Saul Nash AI20

Dove sarebbe la moda maschile senza i designer neri inglesi?

Da Ozwald Boateng a Martine Rose, i designer neri inglesi hanno plasmato la moda maschile contemporanea. Ma non sempre sono stati riconosciuti col merito che gli spettava.

di Dino Bonacic
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26 giugno 2020, 9:58am

Saul Nash AI20

Le statue stanno cadendo, le conversazioni stanno cambiando. Siamo nel bel mezzo di una tanto annunciata rivoluzione culturale, e sta diventando sempre più chiaro che le nostre percezioni del mondo siano assolutamente di parte. Oltre a questi cambiamenti, anche le industrie creative stanno iniziando a riconoscere il proprio ruolo nell'alimentare questi sistemi corrotti. I Grammys hanno finalmente cambiato il nome della loro categoria ‘Urban Contemporary’, cambiandolo in 'Best Progressive R&B Album', nel tentativo di arginare la tendenza a classificare gli artisti su base razziale, e anche la stessa Anna Wintour ha chiesto scusa per aver mancato di supportare adeguatamente le voci delle persone nere nei suoi 32 anni di carriera presso Vogue.

Per sostituire la London Fashion Week Uomo, che si sarebbe dovuta tenere a Londra lo scorso weekend, il British Fashion Council ha organizzato una residency digitale di tre giorni, durante la quale i designer selezionati hanno potuto mostrare le loro nuove collezioni. Alcuni hanno condotto dei talk, altri hanno mostrato dei film, curato delle presentazioni in VR e anche organizzato dei concerti dal vivo. Mantenendo le conversazioni incentrate su ciò che sta accadendo nel mondo, molti hanno risposto al movimento Black Lives Matter con un programma specifico per il #LFWReset, con l'intenzione di dare voce alle persone nere, asiatiche e appartenenti a minoranze etniche.

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Joe Casely-Hayford AI95

Questi sono gesti importanti per supportare tutti i creativi che troppo spesso sono passati inosservati. Ma la domanda più ovvia è: che cos'è successo a quelli che sono già entrati a far parte di questo sistema corrotto? Proprio come in qualsiasi programma scolastico generalista, la presenza della storia della cultura nera all'interno della letteratura sulla moda è rara e ambigua, a dir poco. “Al Royal College of Art, quando abbiamo assistito a una breve introduzione sulla storia della moda, il contributo di designer neri non è mai stato accennato,” ricorda Saul Nash, la designer e ballerina nata a Hackney e selezionata da Fashion East.

Un altro nome che non faceva certamente parte della selezione di designer proposta dal RCA, ma che ha avuto un ruolo centrale nel rendere Londra una delle capitali della moda mondiale, è Joe Casely-Hayford. Nato a Kent nel 1956 da una famiglia di influenti creativi del Ghana, Joe è stato uno dei primi designer di moda inglesi neri a ottenere un successo mainstream. Dopo essersi laureato alla Saint Martin's School of Art nel 1979, ha iniziato la sua carriera all'inizio degli anni '80, dando nuova vita agli scarti delle tende militari, prima di collaborare con sua moglie Maria per lanciare il loro brand, specializzato originariamente in camiceria. Il suo lavoro, sia nelle collezioni femminili che in quelle maschili, lo ha portato venire nominato più volte per i British Fashion Awards, oltre a guadagnare una fanbase di sostenitori molto ampia, che includeva anche la Principessa Diana e Lou Reed. “Molte persone facevano fatica ad accettarlo, perché non era possibile incasellarlo, ed erano tutti molto propensi ad avere dei pregiudizi per il colore della sua pelle. Ma la portata del suo talento, che si estendeva in così tanti campi, lo rendeva impossibile da definire con un solo attributo,” spiega Charlie Casely-Hayford, il figlio di Joe che ha preso a carico il business del padre dopo la sua morte nel 2019.

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Joe Casely Hayford PE99

Joe è stato il primo designer in assoluto a creare una capsule per Topshop nel 1995, e ha preso parte a molte altre avventure creative, come la progettazione della mostra sui tessuti africani al Barbican di Londra quello stesso anno. Una decade più tardi, è diventato il direttore creativo del brand di Savile Row, Gieves & Hawkes, e nel 2009 ha unito le forze con suo figlio per lanciare Casely-Hayford. Questo nuovo brand ha fuso l'esperienza decennale di Joe con la nuova prospettiva di Charlie, creando un approccio che trascendesse le generazioni e sviluppasse un guardaroba raffinato. “Le nostre collezioni erano un'estensione delle conversazioni che abbiamo portato avanti per anni, quello era l'unico modo attraverso cui creavamo,” afferma Charlie, che si è avvicinato alla moda spontaneamente, senza che i suoi genitori lo spingessero in alcun modo. “Un motivo era perché mio padre aveva incontrato molte difficoltà nell'industria della moda, e non voleva che i suoi figli sperimentassero qualcosa del genere. Eppure, sia mia sorella [Alice Casely-Hayford, Content Director di Net-A-Porter & Porter Magazine, NdA] che io siamo finiti proprio in quel mondo.”

Quando Louis Vuitton ha annunciato che Virgil Abloh sarebbe diventato il direttore artistico della linea maschile, è diventato il primo afroamericano alla guida di un brand parte del gruppo LVMH. E l'anno scorso Rihanna è stata la prima donna nera a lanciare il suo brand sotto la sua ala. Ma prima di Virgil e Riri, c'era Ozwald Boateng. Direttore artistico della linea uomo di Givenchy dal 2003, l'autodidatta londinese di discendenza ghanese è diventato la prima persona nera a capo di una maison francese. La sua nomina non è stata una sorpresa: durante le due decadi precedenti, Ozwald aveva costruito un impero del tailoring il cui tratto distintivo erano i colori accesi e i tessuti fuori dal comune, rendendo omaggio alla sua cultura e rinnovando il tailoring classico con elementi del vestiario tradizionale.

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Oswald Boateng AI96

Ha creato i costumi per icone del cinema e delle serie televisive -- come alcuni dei completi eccentrici indossati dal migliore amico di Carrie, Stanford Blatch, in Sex and The City. Ozwald era il paladino degli anni '00, ma nel momento in cui stava per conquistare l'America, l'atmosfera è d'un tratto cambiata. I colori e i tagli tipici dei suoi vestiti sono diventati fuori moda, sopraffatti dal sex-appeal di petti nudi e camice attillate. L'industria ha fatto in fretta a dimenticarsi di tutte le barriere che il designer aveva distrutto. Il business è peggiorato, gli store di tutto il mondo hanno chiuso i battenti e le riviste e i giornali hanno deciso di trasformare la sua figura da ragazzo vivace e festaiolo in quella di un uomo arrogante e obsoleto. Il The Guardian ha dato al suo documentario auto-prodotto, A Man’s Story, una sola stella, mentre GQ lo ha inserito come primo della lista Worst Dressed del 2014. Nove posti sopra Nigel Farage. E dopo molto amore e approvazione spassionata, il messaggio dell'industria è stato forte e chiaro [letto con la voce di Heidi Klum] : "One day you’re in and the next day you’re out."

E anche se è stato assente dalle recenti programmazioni della settimana della moda, l'influenza di Ozwald permane ovunque. È l'unico uomo nero ad aver avuto un business proprio a Savile Row, e l'anno scorso ha organizzato una sfilata nell'Apollo Theatre di New York in onore del 100esimo anniversario della Harlem Renaissance. Sicuramente, una problematica molto importante dell'industria è la mancanza di una presenza della cultura nera, nelle posizioni sia business che creative all'interno dell'industria, preparando le generazioni future al fato che anche a loro spetteranno, al massimo, quelle posizioni. Ma tutto questo è cambiato con il tempo, da quando designer come Martine Rose, Nicholas Daley, Wales Bonner e Samuel Ross hanno preso in mano la staffetta e hanno dato vita a una serie di business di successo.

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Martine Rose AI20

Nata a South London e basata a Tottenham, Martine ha lanciato il suo brand nel 2009, collaborando regolarmente con aziende come Napapijri e Nike. Nello scorso decennio, è stata una figura centrale per la definizione di un nuovo tipo di ‘streetwear’, che è in effetti un originale e innovativo approccio al ready-to-wear. Proiettando la sua influenza oltre il suo brand, Martine è diventata la consulente per la linea uomo di Balenciaga quando Demna Gvasalia è stato nominato direttore creativo, un compito che lei ha coperto con successo per tre anni. E mentre il ruolo di consulente viene sempre più proposto a persone nere nella moda – sia come collaboratori artistici che membri di discussioni sulla diversity –, molto meno spesso vengono loro proposti i ruoli più redditizi.

La sfilata della collezione Resort 2020 di Dior si è volta in Marocco, ed è stata molto criticata nel momento in cui hanno svelato il tema della collezione, ossia "Terreno Comune", presentando delle 'interpretazioni di lusso' di elementi del vestiario tradizionale africano. Per giustificare questo progetto, Maria Grazia Chiuri si è circondata di collaboratori che avessero un'autorità sull'argomento, da antropologi ad artisti africani ed esperti del tessuto, oltre alla londinese Grace Wales Bonner. Nona caso, lei ha iniziato la sua carriera nel 2014 con una collezione di laurea alla CSM, intitolata proprio Afrique. Questo approccio intellettuale sull'esplorazione dell'identità nera nel contesto della moda maschile contemporanea è presto diventata la sua cifra stilistica, e la sua realizzativa pulita e puntuale l'ha resa una delle preferite dell'industria. Da allora, ha praticamente vinto ogni premio del mondo della moda, curando una mostra personale alla Serpentine Gallery e creando un design su misura per Meghan Markle. P.S. Ha solo 29 anni.

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A-COLD-WALL* AI20

Un altro designer pluripremiato è Samuel Ross, che ha avuto un'esperienza alquanto poco ortodossa col suo marchio: A-COLD-WALL* l'anno scorso ha fatturato da 12 milioni di sterline [circa 13 milioni e duecento mila euro, NdT]. Nato nel Northamptonshire, ha studiato grafica e illustrazione alla De Montfort University di Leicester, prima di essere preso sotto l'ala di Virgil Abloh, facendogli da assistente per il brand Off-White e per linea Yeezy di Kanye West. Nel 2015, ha finalmente lanciato il suo brand. “Casa mia è sempre stato un ambiente molto creativo, ricordo che costruivo macchine fotografiche con mio padre, e discutevamo di architettura, della Apple e delle fiere di tecnologia,” racconta Samuel.

Il suo approccio concettuale ai vestiti, intesi come oggetti di design, è stato etichettato ‘streetwear’ fin dall'inizio. Questo termine è entrato in largo uso negli anni '90, e può anche essere utilizzato esplicitamente a proposito, come nel caso della collezione uomo di Louis Vuitton AI17, che ha visto il debutto della collaborazione di Kim Jones con Supreme. In qualche modo, 'streetwear' è diventato un altro modo per indicare uno stile 'urban' -- un termine con cui incasellare tutti quegli stili non-bianchi. “È una parola in codice, un termine pigro. È abbastanza stancante, e illogico. Sarò schietto, spesso riflette una mancanza di sensibilità nel capire uno stile da parte dell'autore,” afferma Samuel.

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Nicholas Daley PE20. Fotografia di Piczo

Un altro designer che sfrutta la propria posizione per mettere in luce talenti neri è Nicholas Daley, che ha documentato la multisensorialità degli abiti con la sua collezione di laurea presso la CSM nel 2013. Unendo le influenze dell'heritage jamaicano di suo padre con quello scozzese della madre, instillati in lui fin dalla nascita, Nicholas ha chiesto al leggendario musicista e artista Don Letts di sfilare per lui. “Ho sempre trovato molto interessante il modo con cui ha unito il punk-rock alla musica reggae,” spiega. Le sue sfilate uniscono la moda con la musica di performer che fanno parte della comunità creativa di Nicholas. “Vedo la moda come un veicolo per parlare di molto di più. Tre cose -- comunità, artigianato e cultura -- sono la spina dorsale del mio brand.”

A dimostrazione del progresso in termini di inclusività e rappresentazione nera nelle settimane della moda, ha preso forma una new wave di designer di moda maschile emergenti che esplorano i loro background multiculturali e le complesse definizioni dell'"essere inglese". Priya Ahluwalia è una di loro, e mischia costantemente i suoi heritage indiano e nigeriano, sia nelle tecniche utilizzate per la produzione degli abiti, sia nella loro presentazione. Con uno sguardo alla sostenibilità che include l'upcycle di abiti e tessuti già esistenti, che altrimenti andrebbero a finire nelle discariche, Priya continua a costruire un puzzle del proprio passato, creando la moda del futuro. Il suo lavoro più recente, intitolato Jalebi, è un libro fotografico che cattura la prima comunità Punjabi inglese a Southall, attraverso le lenti di Laurence Ellis. “La cosa più bella di Londra è l'accessibilità, ci sono così tante persone di talento, e molti fornitori e aziende manifatturiere che possono aiutarti nel processo di collaborazione,” afferma Priya.

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Bianca Saunders PE20. Fotografia di Ronan McKenzie

Basata anche lei a South London, Bianca Saunders si concentra sull'introduzione di elementi subdolamente femminili nella moda maschile, un approccio che ha scoperto studiando la cultura ‘yardie’ durante il suo Master al RCA. “C'era qualcosa che mi affascinava nel modo in cui gli uomini giamaicani si agghindavano – dalla forma delle loro sopracciglia ai capelli sempre perfetti,” spiega. “L'apparire era essenziale nella presentazione di se stessi.” Per il Black History Month a novembre del 2019, Bianca ha curato uno show al Brixton Village con alcune delle fotografie di Ronan McKenzie che ritraevano la sua famiglia con indosso Bianca Saunders PE20. La sua ultima sfilata è stato uno dei momenti più emozionanti della London Fashion Week Uomo AI20, dove una serie di modelli si sono esibiti in danze performative indossando i suoi fluidi capi alle 9:30 del mattino.

La persona dietro alla coreografia era Saul Nash, un amico molto caro di Bianca e designer anche lui, che realizza abiti unendo performance e moda attraverso il movimento dei tessuti. Ha individuato un grande cambiamento nella mentalità dei nuovi designer che lo hanno aiutato a creare questo network: “Siamo entrando in una generazione dove non ci si scavalca per raggiungere una vetta, c'è una presa di coscienza del fatto siamo tutti diversi e dobbiamo solo capire come lavorare insieme per andare avanti.”

Secondo un report del 2018 redatto dalla University of the Arts London, il 47% degli studenti tra tutte le cinque università (London College of Fashion, Central Saint Martins, Camberwell College of Arts, London College of Communications e Chelsea College of Arts) proviene da un background BAME (neri, asiatici e parte di minoranze etniche). Tra loro c'è Cameron Williams, appena laureato quest'anno dal Master della CSM, la cui collezione di laurea era incentrata su un'interpretazione sovversiva dell'heritage africano della sua famiglia. Ha intitolato sia la collezione sia il brand Nuba, spiegando che il termine “è una specie di appellativo dispregiativo, istituito da commercianti e coloni arabi per chiamare in modo generalista tutte le tribù Nilotic delle Montagne Nuba del Sudan.”

Cameron Williams Graduate Collection
Cameron Williams AI20. Fotografia di Sharmaarke Ali Adan. Direzione artistica Jebi Labembika

Per la sua collezione di laurea Cameron ha reinterpretato la sua storia personale unendo le "influenze indigene del drappeggio e della funzionalità più frugale con influenze urban streetwear." È questo il suo "ideale di moda per la sopravvivenza." I suoi piani futuri? "Ottenere dei finanziamenti è una parte molto importante, e mi sembra che stia diventando una realtà sempre più accessibile ai business di designer neri all'interno dell'arte e della moda, che sono settori che si stanno impegnando per supportare i professionisti neri. Il mio obiettivo per il futuro prossimo è quello di creare un'entità culturale che promuova un mondo privo di pregiudizi, feticismi o preconcetti, e cambiare l'approccio verso le culture indigene.”

Chiaramente, ci sono ancora molti cambiamenti da fare, ma “la responsabilità non deve essere dei brand di designer neri,” afferma Charlie Casely-Hayford. Piuttosto, dobbiamo "guardare le strutture e creare una cultura della convivenza, il che significa integrare una conoscenza più profonda all'interno del settore -- questo significa guardare anche alle persone che stanno dietro alle quinte. L'idea di avere una modella nera non è sufficiente, perché non è questo che cambierà le cose su un livello profondo.”

“Una cosa che ho capito recentemente è quanto le persone che mi seguono assorbano tutto ciò che faccio e dico,” aggiunge Bianca. “Come designer, abbiamo la possibilità di raggiungere un'ampia audience di giovani fan, abbiamo il potere di influenzarli in meglio." Ci auguriamo che parte di quel potere venga amplificato dalle persone che si trovano già in cima alla piramide. Rimane ancora oggi innegabile, infatti, che nell'industria della moda non ci sia ancora un equilibrio tra l'importanza delle innovazioni introdotte dai designer di moda neri e l'attenzione che gli viene data. Invece di assegnargli ruoli da consulenti o dietro le quinte, c'è bisogno che sempre più voci nere guidino l'industria dalle posizioni più alte. Se non fosse per quelli prima di loro, il panorama della moda che osanniamo tanto sarebbe solo una sua versione pallida e diluita.

Cameron Williams Graduate Collection
Joe Casely-Hayford SS01

Crediti


Tutte le immagini su gentile concessione dei designer presenti nell'articolo

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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