Cover di Fashionopolis

Intervista a Dana Thomas, autrice del libro "Fashionopolis" sull'inquinamento generato dall'industria della moda

Le celebrità hanno dato vita all’idea che indossare qualcosa più di una volta non fosse cool, ma oggi è vero il contrario.

di Amanda Margiaria
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29 settembre 2020, 11:44am

Cover di Fashionopolis

Dana Thomas è una donna che non ha paura di dire le cose come stanno. Se con le sue parole qualcuno si offende, tanto meglio: significa che ha colpito nel segno. Lavora come giornalista di moda da più di 30 anni, e questa sua fama di “non mandarle a dire” le ha permesso di guadagnarsi una posizione così rara da essere quasi unica nell’industria della moda: Thomas è apprezzata, cercata e voluta dal sistema perché quando parla non indora mai la pillola.

Il suo ultimo libro si chiama Fashionopolis, ed è una spietata analisi del rapporto tra industria della moda e inquinamento. Scritto dopo diversi viaggi tra gli sweatshop del Bangladesh, seziona con disarmante chiarezza i meccanismi che regolano la produzione dei vestiti che indossiamo.

Nonostante le conclusioni a cui Thomas arriva siano l’equivalente di uno schiaffo in faccia saggistico, il suo volume è positivo, ricco di spunti ai quali fare riferimento quando ci si sente inermi e si pensa che no, comprare l’ennesima maglietta in una catena di fast-fashion non è poi questa grande tragedia, perché tanto siamo tutti impotenti davanti al disastro ecologico che si prospetta davanti a noi.

Secondo Thomas, però, le cose non stanno proprio così: c’è speranza e c’è un futuro che ci aspetta là fuori, ma dobbiamo darci da fare se vogliamo che non ci si sgretoli davanti agli occhi.

Dana Thomas at Rana Plaza, April 2018, by Clara Vannucci.jpg
Dana Thomas a Rana Plaza, Aprile 2018. Fotografia di Clara Vannucci

Sei una giornalista di moda da oltre 30 anni, ma hai dichiarato che finché non hai iniziato a fare ricerca per Fashionopolis non hai afferrato il vero impatto che l’industria della moda ha sull’ambiente. Com’è cambiato dunque il tuo personale approccio allo shopping dopo averlo scritto?
È cambiato in molti modi diversi, ma devo ammettere che non sono mai stata fissata con lo shopping. Sono più una da t-shirt e jeans, però di qualità. Faccio la giornalista, e i giornalisti non hanno soldi. E poi lavoro da casa, quindi non ho bisogno di molti vestiti. Preferisco spendere per un buon taglio di capelli, perché credo davvero che possa fare miracoli.

A volte passavo da Uniqlo, perché pensavo fosse meglio dei suoi competitor in termini di sostenibilità, ma non è così. E non è solo una questione di filiera produttiva, ma anche di durata dell’oggetto che acquisto: se compro un paio di jeans e dopo meno di un anno lo devo buttare, sto producendo un rifiuto completamente evitabile. Oggi cerco di acquistare solo capi che siano stati prodotti eticamente e in modo sostenibile.

Oppure, semplicemente, non acquisto. Qualche mese fa ho sostituito il mio “completo delle grandi occasioni”, perché quello precedente stava iniziando a cadere a pezzi. In tutte le foto ufficiali degli ultimi anni indosso quello stesso due pezzi di Stella McCartney. E riparo anche molto più di prima. Giacche e blazer possono essere rifoderati, le scarpe risuolate e in generale ogni abito può avere una vita più lunga di quanto pensiamo.

Quindi indossare più e più volte uno stesso capo è una soluzione percorribile?
Assolutamente sì, reindossare e riutilizzare sono due verbi essenziali nella mia visione del mondo. Ad esempio, sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia [Thomas ha scritto la sceneggiatura di Salvatore: Shoemaker of Dreams, il documentario sulla vita di Salvatore Ferragamo diretto da Luca Guadagnino, NdA] ho indossato un abito di mia madre che risale agli anni ’70, ma nonostante questo continua a sembrare molto moderno nel design.

E poi c’è tutta la questione dell’attaccamento emotivo agli abiti: se io indosso un vestito di mia madre, sto indossando qualcosa che racconta di noi, del nostro legame. Con i miei figli però non succederà, perché gli abiti che compro oggi sono di una qualità così scarsa che non resisteranno a lungo come quelli di mia madre.
Esatto! Il valore emotivo di ciò che indossiamo è fondamentale. Investiamo nei nostri capi non solo attraverso i soldi che spendiamo per comprarli, ma anche a livello emotivo. Negli abiti ci sono i nostri ricordi, ma se li buttiamo via dopo averli indossati 5 o 6 volte, non stiamo investendo nulla: né soldi, né tempo, né emozioni. Non riusciamo ad affezionarci a loro, e quindi acquistare un capo è solo uno spreco di risorse.

Questo vale per qualunque oggetto: non è che siano rimasti così tanti luoghi dove sotterrare i rifiuti che produciamo in giro per il mondo, e per quanto ci ostiniamo a pensare che scomparendo dalla nostra vista scompaiono anche dalla terra, beh, non è così, perché finiscono eccome “da qualche parte.”

Cover di Fashionopolis
Cover di "Fashionopolis"

Come si possono convincere le persone a riutilizzare i loro capi per un numero maggiore di volte? 
Scegliendo per ogni red carpet e apparizione pubblica abiti sempre diversi, nel corso del Novecento le celebrità hanno dato vita all’idea che indossare qualcosa più di una volta non fosse cool. Peccato che a loro i vestiti venissero prestati, mentre a tutti noi vengono invece venduti. Negli ultimi tempi però proprio chi sta sotto i riflettori sta iniziando a trasmettere il concetto che mettere lo stesso vestito in diverse occasioni non è solo accettabile, ma anche auspicabile. Guarda Kate Middleton: lei fa rewear ed è la Duchessa di Cambridge!

Ma anche alla Mostra del Cinema di Venezia ho visto dei segnali incoraggianti. Sia Tilda Swinton che Cate Blanchett si sono presentate con abiti che avevano già indossato in precedenza, e ci hanno tenuto a sottolinearlo davanti ai microfoni della stampa internazionale. È importante. Anche quando si tratta di questi vestiti così speciali, è davvero un peccato che debbano essere lasciati ad ammuffire in qualche luogo dimenticato dopo essere stati indossati una sola volta. Oggi si può affittare un vestito da sposa, ed è meraviglioso! Affittare, scambiare e prendere in prestito sono soluzioni che rispettano non solo l’ambiente, ma anche chi ha prodotto quei vestiti.

Ma i cambiamenti che stiamo iniziando a vedere nell’industria della moda, nell’approccio alla sostenibilità da parte dei consumatori e nel mettere in discussione le proprie abitudini, dureranno?
Lo spero! I designer si stanno schierando per un mondo più sostenibile, e se possono davvero mettere in pratica le loro parole, be’, ottimo! Sarebbe fantastico proseguire in questa direzione, e a beneficiarne non sarebbe solo l’ambiente, ma tutti gli attori coinvolti nel processo produttivo. Se riuscissero a mantenere le loro promesse senza cadere in una nuova spirale fuori controllo, sicuramente sarebbe un segnale positivo.

Perché, alla fine di tutti questi discorsi, c’è una sola ragione dietro alla situazione in cui ci troviamo, ed è l’avidità delle persone. Se potessimo non dico eliminarla, ma quantomeno controllarla, mantenerla a livelli accettabili per la sopravvivenza del pianeta e degli esseri umani, senza trasformare la Terra in una macchina sputa-soldi, sarebbe davvero fantastico.

Siamo nel bel mezzo del Fashion Month, eppure, a parte gli addetti ai lavori, in pochi se ne sono accorti. Cosa pensi del ruolo della moda dopo la pandemia?
Le Fashion Week non sono altro che uno strumento di marketing che i brand usano per sembrare cool, mettendo gente famosa in prima fila alle loro sfilate, fotografandola e poi postando immediatamente tutto su Instagram. Si tratta di eventi pensati e costruiti per le solite 400 persone che si fanno Londra, New York, Milano e Parigi, viaggiando da una città all’altra per un intero mese. Il pubblico non è il target delle Fashion Week, non sono costruite per loro. Del resto, perché qualcuno dovrebbe comprare abiti a prezzi esorbitanti, se può trovarne versioni molto simili a un decimo o anche meno della cifra originale? Lo confermano anche i numeri: per tutti i grandi marchi di lusso la fetta più consistente dei ricavi è generata da prodotti entry price, accessori e settore beauty, non di certo dalla vendita degli abiti che sfilano in passerella.

Le Settimane della Moda sembrano superficialmente inclusive, quando in realtà vogliono escludere chi non ne fa parte. Le sfilate digitali hanno in parte rotto questo sistema, ma la gente a cui tutto ciò interessa non è che una porzione infinitesimale della società in cui viviamo. A dirla tutta, di fronte alle morti, al dolore e alle difficoltà che la pandemia ha portato nella quotidianità di tutti noi, il Fashion Month mi sembra più frivolo che mai.

E non fraintendermi: credo sia possibile mandare avanti un brand con rispetto, senza comunicare l’idea che dovremmo tutti assolutamente vestirci bene e uscire a festeggiare quando in realtà siamo lutto e non abbiamo proprio niente da festeggiare. E non è solo il fatto che lavorando da casa non abbiamo bisogno di vestiti nuovi, ma che il sistema attuale ci spinge a consumare, acquistare e produrre capitale per le grandi aziende anche se abbiamo perso il lavoro e ci sono paesi sull’orlo del collasso economico.

In questo quadro, l’idea di una Fashion Week è semplicemente… priva di qualunque contatto con la realtà, in una misura in cui è quasi imbarazzante. L’intrattenimento, il cinema e la musica sono leggerezze di cui abbiamo bisogno, ma lo stesso non si può dire di un abito da cerimonia da 5.000 dollari.

Credi che le fashion tribe sopravviveranno alla pandemia, o scompariranno definitivamente?
Sai, ci sono due cose che vorrei non tornassero più dopo la pandemia: le crociere e le influencer. Le crociere sono un disastro turistico di proporzioni massicce e le influencer esercitano la professione meno rilevante della moda. Cosa significa essere un’influencer? Se scomparissero non sarebbe poi la fine del mondo, anzi.

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Ritratto di Dana Thomas. Fotografia di Michael Roberts Maconochie

Ma credi che la responsabilità di questo sistema corrotto a cui fai riferimento sia da imputare a chi compra, e dunque sostiene il mercato del fast-fashion? Oppure il dito andrebbe puntato contro i governi, chiedendo a gran voce l’implementazione di cambiamenti sistematici?
Entrambe le cose. I consumatori non capiscono l’impatto che il mercato del fast-fashion ha sull’ambiente e l’umanità. È per questo che ho scritto Fashionopolis. Devono essere più informati per poter prendere scelte consapevoli. Pensa alle catene di fast-food: nessuno si chiedeva se McDonald’s facesse male, poi sono uscite le prime inchieste e abbiamo scoperto che nelle loro patatine fritte non ci sono patate, che usano 11 diversi coloranti per rendere il pane dell’hamburger di una precisa sfumatura di beige e che trattano i dipendenti in modo pessimo.

Ecco, il ciclo della moda è molto simile: quello che indossiamo danneggia l’ambiente, i lavoratori e noi stessi. Ovviamente i fast-food non sono scomparsi, così come non scomparirà il fast-fashion, ma almeno i consumatori sono stati messi nella posizione di fare scelte consapevoli, così da potersi chiedere: hey, ma voglio davvero continuare a sostenere questa industria e ingerire questi cibi così dannosi per me? Credo sia questo il processo da attuare anche nel settore fashion, perché la maggior parte delle persone non sa che chi cuce i loro vestiti è sottopagato, non sa che il ciclo produttivo è costruito per generare una quantità spaventosa di sprechi, non sa che le fabbriche violano costantemente le leggi sull’inquinamento e sui diritti dei lavoratori. Quindi credo che sì, dopo aver assimilato tutte queste informazioni i consumatori debbano essere ritenuti responsabili per ciò che acquistano.

Allo stesso tempo, però, credo che i governi dovrebbero fare la loro parte. Non parlo di leggi vincolanti, ma anche solo di norme preliminari, perché al momento il settore non è minimamente regolamentato. L’Unione Europea dovrebbe vietare la circolazione di capi prodotti da aziende che non possono certificare la tutela i diritti dei loro lavoratori, e che in generale rispettino gli standard di salute e sicurezza che richiediamo a chi produce Europa. Non si tratta di richieste assurde: lasceremmo volare sui cieli europei un aereo che non rispetta le norme di sicurezza e tutela dell’ambiente dell’Unione? No. Ecco, lo stesso dovrebbe valere per gli abiti.

In ultima analisi, sono i brand a doversi fare carico di questa responsabilità. Spesso se ne lavano le mani, scaricando le colpe sulle aziende manifatturiere a cui appaltano la produzione dei loro capi. Dobbiamo considerare i brand responsabili per le condizioni di lavoro di chi produce i loro capi: il cambiamento sistemico arriverà solo se riusciremo in questo, per il bene del pianeta e dell’umanità.

Qual è il tuo consiglio per chi vuole acquistare abiti sostenibili, ma non sa da che parte iniziare?
Evitate le newsletter: sono così piena di newsletter sulla sostenibilità che spuntano ogni giorno nella mia inbox da non sapere più che farmene. Ma proprio perché è difficile stare dietro a tutte queste novità, ci sono un paio di siti che è bene conoscere, come Reve-En-Vert e le sezioni “sostenibili” dei grandi shop online, dove è possibile acquistare prodotti di aziende che mettono la sostenibilità al primo posto.

Non comprate però le collezioni conscious delle catene di fast-fashion, perché è tutto greenwashing: i profitti di questi colossi non arrivano dalle loro linee pseudosostenibili, e soprattutto parliamo in ogni caso di aziende che basano il loro business model sul volume di capi venduti, non sulla qualità. Puoi comprare quante t-shirt organiche tu voglia da H&M, ma saranno comunque prodotte da lavoratori sottopagati, finiranno comunque in una discarica dopo pochi utilizzi e finanzieranno comunque un sistema economico insostenibile. Ti sentirai meglio perché hai comprato “organic”, ma non avrai fatto proprio niente di buono per te stesso o per il mondo.

Infine, cercate su Google ciò che non conoscete e studiate le etichette, proprio come fareste per il cibo. Comprate meno, ma comprate meglio, e se qualcosa vi sembra troppo economico per essere vero, be’, lo è!

Nonostante tutto, il tuo è un libro pieno di speranza. Sei ancora così positiva rispetto al futuro, anche dopo il Covid-19?
Certo che sì, altrimenti come potrei alzarmi dal letto ogni mattina?

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Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Tutte le immagini su gentile concessione di Dana Thomas

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