Sulla sinistra, ritratto di Giorgio Bozzo. Sulla destra, ritratto di Costantino della Gherardesca. Entrambi gli scatti su gentile concessione dell'ufficio stampa Zebaki Comunicazione.

"the boys in the band" la prima commedia gay del teatro, in scena in italia

Costantino della Gherardesca e Giorgio Bozzo ci raccontano di questa pièce spiccatamente omosessuale e spiccatamente politica, ché ce n'è bisogno.

di Jacopo Bedussi
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13 giugno 2019, 7:31am

Sulla sinistra, ritratto di Giorgio Bozzo. Sulla destra, ritratto di Costantino della Gherardesca. Entrambi gli scatti su gentile concessione dell'ufficio stampa Zebaki Comunicazione.

Quando The Boys in the Band debuttò a Broadway, 51 anni fa, The city and the Pillar di Gore Vidal aveva 20 anni. Era il 14 aprile del 1968, l’uomo non era ancora andato sulla Luna, non c’erano ancora stati Woodstock né il maggio francese. Mancava più di un anno ai moti di Stonewall. The Boys in the Band fu la prima pièce deliberatamente frocia in un tempo in cui definirsi froci era una scelta, quando quella parola aveva un preciso significato politico. E per capire quanto sia cambiato il mondo basti pensare che se adesso quella parola uno la scrive su Facebook si becca un ban bello lungo, e pur trovandola nel vocabolario Treccani il correttore automatico del mio Mac la corregge in "feroci", devo ammettere non senza una certa inconsapevole ironia.

Ma The Boys in the Band non è solo questo, è anche una commedia, proprio nel senso che fa ridere, pur avendo il retrogusto bizarro di una specie di distopia del passato. Nel salotto di un appartamentino borghese di Manhattan, l'autore Mart Crowley mette in scena una festicciola per il compleanno del caro amico Harold, e così 8 gay + 1 passano la serata a bere e accoltellarsi a colpi di cattiverie e perfida nonchalance. Evitando gli spoiler, peccato mortale del nostro tempo, abbiamo intervistato Giorgio Bozzo e Costantino della Gherardesca, uno regista e l’altro traduttore, entrambi produttori del primo adattamento italiano dello spettacolo che debutterà allo Spazio Teatro 89 di Milano il 13 giugno.

Ci hanno raccontato di cosa hanno significato questi 50 anni per la comunità LGBT, di cosa ne sarebbe stato dei personaggi se fossero usciti da quel testo, di politica, di Mario Mieli, dell’AIDS, del camp e di quanto le cose sono cambiate tra il prima TBITB, quando gay era il Jim Willard di Vidal, e il dopo.

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Gli attori di The Boys in the Band, partendo da in alto a sinistra: Ettore Nicoletti, Federico Antonello, Francesco Aricò, Paolo Garghentino, Gabrio Gentilini, Yuri Pascale Langer, Michael Abibi Ndiaye, Angelo di Figlia e Samuele Cavallo. Immagine su gentile concessione dell'ufficio stampa Zebaki Comunicazione.

Jacopo Bedussi: Cos’è The Boys in the Band?
Giorgio Bozzo: È una commedia che è stata messa in scena per la prima volta nel ’68. Ho una posizione molto personale nei confronti di questa pièce, che è certo la primissima a tematica omosessuale giunta in un teatro. È uno spettacolo seminale. Ci tengo a dire, però, che non è un modo di raccontare come eravamo, ma di come potremmo tornare ad essere se non stiamo attenti. La battaglia sui diritti civili non è conclusa e non è detto che abbia raggiunto un punto di non ritorno. Mettere in scena The Boys in the Band è un atto politico per sensibilizzare soprattutto le persone giovani che avranno la possibilità, venendo a teatro, di vedere quale fosse la posizione degli omosessuali prima delle battaglie per i diritti civili che sono poi iniziate l’anno successivo, nel 1969, con i moti dello Stonewall Inn a New York.

È una pièce corale, uno spettacolo fatto di conversazione. Chi sono questi nove uomini che vediamo in scena?
G.B.: Si tratta di uno scorcio di vita molto interessante su degli omosessuali urbani, metropolitani e privilegiati di quel periodo. Il punto principale è una pervasiva nevrosi, i personaggi ci raccontano e ci spiegano che comprimere il proprio desiderio, la propria sessualità, la propria essenza porta a un disagio. E indirettamente che lottare per potersi esprimere è la cosa giusta. I personaggi di TBITB sono strani perché non fanno nulla per farsi voler bene eppure attraverso un percorso arriviamo a provare una fortissima empatia. È una commedia che per due terzi è estremamente divertente e poi diventa un vero gioco al massacro. Mart Crowley racconta ciò che conosceva molto bene, molti elementi della sua vita si sovrappongono a quelli di Michael, il protagonista. E se questi privilegiati hanno così tanto disagio, così tanta nevrosi, così tanto odio verso se stessi, qualcosa che ha a che fare con la non accettazione di sé e poi si riversa sugli altri ti puoi immaginare cosa potesse significare vivere quella situazione nella provincia.

Un argomento molto discusso ultimamente, data anche la mostra del MET, è quello del Camp, un elemento di cui TBITB è intriso.
G.B. : Quello è il vero camp, non è qualcosa di ricercato, di cool. Queste persone chiudono una porta, si trovano tra loro e iniziano ad usare dei codici, a farsi certe battute, a parlarsi al femminile, ad usare nomignoli. Il camp era uno strumento politico in quegli anni, un codice estetico che permetteva a certe persone di riconoscersi, di capirsi, di trovarsi dalla stessa parte. Oggi il camp è un gioco. Ai tempi il camp era in un gay bar in cui la polizia andava a fare retate, era nei salotti delle case, era sui moli dove si andava a battere al mattino prima di andare al lavoro. Quel camp era sopravvivenza, non esercizio di stile.

Parlavi di uno spettacolo politico, esistono dei modi di essere tipici di quella gayness che dovremmo riabbracciare?
G.B. : Io ho 55 anni e ho iniziato a fare l’attivista a 17. Oggi la mia militanza è portare in scena TBITB e pensare che questo possa aiutare i giovani a capire un po’ di più questo mondo ma la veemenza giovanile era un’altra. L’unica cosa che mi turba oggi è un progressivo imborghesimento della militanza LGBT, l’aver avvertito certi passaggi come piccole garanzie ha portato tutti noi a perdere una parte di quella originalità che avevamo. Sono felicissimo che ci siano le unioni civili ma ho la sensazione che anziché mantenere inalterate alcune caratteristiche vitali della gayness abbiamo ceduto un po’ troppo a un annacquamento della nostra essenza, pensando fosse la cosa giusta da fare per conquistare dei diritti. Non posso però non pensare a tutte quelle generazioni di omosessuali che con il loro orgoglio e la loro lotta quotidiana senza sacrificare nulla di loro stessi ci hanno oggi permesso di essere brillantemente ciò che siamo.

In questo senso mi viene da pensare a come sono cambiate le drag queen, e lo dico senza un giudizio di merito, ma da outsider sono diventate oggi una forma di intrattenimento mainstream, sportiva, quasi agonistica.
G.B. : C’è un personaggio che ci tengo sempre a ricordare che è Mario Mieli. Venne in Italia nel ’71 inviato dal Gay Liberation Front londinese, lui viveva lì, e nel ’71 ci fu un congresso di sessuologia a San Remo che si sentiva come propedeutico a una legislazione antiomosessuale in Italia e gli omosessuali italiani che si erano appena uniti creando il FUORI non volevano che questo passasse sotto silenzio. Lui arrivò vestito da donna, con una bandana in testa rivendicando il travestitismo come strumento di lotta e questo modo di essere e di vivere per me è ancora oggi commovente.

Se quei personaggi fossero invecchiati, cosa sarebbero diventati?
G.B. : Mi tiri una pugnalata chiedendomi questo: molti sarebbero morti di AIDS. Qualcuno sarebbe sopravvissuto, e come nel monologo iniziale di ‘Amici, complici e amanti’ in cui Arnold dice che “Quando la costituzione riconoscerà ai gay l'uguaglianza, io e quelli come me ci ritroveremo spazzati sotto il tappeto, proprio come i neri hanno fatto con lo zio Tom. Ma va bene così.” sarebbe stato accantonato da una società ormai diversa. Non so quanti personaggi, ma questo è un esercizio che dovrà fare il pubblico, potrebbero sopravvivere a loro stessi, quanti si sarebbero emancipati e quanti invece sarebbero rimasti schiacciati nella loro nevrosi e nell’odio verso se stessi. Io non ho una risposta.

Tra questi personaggi c’è Alan che è un elemento non conforme, ex compagno di studi di Michael, eterosessuale portatore di ricchezza e cultura archetipiche è il diverso in questo gioco delle parti, cosa pensi di lui?
G.B. : Alan è una figura quasi aristocratica, un avvocato che arriva da Washington. Per noi che proviamo tutti i giorni questo spettacolo è una croce, perché resta un grande dubbio, che però non posso spoilerare. È una figura che crea una situazione carica di pressione ma che non vogliamo, per scelta, liberare. Alan è l’espediente che Crowley ha trovato per innescare tutto quello che succede.È una scelta letteraria meravigliosa. Perché lui viene torturato, è una vittima assoluta, ma sceglie di non andarsene durante tutto questo massacro.

Tra tutti loro, chi è il tuo personaggio preferito?
G.B. : Hahahaha io li amo tutti, se me lo chiedi dieci volte al giorno ti do dieci risposte diverse. Amo Cowboy che è forse il personaggio meno influente della storia, ma lo adoro, questo ragazzo così ingenuo che si fa trattare male da tutti e a cui a un certo punto dicono ‘vai di là e mettiti insieme a tutti gli altri regali’. Adoro Michael, adoro Harold, ma avrei tanto voluto fidanzarmi con l’attore che ha interpretato Donald.

Ti sei occupato della traduzione del testo, un testo in cui in registro linguistico è una parte fondamentale, almeno quanto lo sono gli stessi personaggi, come hai lavorato?
Costantino Della Gherardesca: Esisteva una traduzione italiana che era molto annacquata. Esiste una sorta di riscrittura della storia per cui gli anni 70 in Italia vengono visti come un periodo rivoluzionario, ma erano in realtà un periodo rivoluzionario solo per chi viveva a Roma o a Milano. E questo si vede nella traduzione di molti film americani che avevano un linguaggio molto forte, si vede ad esempio nel film La valle delle bambole, in cui c’è una traduzione sempre un po’ borderline, quasi censurata. La traduzione del film di TBITB non era forte quanto l’originale. Quindi l’abbiamo ritradotto ma non è una traduzione tout court, l’abbiamo rispedito agli americani che l’hanno dovuto approvare. Certe cose io le avrei rese forse anche più grottesche e violente, ma non mi è stato permesso per venire incontro all’orecchio del finocchio milanese. Direi che questa è una traduzione puntuale ma contemporanea. E poi c’è da dire che il testo regge ancora, per merito dell’autore originale.

In cosa si distingue quella ‘lingua gay’ rispetto al lessico usato dagli omosessuali nel teatro o nel cinema contemporaneo?
C.D.G. : Devi pensare che l’inizio del politically correct gay è arrivato negli anni 80, è in quel periodo che la ricerca della normalizzazione dell’omosessualità ha avuto i suoi primi bagliori. Questa pièce è del 68, gli omosessuali a quel tempo erano FEROCI, c’è un gioco al massacro continuo tra di loro.

Credi che il politically correct abbia portato a una perdita di quella ferocia a cui fai riferimento?
C.D.G. : Io da ragazzino ero ancora come i personaggi di TBITB. A Londra eravamo stronzi come in TBITB, però allo stesso tempo ci volevamo bene. Ci si frequentava principalmente tra omosessuali, avevamo i nostri locali, non esistevano le app. Poi pian piano abbiamo visto che in certi paesi del Nord Europa sono iniziati a sparire i locali gay perché c’è stata un’integrazione degli omosessuali all’interno della società. È cominciato così, con l’accettazione della diversità e con il cambio delle priorità per gli omosessuali. Io sono abbastanza vecchio per far parte di una generazione che appena si è resa conto di essere gay rifuggiva e odiava tutto ciò che fosse famiglia e bambini, mi ricordo che la prima volta che vidi una coppia, più grande di me, di amici di mia madre che avevano adottato un bambino, per me fu uno shock. Non perché sono omofobo, ovviamente, ma perché questi volevano un bambino e io pensavo ‘siete pazzi!?’.
Facevo parte di un’altra mentalità, di un’utopia urbana di quello che oggi si chiama poliamore, e che noi chiamavamo scopare in giro. Del non cercare la monogamia e di non cercare la famiglia come entità. Di vedere i valori della famiglia come qualcosa di destra.

Pensi che l’essere apertamente gay, oggi, abbia ancora un significato politico?
C.D.G. : No, credo si sia perso tutto, ormai ci sono i gay di destra, c’erano già i finocchi di destra durante il periodo Berlusconi. Li vedevo, li riconoscevo e già ringhiavo.

Cosa manca a noi gay del 2019 rispetto ai gay della generazione di The Boys in the Band?
C.D.G. : Ci manca la poesia, il fatto che gli omosessuali fossero un’élite artistica. Con l’arrivo dell’AIDS sono morti in tanti, sono morti geni, artisti, è stata spazzata via un’élite intellettuale. È stato spaventoso. Poi i sopravvissuti che oggi hanno 80 anni guarda caso sono tutti uomini colti, nella moda, nella musica. Sono degli esteti. I più giovani… mah, Lady Gaga?
La maggior parte degli uomini che frequento sono eterosessuali, se parlo di gioielli o parlo di arte il 70% delle volte lo sto facendo con un eterosessuale, negli anni ’90 lo stavo facendo con un omosessuale.

Credi che lo slang gay, il parlarsi al femminile tra uomini ad esempio, abbia ancora un valore di ribellione, di definizione di un gruppo in quanto minoranza?
C.D.G. : Secondo me sì, cioè per me sì, io ancora lo faccio con i miei amici, gente di una certa età, è un retaggio. Adesso non so se i più giovani si parlino ancora al femminile. O se lo fanno non so se lo fanno con un intento politico.

Chi è il tuo personaggio preferito in The Boys in the Band?
C.D.G. : Harold, perché è quello con le battute migliori. E poi è quello più cinico, hanno tutti questa specie di nevrosi, sono autodistruttivi, c’è una corsa verso l’oblio nella psiche di ognuno di loro ma Harold è quello più vero.

Se dovessi convincere un giovane gay inconsapevole a vedere The Boys in the Band, cosa gli diresti?
C.D.G. : Gli direi ‘C’è stata un’epoca in cui i gay non erano dozzinali, vai a vedere The Boys in The band per averne una testimonianza.’

The Boys in the Band sarà in tour in Italia per la stagione 19/20. Trovate qui date, info e tutto il resto.

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