Artwork di Hardmetacore

"Falling For Technology", come mi sono innamorata del mio computer

"A volte mi chiedo se la realtà esista davvero come la percepiamo, o se semplicemente percepiamo tutto ciò che ci accade e circonda filtrandolo attraverso la nostra immaginazione."

di Carolina Davalli
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13 luglio 2020, 5:00am

Artwork di Hardmetacore

Non succede spesso, nella storia dell'umanità, che gli uomini e le donne di un determinato periodo abbiano la netta percezione collettiva di trovarsi in un momento di passaggio, la lucida convinzione di star vivendo un punto di svolta della storia. Se il 2020 ci ha fatto capire qualcosa, è che noi ci troviamo proprio nel pieno di una di quelle fasi, in cui cambiamenti grandi e piccoli ci stanno spiando da dietro la serratura della porta, in attesa di poterla sfondare.

Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore) non vede l'ora di poter essere travolta da questi cambiamenti, e si impegna a indagare la contemporaneità per elaborare i suoi aspetti più problematici, in particolare il legame che intercorre tra un artista umano e il proprio medium digitale, concretizzando questa riflessione all'interno della sua pratica: la digital art.

Uno dei temi che ribollono da più tempo nel calderone della digital art, e che sicuramente sta giocando una parte centrale negli equilibri della contemporaneità, è il dibattito su quanto la tecnologia sia neutrale e su che tipo di relazione sarebbe "giusto" instaurare con essa. Tradizionalmente, infatti, si è sempre pensato che la natura numerica e matematica della tecnologia la escludesse direttamente dalla sfera politica, sociale ed emozionale, e che fosse l'utente il solo portatore di questi caratteri prettamente umane.

Ma quando è proprio una macchina a permetterci di costruire mondi interi, a donarci la possibilità di entrare all'interno di un mondo che diventa, con il passare degli anni e delle innovazioni, sempre più simile a quello reale, che tipo di relazione ci si aspetta di instaurare con essa?

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"La tecnologia non è neutrale. Siamo dentro ciò che facciamo, e ciò che creiamo è dentro di noi. Viviamo in un mondo di connessioni e l'unica cosa che importa davvero è quali vengono create e quali distrutte."

Alessandra non traccia una distinzione elitaria tra uomo e tecnologia, li considera pari negli aspetti sia formali che relazionali, emotivi e concettuali. Quella tra l'uomo e la tecnologia è una relazione forse addirittura più complessa delle altre, e quindi ancora più stratificata e reale. "Talvolta mi capita di ritirarmi nella natura, fare un viaggio fuori città per prendere una pausa dalla tecnologia, e l’unica cosa a cui riesco a pensare, contemplando il paesaggio, è come poter ricreare ciò che sto osservando in digitale," afferma Alessandra, riflettendo sulla tensione che sta alla base tra lei e la sua pratica artistica. È l'osservazione della realtà che porta la porta a tirare le somme sul mondo circostante, cercando di modificarlo, attraverso i rendering 3D, in un mondo migliorato, più empatico, alternativo.

"Uno dei tanti modi di evasione della realtà che tutti viviamo è il sogno, una componente propria all’essere umano, di cui nessuno può sbarazzarsi volontariamente. Sogniamo scenari casuali, visualizziamo ciò di cui abbiamo paura o di cui siamo entusiasti, e inconsciamente usiamo i sogni come strumento per sfuggire alla realtà in cui viviamo o migliorarla," afferma, sottolineando l'importanza della percezione del sogno, che storicamente sta alla base di innumerevoli correnti artistiche e di pensiero.

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"La dimensione onirica che tutti sperimentiamo quotidianamente non è altro che la versione più primitiva di uno scenario tecnologico, l’ipotetica madre di tutta la CGI e delle simulazioni digitali che oggi governano l’immaginario collettivo della tecnologia e tutte le sue derivazioni."

E se per Dalì i suoi mondi su tela erano autentici quanto la realtà – al punto da trasformarli, con l'aiuto di designer e progettisti, in oggetti concreti e ambientazioni materiche –, allora può essere così anche per i rendering 3D. "Nessuno ha il 'bisogno' di sognare, ma tutti lo fanno, e questo sottolinea come ognuno di noi sia attratto, in realtà, dall'idea di accrescere e ampliare ciò che sperimentiamo ogni giorno, di poterlo migliorare in base al nostro potere di immaginazione e all'auto-proiezione ideale," riflette Alessandra.

Come il sogno ci invade con una carica emotiva esponenziale che instilla in noi la voglia di comprendere le nostre esperienze anche nella vita reale, così accade ad Alessandra attraverso l'arte digitale, in particolare il progetto Hardmetacore, col quale indaga la realtà utilizzando ambientazioni digitali caricandole di significato e di legami emozionali. "Ciò che visualizziamo nei nostri sogni non è reale, non sta accadendo e non può essere percepito fisicamente, tuttavia ci innamoriamo, sperimentiamo la paura più profonda e le più grandi illusioni attraverso elementi e scenari che sono meramente irreali, esattamente come ogni simulazione digitale ad oggi esistente," ci spiega l'artista.

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"Il legame emotivo che stabiliamo naturalmente con i sogni e gli scenari immaginari che creiamo nella nostra mente sono una piccola parte della ragione per la quale anche una simulazione digitale può evocare una risposta emotiva, che può aumentare di intensità e radicalizzarsi nel tempo, e dentro di noi."

Ma perché creiamo questo legame così profondo con la tecnologia? È solo una simulazione della necessità umana di evadere la realtà, come accade nel caso dei sogni? Il rapporto tra uomo e macchina è davvero solo un confronto, una seduzione verso le parti più vulnerabili del nostro essere, un tentativo di indagarle, e così, di conoscere noi stessi? Nelle biblioteche, gli scaffali si stanno sempre più riempiendo di studi sull'argomento, ma vedere queste riflessioni dispiegarsi attraverso pensieri e artwork così candidi e sinceri è molto raro.

"Ciò che si manifesta su uno schermo rivela solo una piccola parte di ciò che sta accadendo nella relazione tra individuo e computer, ma apre le porte a quella che, se coltivata, può diventare una relazione biunivoca di scambio, crescita e connessione emotiva," ci racconta Alessandra, con una semplicità e una sincerità disarmanti. "Molte componenti umane si stanno riversando nel mondo digitale, ed è così che il legame emotivo con la tecnologia ha avuto modo di crescere sempre più, avvicinandoci a una nuova concezione della realtà stessa, a metà tra ciò che oggi riconosciamo come reale e la sua simulazione."

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E fu così che ci innamorammo del nostro computer. Sdoganare il fatto che una relazione con un processo artistico che comporta un elemento digitale possa essere radicalmente emotiva è una questione che dobbiamo prendere molto sul serio. I poeti greci lo chiamavano δαίμων (daimon), altri l'hanno chiamata trans, altri ancora semplicemente ispirazione, Alessandra lo chiama innamoramento, ed è la forza che la spinge a creare. Che il suo medium sia un computer con dei programmi di rendering, o una tela o una penna stilografica, non rende assolutamente questo scambio meno reale. Anzi, forse un giorno scopriremo che questo tipo di scambio sarà una risorsa molto più trascendentale di quanto sospettiamo.

"Se è vero che sognare qualcosa lo rende reale, che la simulazione di uno scenario vale come lo scenario stesso, allora forse la tecnologia e l’amore per la simulazione sono lo strumento più grande e potente che ci siamo mai trovati davanti."

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Crediti

Testo di Carolina Davalli
Arte e citazioni di Alessandra Vuillermin (Hardmetacore)

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