emma Hardy

Negli ultimi mesi abbiamo vissuto – e stiamo ancora vivendo – un periodo storico che ci ha posto di fronte a situazioni nuove e inspiegabili, mettendoci a dura prova. La quarantena e l’obbligo di vivere ventiquattro ore su ventiquattro la realtà casalinga ci hanno permesso di osservare il concetto di famiglia sotto una luce diversa, scoprendo sfumature inedite dei nostri familiari e di noi stessi.

Emma Hardy, fotografa britannica con un passato da attrice, ha sempre incentrato la sua ricerca artistica sulla memoria della propria famiglia, imprimendola sulla pellicola. La luce illumina le sue fotografie, mette in risalto i sentimenti che la legano ai soggetti, facendoci sentire parte di queste immagini. Catturati dalla tenerezza e dall'intimità di queste foto, abbiamo contattato Emma per farci raccontare del suo lavoro, di cosa vuol dire collaborare con i propri familiari e di come cambia il rapporto tra fotografo e soggetto durante lo sviluppo di una progetto così strettamente personale.

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Ciao Emma, come hai iniziato a fotografare?
Fin da bambina ero affascinata dall'apparenza, intesa come il modo in cui le persone si presentano al mondo. Per il mio ottavo compleanno mi è stata regalata una macchina fotografica Instamatic, con una lampadina rotante al magnesio. Mi piaceva l'emozione di incorniciare quello che vedevo in un piccolo rettangolo, la magia di quando il flash prorompeva e faceva brillare di rosso le pupille delle persone. Non credo di aver mai scattato una buona foto allora, ma trovavo avvincente l’intero processo. Dopo aver scattato, scrutavo queste fotografie, piuttosto terribili, alla ricerca di indizi sui soggetti. Avevo catturato quello che sentivo in quel momento? Cos'era quello strano sguardo che non avevo notato? Che cosa significava? Così ho iniziato a collegare le fotografie con l'espressione di sé.

Anni dopo ho vissuto a Parigi e ho avuto modo di osservare la fotografia da un nuovo punto di vista. Attraverso il lavoro dei grandi fotografi ho capito la sua reale potenzialità espressiva, potente quanto quella del cinema, che era la mia passione di allora. Le mostre di Jean Loup Sieff e Helmut Newton mi catturarono, e attraverso quest'ultimo scoprii il lavoro di sua moglie, Alice Springs. La sua estetica, tenera e sottile, mi parlò davvero e mi portò a trovare gli scatti Lisette Model, Diane Arbus, Sally Mann, Nan Goldin: le donne fotografe mi hanno ispirata più degli uomini. Hanno uno sguardo diverso. Uno con cui posso identificarmi. Più tardi, quando ero una giovane madre che cresceva la sua famiglia in campagna, ho ripreso in mano una macchina, e con più dedizione. Proprio allora, mi sono resa conto di non avere la minima idea di come usare una macchina fotografica in modo professionale, così mi sono iscritta a una scuola locale e ho imparato la professione.

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Quando hai capito che la tua famiglia sarebbe stata il fulcro della tua ricerca artistica?
Nel momento in cui ho iniziato a pensare in modo più concreto e appassionato alla fotografia avevo tre figli sotto i 5 anni. La vita da madre assorbiva tutto il mio tempo. Così, ho capito che se volevo fare un lavoro fotografico, dovevo concentrarmi sulla mia famiglia. I saggi consigli dei miei mentori mi hanno esortato a lavorare su qualcosa che amavo, su ciò a cui mi sentivo più vicina: "Inizia fotografando ciò che conosci meglio." In realtà ci sono voluti alcuni anni prima che iniziassi a sviluppare uno stile coerente. Sono tornata al liceo, poi ho comprato una camera oscura molto basica in bianco e nero e ho passato qualche anno a fare le mie stampe e a imparare, imparare e imparare ancora dagli errori.

Come è stata la prima reazione della tua famiglia al tuo progetto personale? Si sono sentiti a loro agio fin dall'inizio a esserne i protagonisti?
Sì, decisamente, e me ne sono sempre assicurata. Allora, poi, erano giovani e spensierati. Non ci sarebbe stato niente di peggio della tensione o del disagio, e ho subito lasciato perdere il progetto quando le cose non erano facili. La mia priorità è essere una mamma. La mia fotografia ne ha "sofferto"? Forse. Guardo indietro ai primi lavori e mi chiedo come mai non hanno ottenuto più riconoscimento, e ogni volta arrivo alla conclusione che raramente ero completamente immersa nel processo fotografico, cercavo sempre di essere anche una buona mamma, e a volte queste due cose si escludevano a vicenda.

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Come ti rivolgi alla tua famiglia quando si tratta di fotografarli? Voglio dire, dici: "Ehi, oggi a pranzo farò delle foto, per favore abbiate pazienza e non prestate troppa attenzione a me"? Oppure scatti le tue foto senza preavviso?
Nel corso degli anni ho cambiato il mio approccio in base all'età dei miei figli e alla situazione. Quando erano piccoli, si accorgevano a malapena che facevo le foto. Voglio dire, la maggior parte delle madri fotografa i propri figli durante le giornate sportive, i compleanni e le gite di famiglia, quindi non era una cosa strana da fare. La mia preferenza era sempre per le foto che non interferissero in quello che succedeva. E se perdi il momento, lo perdi. Poi, invecchiando, anche questo approccio è cambiato: comunico loro che voglio fare una foto, ma che possono semplicemente ignorarmi e continuare a fare quello che stanno facendo. A volte, invece, mi viene un'idea e costruivo una "messa in scena", in una zona di luce che aggiunge dramma, tenerezza o energia. Così il processo è diventato collaborativo e ho iniziato a fare affidamento anche sulla loro partecipazione.

Ho una foto che mi piace particolarmente, che è stata scattata in condizioni climatiche incredibili: ho guidato fino a questo luogo con mia figlia, che indossava un fantastico cappotto peloso, e l'ho corrotta spudoratamente con un lecca-lecca alle 8 del mattino che è poi diventato una componente fondamentale dell'immagine. Ma ci tengo a precisare che questo tipo di tangenti erano molto rare; la maggior parte delle volte costruivo scenari divertenti in modo che volessero partecipare spontaneamente. Quando ho iniziato a fotografare mia madre, ovviamente, si è trattato di un progetto apertamente collaborativo. Ma, certe volte, la vedevo fare qualcosa e scattavo rapidamente una foto prima che si spostasse.

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Il tuo progetto personale influisce anche sul tuo lavoro commerciale?
Direi che il mio progetto personale è la colonna portante di tutto il mio lavoro. Cerco di fotografare le persone - famose, modelli o semplicemente estranei - con lo stesso candore e lo stesso affetto con cui scatto la mia famiglia. L’agio e l'inconsapevolezza che i miei figli mi hanno mostrato mentre li fotografo è qualcosa che ricerco anche nelle situazioni commerciali. Mi piace dirigere le persone, incoraggiarle a fidarsi di me, a lasciarsi andare, a "disfare" se stessi per cercare di avvicinarsi un po' di più alla verità. Mi interessa elevare le persone, dipingerli come la migliore versione di loro stessi. Sono convinta che le persone siano al meglio quanto più si avvicinano alla loro vera natura, a chi sono veramente; e questo mi è stato insegnato dall'onestà e dalla fiducia della mia famiglia.

Crescere significa anche diventare sempre più consapevoli dei nostri difetti e del modo in cui gli altri ci vedono. Hai notato qualche differenza nella reazione tra i membri più giovani e quelli più anziani della tua famiglia quando tiri fuori la macchina fotografica?
Con l'avanzare dell'età i miei figli sono diventati inevitabilmente più consapevoli di loro stessi. C'è un momento lampante nella mia produzione artistica in cui le fotografie hanno iniziato a essere più pensate, meno spontanee, perché mi preoccupo molto di più dell’umore dei miei soggetti e della loro disponibilità a collaborare, piuttosto che della riuscita dello scatto. Per esempio, mia figlia maggiore ha iniziato a non partecipare agli scatti e dai circa 12 anni scompare dalle fotografie. Era un evento se riuscivo a immortalarla su pellicola. Ma ho capito e rispettato la sua scelta, dopo tutto io stessa non sono un soggetto molto rilassato davanti all’obiettivo. Facevo l'attrice prima di avere figli, e mi sono resa conto abbastanza presto che questo percorso non avrebbe funzionato perché mi sentivo a disagio davanti alla cinepresa.

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So che è una domanda difficile, soprattutto nel tuo caso, in cui il tuo lavoro personale è profondamente legato alla tua famiglia. Hai una foto a cui ti senti più legata?
È difficile scegliere immagini specifiche: adoro la foto che ho scattato alla mia figlia più piccola a 13 anni, poco prima che partissimo in macchina per portarla a farsi il buco alle orecchie. Volevo darle un ultimo sguardo prima che iniziasse a personalizzare il suo corpo con i piercing ed eventualmente i tatuaggi. In quel momento era ancora una bambina con un corpo “non decorato”. C'è poi un'immagine di mia madre seduta su un letto davanti a un quadro di sua madre. Sua madre aveva 18 anni quando il quadro è stato realizzato, mia madre ne aveva 80 quando ho scattato la fotografia. Ci sono più di 100 anni tra la realizzazione di questi due quadri: un quadro, una fotografia, stratificati uno di fronte all'altro.

Altrimenti, c'è un piccolo progetto fotografico al quale mi sento molto legata emotivamente. Quando ho dovuto lasciare la casa in cui ho cresciuto i miei figli, dove tutti abbiamo vissuto per 24 anni, mi si è quasi spezzato il cuore. Queste sono immagini che ho scattato negli ultimi giorni prima di partire. Ho dovuto lasciare le mie anatre e gli altri animali, il mio bellissimo giardino, gli alberi che adoravo e la lampada - ho chiesto ai traslocatori di lasciarla lì per terra nella stanza vuota, per poterla fotografare. Era l'ultimo oggetto rimasto in casa, l'ho messo in macchina e sono andata via.

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Le luci e le ombre sono un fattore chiave della tua estetica, come scegli le ambientazioni?
Mi piace come le luci e le ombre drammatizzano un momento. Come possono rivelare cose che di solito passano inosservate. Come intensificano, abbelliscono ed elevano le cose. Anche i luoghi più banali e gli eventi più ordinari diventano incantati grazie a certe luci. Osservo sempre tutto con attenzione, notando luoghi, situazioni e momenti della giornata. Prendo nota di quando la luce si inclina attraverso una finestra, di quando il sole colpisce gli alberi, di quando i riflessi sono più suggestivi. Se posso, cerco di pianificare di visitare quei luoghi e a quegli orari con le persone da fotografare. Altrimenti, vado a caccia della luce migliore: anche in una giornata noiosa c'è sempre bellezza da trovare, spesso inaspettata. La più semplice pensilina dell'autobus può trasformarsi in un sole basso, e diventa un luogo magico dove tutto può accadere.

Come pensi che si svilupperà la tua pratica personale in futuro?
Questa è una domanda molto sentita in questo momento. Se me l'avessi chiesto a febbraio di quest'anno la mia risposta sarebbe stata diversa. Ora, sulla scia di una pandemia globale, seguita rapidamente da una drammatica e attesa rivolta contro il razzismo e da un aumento di consapevolezza del movimento Black Lives Matter, spero che tutti noi, in quanto esseri umani, possiamo innalzarci al cambiamento, che implementeremo mutamenti essenziali dentro di noi e tra le comunità, che non perderemo questa incommensurabile opportunità di far emergere versioni più gentili, più sagge, più forti, più compassionevoli e fondamentalmente migliori di noi stessi. Applicherò tutti questi pensieri alla mia produzione futura. Il mio futuro è quello di avere sempre più cura nel modo in cui lavoro.

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E nel frattempo?
Nel frattempo sto raccogliendo il mio archivio di lavoro personale in un libro, intitolato HOMEWORK: tratterà di casa e lavoro. Sto limitando la selezione alle fotografie dei parenti stretti e a quelle scattate a casa. Mentre sperimento con varie idee di formato: dovrebbe essere solo una monografia figurativa? O dovrei inframmezzarla con aneddoti, schizzi, ricette, canzoni e tutti quegli elemento di una vita che si svolge dietro le quinte? Ora il mondo ha rallentato intorno a tutti noi, non voglio avere fretta di accelerare di nuovo tutto. Sono una sostenitrice della lentezza. Slow fashion. Slow food.

Voglio concentrarmi sulle storie di persone che affrontano la propria situazione con coraggio e con cuore. Ho sempre scattato in analogico e continuerò a seguire questa disciplina, continuerò a prestare grande attenzione all'autenticità, ai valori fondamentali, ai sentimenti delle persone, alla loro salute e al loro benessere. Non possiamo e non dobbiamo tornare al punto di partenza. Il nostro nuovo mondo deve essere attento e premuroso. Per me, la pratica della fotografia ha sempre rappresentato l'opportunità di onorare le persone. Il privilegio di essere un fotografo porta con sé la responsabilità di elevare i soggetti fotografici. Intendo sostenere questa etica con una precisione ancora maggiore, assicurandomi che ogni volta - ora più che mai - il mio cuore sia pienamente coinvolto prima di premere l'otturatore.

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Testo di Alina Cortese
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