Fotografia di Stephanie Mei-Ling 

Immagini di un'estate spensierata nel paradiso queer di Jacob Riis Beach

Da The Rockaways al Pride di New York, la fotografa Stephanie Mei-Ling esplora e documenta le identità delle persone queer e i membri della comunità LGBTQI+ in America.

di Emma Russell
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07 settembre 2020, 8:59am

Fotografia di Stephanie Mei-Ling 

Fin dalla fine degli anni ‘30 del Novecento, Jacob Riis Beach è stato un luogo di ritrovo per la comunità gay newyorkese; una location di cruising per uomini, che più tardi avrebbe attratto le comunità di donne lesbiche e queer fino a diventare il paradiso LGBTQ+ che è oggi. Si tratta di una costa lunga appena un miglio, nella porzione est della penisola Rockaway nel Queens. L’area si trova di fronte alle spoglie di un ospedale abbandonato—dal 1915 al 1955 è stato uno dei sanatori municipali per la tubercolosi—ed è vicino alla 149esima Strada. Questa lingua di spiaggia è poi diventata lo spazio sicuro in cui i membri della comunità queer possono liberamente esprimere e mostrare i propri corpi pubblicamente, visibilmente e con estremo orgoglio.

La spiaggia prende il nome da Jacob Riis, un riformatore sociale e fotografo documentaristico che ha ritratto le condizioni disumane in cui la fascia più povera della società americana era costretta a vivere. È considerato uno dei padri della fotografia per il suo uso del flash, ancora poco adottato dai suoi contemporanei. È stato un processo naturale a rendere una spiaggia in suo nome il luogo prediletto della fotografa e sociologa Stephanie Mei-Ling, che ha speso più di dieci anni con l’obiettivo rivolto verso la comunità nera LGBTQ+ del luogo, come parte di un progetto più ampio atto a elevare le narrazioni sulla vita e le identità delle comunità più marginalizzate.

Nata da madre taiwanese e padre afroamericano, l’identità birazziale di Stephanie è qualcosa che influenza costantemente e fortemente il suo lavoro. L’interesse verso gli scatti di persone che si trovano nell’intersezione tra la comunità nera e queer è iniziata il primo anno in cui si è trasferita a New York. Mentre lavorava in un negozio di rivendita di vestiti a Noho, chiamato the Atrium, è diventata amica di due ragazzi newyorkesi che l’hanno portata al Pride per la prima volta. È stata “un’esperienza magica,” spiega. “Vedere persone esprimersi liberamente, ed essere se stesse autenticamente, è stato davvero d’ispirazione. Essendo una donna etero cis, mi sono sentita libera come non avevo mai sperimentato prima.” Da quel momento, la fotografa ha iniziato a partecipare all’evento annualmente, portando sempre con sé la propria macchina fotografica.

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Le sue immagini documentano gli abiti preparati mesi prima della marcia, come i vestiti e i copricapi della designer Kouassi Akou, fatti a mano con tessuti provenienti dalla Costa d’Avorio, abbinati a gioielli sgargianti. Due uomini in tanga con capellini su cui campeggia la scritta “Queen”; un performer drag in un abito da sposa estremamente elaborato; un look con corsetto completamente rosa, dalle unghie, alle sopracciglia, al colore dei capelli. “New York è sicuramente il Pride con più stile,” afferma Stephanie, che ha partecipato alle marce di tutta America. “È una città legata alla moda e che sa osare, e le persone sanno che devono mostrarsi nella versione più eccessiva e autentica di se stesse.”

Come per il Pride, è stata un’amica a portare Stephanie alla Riis Beach per la prima volta, nel 2008. “Amo andare in spiaggia,” spiega, “ma essere in un luogo pieno di amore, con persone così diversificate, mi ha spinto a tornarci più e più volte, iniziando a portare con me la mia macchina.” Questo succedeva nel 2013, e dal quel momento la fotografa ha incentrato la sua pratica sul documentare la scena queer locale. Quello che è interessante, afferma Stephanie, è il modo in cui “con il tempo, il panorama del Riis sia cambiato fisicamente e culturalmente.” Negli anni più recenti, similmente al processo di gentrificazione a Brooklyn, alcune tempeste come Hurricane Sandy hanno distrutto parte della costa, così nel 2017 è stato creato un servizio di navette dalla città e di shuttle che ti portano gratis direttamente da Rockaway Beach fino a Riis. Per questo la demografica della spiaggia è cambiata radicalmente.

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Le estati al Riis sono sempre state inclusive, non solamente per le persone LGBTQ+ ma veramente per tutt*. “Mi sono sentita parte di questo posto, come outsider che semplicemente cercava un luogo sicuro in cui abbronzarsi topless,” afferma Stephanie. “Persone di tutte le etnie e sessualità sono sempre accettate amorevolmente e a braccia aperte.” Ma questa spiaggia ha un valore speciale per la comunità queer. Nel passato, infatti, sono stati istituiti degli eventi politici per il voto da parte del The Gay Activist Alliance, e, più recentemente, è stato il luogo scelto per celebrare la morte di Oswaldo Gomez—conosciuto anche come Ms. Colombia, drag queen e performer noti a New York per i loro costumi colorati. E poi c’è il Black Pride, che è tenuto li ogni anno.

Quest’anno il Pride Month è capitato proprio quando le proteste per il Black Lives Matter sono scoppiate in tutto il paese, unendo all’attenzione per la lotta per l’eguaglianza civile e quella per la giustizia razziale. Il Pride 2020 ha celebrato apertamente le icone queer storiche, come Bayard Rustin e Marsha P. Johnson, attivisti dei diritti delle persone gay nere. Infatti, nonostante Marsha fosse stata una delle figure chiave di Stonewall nel 1969, la comunità nera LGBTQ+ raramente è stata al centro del movimento che ha contributo a formare.

La stessa verità vale per il movimento Black Lives Matter, di cui le donne trans nere sono sempre state parte, fin dall’inizio. L’anno scorso, almeno 16 persone trans hanno perso la vita in quello che la American Medical Association ha chiamato “l’epidemia di violenza contro la comunità transgender.” È triste dirlo, ma la comunità transgender nera subisce in modo sproporzionato attacchi di razzismo e omofobia, e non ha mai ricevuto aiuti effettivi.

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Quando si parla di identità intersezionali, esiste una gerarchia basata su razza, genere e orientamento sessuale, almeno per l’occhio pubblico. Questo è esattamente il motivo che ha spinto Stephanie a incentrare il suo progetto su queste comunità—con la speranza che possa rappresentarle oltre gli archetipi e gli stereotipi comuni nella cultura popolare. “Cerco di creare connessioni a livello umano e di catturare l’onestà e l’umanità delle persone che scatto,” afferma.

“Molti di noi sono sempre stati coscienti delle disparità e delle ingiustizie che esistono nella società su così tanti livelli,” continua Stephanie. “Ogni forma di cambiamento è un passo verso la giusta direzione, ma c’è ancora una parte di me che si chiede perché ci si stia mettendo così tanto tempo.” E rispetto alle proteste di quest’anno, afferma di essere abbastanza scettica rispetto a quanto possano essere un punto di snodo verso il cambiamento. Tuttavia, è certa che le nuove generazioni stiano spingendo con determinazione verso questi cambiamenti.

“Ho molta fiducia nelle nuove generazioni, che portano con sé un diverso tipo di protesta,” afferma, “piena di tenerezza, amore, musica e celebrazione.”

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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