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j.w. anderson e off-white sono il simbolo dell’era instagram al pitti

La stagione primavera/estate 18 a Firenze è stata definita dai nuovi approcci tendenti all’abbigliamento informale dei due stilisti.

di Anders Christian Madsen
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21 giugno 2017, 9:30am

J.W.Anderson spring/summer 18. Photography Daisy Walker.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.

Se ci fosse stato un tema per questa stagione del Pitti Immagine, sicuramente sarebbe stato 'i Millennial'. La prestigiosa piattaforma, che nel passato ha ospitato stilisti del calibro di Helmut Lang e Raf Simons, ha invitato quest'anno due rappresentanti della nuova generazione a presentare le loro collezioni sulle passerelle fiorentine: J.W.Anderson e Off-White. In quanto stilisti, il lavoro di Jonathan Anderson e Virgil Abloh è molto diverso—Anderson si è formato tra le maison d'alta moda, mentre Abloh è nato come stilista di streetwear—ma entrambi condividono l'interesse per l'avanguardia ed eccellenti punti di riferimento per quanto riguarda gli stilisti a cui si sono ispirati durante la loro formazione. Nell'epoca di Instagram, quando giovani fan di moda vengono trasformati in esperti del settore, questi due marchi raccolgono attorno a sé lo stesso tipo di pubblico: clienti così giovani da non essere cresciuti con Helmut Lang e Raf Simons, figurarsi Martin Margiela, i cui codici e valori sono ripresi e rielaborati dai cosiddetti Instagram-brand con una frequenza maggiore rispetto agli altri stilisti.

Off-White spring/summer 18. Photography Giovanni Giannoni.

"Il mio è una sorta di brand per millennial. Lo accetto e voglio che sia così. Se posto una foto di Jenny Holzer, i ragazzi che mi seguono faranno davvero delle ricerche su di lei," ha ammesso Abloh prima della sua sfilata, che ha dipinto virtualmente le pareti rinascimentali di Palazzo Pitti con poesie curate da Holzer, artista che ha collaborato con Helmut Lang e che con lui si è presentata a Firenze oltre 20 anni fa. "Il significato di tutto questo per me va oltre la moda. Significa avere un'opinione e farla sentire," ha continuato lo stilista. La sua collezione è stata una risposta diretta all'attuale clima politico: "Su una macro-scala si tratta fondamentalmente d'immigrazione. La diaspora dei rifugiati continua, e sono quasi pronti a morire per poter oltrepassare i confini del loro paese. Ci sono migliaia di storie da raccontare." Servendosi della consistenza plastica dei giubbotti di salvataggio in tessuto tecnico, lo stilista ha modificato i capi di streetwear attraverso cerniere multiple e chiusure a cordoncino, rendendoli così più adattabili. A questi, Abloh ha poi affiancato le radici specificatamente artigianali di complesse giacche e pantaloni in jacquard che ricordavano tessuti intrecciati a mano e per questo umani e di grande dignità in un mare di plastica.

Off-White spring/summer 18. Photography Giovanni Giannoni.

Tra il crepitio di questi materiali, Off-White ha cercato di portare più emozioni possibili nell'ottica streetwear infuocando la sfilata (iniziata alle 10:40 di sera, nel buio totale) grazie a coni di luce dorata e una colonna sonora lirica. Insieme, i diversi elementi hanno dato vita a un'atmosfera ricca di pathos. "È streetwear, ma è anche l'innesto per un'idea, per una generazione," ha affermato Abloh, parlando delle politiche d'immigrazione del Presidente Trump, della Women's March e della Brexit. Quando gli viene chiesto come affronta gli sporadici commenti dei media che vedono il suo approccio come troppo derivativo (come quello di Raf Simons apparso su GQ America), Abloh non si tira indietro: "Questa è la risposta. Stiamo parlando di abiti, tipo 'questa persona ha inventato questa cosa nella moda'? O stiamo parlando del mondo in senso più ampio?"

Off-White spring/summer 18. Photography Giovanni Giannoni.

'I militanti indossano J.W.Anderson' recita una t-shirt altamente instagrammabile della collezione primavera/estate 18 del brand, con il volto dello stilista spalmato sulla parte frontale in omaggio alle pubblicità della Coca-Cola durante le Guerre Mondiali. Jonathan Anderson non è un personaggio dalle ambizioni limitate. Durante la sfilata, che si è tenuta nella surreale cornice di Villa la Pietra, il logo del brand continuava ad apparire lungo il sentiero erboso nel giardino rinascimentale nascosto tra le colline fiorentine, lasciando che fosse il marchio stesso a parlare. Anche i capi presentati sono stati insolitamente riservati per Anderson, che con la sua linea uomo si schiera contro gli stereotipi di genere e proprio grazie a questa caratteristica sette anni fa ha iniziato a farsi conoscere nell'ambiente, prima che arrivasse la linea donna e Loewe. Potremmo definirlo normcore—termine ormai indissolubilmente legato al marchio di culto Vetements—ed elevazione delle piccole cose quotidiane. Rielaborando il lavoro di Martin Margiela e Helmut Lang, Vetements ha re-introdotto nell'immaginario delle nuove generazioni un senso di abbigliamento informale d'avanguardia così forte da essersi fatto largo anche tra brand dall'estetica diametralmente opposta, come Gucci. È figo essere normali, non troppo eleganti; mettere jeans e una maglietta bianca in un maestoso giardino di Firenze e coprirne le magnifiche statue con teli bianchi.

J.W.Anderson spring/summer 18. Photography Daisy Walker.

Quando la collezione si è mossa in direzione del fashion design, Anderson è diventato carino—in senso ironico, senza dubbio—con tessuti a maglia dall'aria sbarazzina dalle stampe giocose, tra figurine e cuori quasi su ogni capo, e ancora più cuori—questa volta applicati—su un cappotto deocostruito sui toni del beige, che ha tenuto alta la bandiera dell'artigianalità in una collezione che cercava altrimenti di allontanarsene il più possibile. Cos'ha detto Anderson di tutti questi cuori? Forse è stata una cessione al suo gusto personale, magari sono davvero gli abiti che lui ama indossare, ma conoscendone le strategie sovversive sembrerebbero essere solo un altro cenno alla normalità: il cuore, il simbolo più inflazionato del mondo. Quanta avanguardia! Gli abiti di Anderson sono per la gente del settore, e questo è il motivo per cui il grandina ha giocato un ruolo fondamentale nella collezione attuale. Si potrebbero assemblare outfit simili prendendo i capi di diversi brand di lusso—giacche in denim, pantaloncini, una felpa grigia e un bomber beige—ma semplicemente non sarebbe J.W. Anderson, o sbaglio? La collezione vanta anche una collaborazione con Converse, eroe della scarpa democratica amata da chiunque, dai ribelli ai borghesi.

J.W.Anderson spring/summer 18. Photography Daisy Walker.

Sullo sfondo di un'appariscente Firenze in cui da Vinci e Donatello hanno rotto con la tradizione già 500 anni fa, la provocazione di Anderson si erge come diametralmente opposta. Non avrebbe potuto essere più lontana dai completi in lino, dai gilè, dalle scarpe indossate senza calzino e dalle barbe perfettamente curate tanto amate dai dandy, habitué del Pitti Immagine. Eppure, come un trucco naturale che dona luce al viso, le nuove proposte uomo del giovane stilista erano tanto misurate quanto gli outfit di questi pavoni da Settimana della Moda. Non si può sapere davvero. È la sconcertante bellezza di un'industria della moda nell'era Instagram in cui giovani fan sanno perfettamente che i loro abiti non devono per forza farsi notare tra la folla per essere alla moda—ma anzi, funziona l'opposto, come testimonia la popolarità di Gosha Rubchinskiy, la cui collaborazione con Burberry presentata la scorsa settimana a San Pietroburgo ha reso omaggio al passato chav del marchio britannico. "Dialogo con la sartorialità e con chi viene fotografato in città, per strada. Spero che le nostre ricerche si faranno sempre più approfondite," ha affermato Virgil Abloh, riferendosi alle celebrità dello streetstyle che appartengono tutte alla stessa tribù di millennial dell'era Instagram, sia sfoggino un abito a tre pezzi, un parka Off-White o una felpa con logo J.W. Anderson. Per la nuova guardia di stilisti diventati famosi—anche—grazie ai social media, la moda è a loro completa disposizione.

J.W.Anderson spring/summer 18. Photography Daisy Walker.

Crediti


Testo Anders Christian Madsen