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In Bangladesh gli operai dell'industria tessile che il mese scorso hanno scioperato per un aumento di stipendio sono stati licenziati e, in alcuni casi, persino arrestati. Noi di i-D abbiamo parlato con le parti coinvolte per capire cos'è accaduto e...

di Tansy Hoskins
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19 gennaio 2017, 4:20pm

The True Cost

Il Bangladesh è il secondo produttore mondiale di capi d'abbigliamento. È un'industria che ha catturato l'attenzione dei media nel 2013 quando in un complesso industriale situato al di fuori della capitale, Dacca, una fabbrica tessile è crollata uccidendo 1.138 persone e ferendone gravemente altre migliaia.

La strage del Rana Plaza non ha scosso solamente il Bangladesh, ma l'intera industria della moda, e ha portato le persone di tutto il mondo a chiedersi come vengono realizzati i capi che indossiamo e se in qualche modo possiamo considerarci colpevoli di ciò che accaduto per il semplice fatto che diamo più valore ai nostri vestiti preferiti che alle persone che li producono. 

A partire da quel momento diversi brand, sindacati e attivisti si sono impegnati per rendere le fabbriche più sicure, equipaggiandole di misure di sicurezza basilari come scale ed uscite antincendio. Nonostante questi sforzi, i recenti disordini che hanno visto come protagonisti migliaia di operai dell'industria tessile in Bangladesh ci fanno capire che per ambire ad una 'moda etica' non è sufficiente concentrarsi solamente sul livello di sicurezza delle fabbriche. 

Gli operai tessili bengalesi vengono pagati circa 63 euro al mese, un salario minimo che è a malapena sufficiente per sopravvivere. La cifra non cambierà almeno fino al 2018 e, secondo i lavoratori, non è sufficiente ad affrontare il crescente costo della vita in Bangladesh, dove i prezzi delle case e del cibo stanno crescendo a dismisura.

Nazma Akter ha iniziato a lavorare in una fabbrica tessile a soli undici anni ed ha fondato un sindacato che difende i diritti delle donne che lavorano nell'industria. Ora è il presidente dell'unione SGSF (Sommilito Garments Sramik Federation) e ci spiega: "Il Bangladesh conta tra i salari più bassi a livello mondiale. Ad Ashulia gli operai hanno chiesto di più. Le loro famiglie hanno fame e i loro figli non hanno accesso all'educazione di base."

Ashulia è un complesso industriale nella periferia di Dacca, precedentemente noto per l'incendio della fabbrica Tazreen che nel 2012 ha ucciso almeno 117 persone. Decine di migliaia di lavoratori vanno al lavoro nelle fabbriche di Ashulia ogni giorno. Questo perché è grazie a distretti come questo che il valore dell'industria tessile del Bangladesh ammonta a quasi 25 miliardi di euro.

All'inizio dello scorso dicembre, gli operai di una di queste fabbriche hanno deciso di averne abbastanza e sono entrati in sciopero. La notizia di questa protesta si è estesa fino alla fabbrica accanto, dove i lavoratori hanno emulato l'esempio dei loro colleghi. La notizia ha continuato a diffondersi a macchia d'olio raggiungendo ben 50 fabbriche, che sono rimaste ferme per ben due settimane.

Questa minaccia alla fonte di export più proficua del Paese ovviamente non è andata a genio né ai proprietari delle fabbriche, né al governo. Migliaia di persone sono state licenziate e altri lavoratori sono stati arrestati dalla polizia perché considerati degli 'attaccabrighe'.

Nella maggioranza dei Paesi democratici i dipendenti hanno il diritto a dar vita a dei sindacati che si impegnano ad assicurare un ambiente di lavoro sicuro per i lavoratori. In Bangladesh però, nonostante le leggi sul lavoro siano piuttosto progressive sulla carta, questo tipo di iniziative vengono fortemente limitate.

Gli operai tessili bengalesi vengono pagati circa 63 euro al mese, un salario minimo che è a malapena sufficiente per sopravvivere. La cifra non cambierà almeno fino al 2018 e, secondo i lavoratori, non è sufficiente ad affrontare il crescente costo della vita in Bangladesh.

Dopo le proteste di dicembre i sindacati sono stati vittima di repressione da parte della polizia. Uno dei sindacalisti che i-D ha incontrato racconta: "più di 50 uomini si sono introdotti nel nostro ufficio ad Ashulia forzando il lucchetto che teneva chiusa la saracinesca. Hanno vandalizzato il nostro ufficio e bruciato i documenti che vi erano all'interno. Hanno rubato sedie, tavoli e scaffali. I nostri uffici sono rimasti chiusi da quel giorno."

"Abbiamo paura," racconta Nazma Akter. "Non possiamo aprire i nostri uffici, portare avanti le nostre attività, parlare con i lavoratori o anche solo muoverci liberamente in quest'aria. Ci sono poliziotti ovunque, compresi quelli della squadra speciale. È tutto molto difficile per noi."

Christina Hajagos-Clausen fa parte di IndustriALL, un'organizzazione di respiro globale che riunisce centinaia di sindacati provenienti da tutto il mondo e al momento rappresenta più di 50 milioni di lavoratori. Lei ritiene che la situazione in Ashulia sia indicativa del livello di malcontento che si registra nell'industria: "Se non esiste un sistema che consenta agli operai di far sapere ai piani alti come si sentono e cosa pensano, è inevitabile arrivare a situazioni simili a quella in Ashulia."

I proprietari delle fabbriche in Bangladesh hanno molto potere perché spesso sono sostenuti dal governo. "I datori di lavoro hanno il coltello dalla parte del manico, sono organizzati molto bene e si sostengono a vicenda per tutelare i propri interessi." Spiega Hajagos-Clausen. "Poi c'è il movimento degli operai, che è più frammentato e che non può contare su una simile organizzazione. Ogni volta che cerca di fare un passo avanti, viene irrimediabilmente spinto indietro."

i-D ha contattato il presidente della Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (BGMEA), l'associazione locale degli industriali tessili. Ha  dichiarato che gli eventi dello scorso mese sono 'cose di poco conto' e che solo le persone che si sono macchiate di qualche reato sono state arrestate. "Vi garantisco che i diritti dei lavoratori sono sempre salvaguardati qui," ha affermato Md. Siddiqur Rahman. "Dovete comprendere che abbiamo perso ben 14 giorni di produzione. Stiamo perdendo, i proprietari delle fabbriche stanno perdendo. Dovete pensare anche all'industria."

Seppur gli industriali tendano a minimizzare ciò che è accaduto ad Ashulia, la situazione ha finito per preoccupare i grandi brand che si affidano alla produzione a basso costo del Bangladesh.

Più di 20 brand, tra i quali citiamo H&M, Gap e Inditex, hanno scritto una lettera al Primo Ministro del Paese. Un portavoce di H&M ha spiegato ad i-D che la lettera chiedeva al Governo del Bangladesh di "assicurare la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, con una speciale attenzione ai rappresentanti degli operai che sono stati arrestati. Abbiamo anche specificato che, seppur non sosteniamo nessun tipo di attività illegale, riconosciamo che le cause dello sciopero e delle proteste debbano venir affrontate migliorando la natura del dialogo tra le parti coinvolte."

Anche se questa lettera è di fondamentale importanza perché dimostra che il problema sta venendo riconosciuto a livello globale, non dobbiamo dimenticare che questi brand sono i maggiori portatori d'interesse di queste fabbriche in cui centinaia di operai sono stati licenziati. "Vogliamo che le multinazionali s'impegnino a gestire gli acquisti in modo etico" spiega Nazma Akter.

Le principali richieste dei sindacati sono 1) un salario più adeguato per gli operai del settore tessile in Bangladesh 2) pieni diritti per i sindacati 3) la caduta delle accuse nei confronti degli operai arrestati e dei sindacalisti 4) un nuovo e più equo modo di negoziare.

Che si tratti di capi firmati o meno, dobbiamo tenere a mente che una buona parte dei nostri brand o negozi preferiti è in qualche modo legata al Bangladesh e a queste fabbriche in particolare. Potete supportare la loro causa utilizzando l'hashtag #whomademyclothes per assicurarvi che i capi che indossate non siano stati prodotti proprio dalle fabbriche coinvolte nella vicenda. I vestiti che indossiamo quotidianamente potrebbero essere macchiati non solo del sangue di Rana Plaza, ma di tutti i lavoratori che stanno subendo un trattamento ingiusto.

Crediti


Testo Tansy Hoskins
Foto tratta dal film The True Cost 

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