Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage realizzato a Jinwar, in Siria.

donne che fotografano le donne: viaggio all'epicentro del conflitto

Sara Manisera è una giornalista. Arianna Pagani è una fotoreporter. Insieme, documentano le vite delle donne in zone di guerra.

di Amanda Margiaria
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08 marzo 2018, 12:32pm

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage realizzato a Jinwar, in Siria.

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare la settimana dell'8 marzo alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Quando chiamo Sara e Arianna sono comodamente seduta alla mia scrivania, a Milano. Loro invece sono in Iraq. Si trovano in questo paese per documentare la ricostruzione degli anni post-bellici attraverso immagini—quelle di Arianna—e parole—quelle di Sara. Le loro voci sono energiche e forti, non hanno paura di raccontarmi le loro storie. È il 28 febbraio, e al telefono mi dicono: "Tra pochi giorni torniamo in Italia per votare, poi ripartiamo per continuare il nostro progetto." Si riferiscono a Donne Fuori dal Buio, web-documentario multimediale che, attraverso la storia di quattro donne, ripercorre fasi e luoghi simbolo del conflitto iracheno: Baghdad, Halabja, Qaraqosh e Mosul, dal 2003—anno d'inizio della Seconda Guerra del Golfo—fino ad oggi.

Ma l'Iraq non è la prima zona di conflitto che queste due giovani italiane hanno raccontato alla stampa internazionale. Il loro viaggio è, se possibile, ancora più lungo e complesso di quello che il 14 febbraio scorso hanno intrapreso a Baghdad. È da qui che parte la nostra telefonata italo-irachena, dall'inizio del loro percorso congiunto. Finisce mezz'ora dopo, io ancora seduta alla scrivania, che cerco di immaginarmi da dove di preciso mi abbiano risposto Sara e Arianna. Mi sono dimenticata di chiederglielo, ma non so se voglio davvero conoscere la risposta.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage "Fuori dal Buio: Donne oggi in Bosnia Erzegovina".

Come vi siete conosciute? E come avete cominciato a lavorare insieme? Ma soprattutto, perché avete deciso di collaborare?
Sara: Ci siamo conosciute in Italia, durante un training per giornalisti e fotografi che lavorano in zone di conflitto. Poi nel gennaio del 2015 Arianna mi ha proposto di lavorare insieme a un reportage sulle donne bosniache; voleva documentare le loro vite a vent'anni di distanza dalla fine delle guerre balcaniche. Siamo partite, e a quel primo lavoro a quattro mani ne sono seguiti molti altri, sempre nell'area balcanica e mediorentiale.

Il reportage realizzato in Bosnia è per certi versi simile a quello che stiamo portando avanti oggi in Iraq, perché in entrambi i casi abbiamo cercato di ripercorrere gli anni del conflitto—e quelli della ricostruzione—attraverso le voci di donne appartenenti a diverse comunità. Serbe, bosniache e croate nel primo caso, sunnite, sciite, cristiane o curde nel secondo.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal documentario multimediale "Donne Fuori dal Buio."

Se doveste scegliere un reportage per presentare la vostra attività di fotoreporter nelle aree di conflitto, quale sarebbe? E perché?
Sara: Uno dei lavori più emblematici del nostro percorso è quello che abbiamo realizzato nel settembre 2017 a Raqqa. Le protagoniste sono le mogli dei miliziani dello Stato Islamico e il rapporto che hanno con i loro mariti. Questo reportage ha un significato particolare per due ragioni: da un lato, sono pochissime le giornaliste italiane che hanno avuto la possibilità di documentare le vite di queste donne; dall'altro, le loro storie fanno crollare miti, stereotipi e pregiudizi in cui spesso l'opinione pubblica incorre. I miliziani non sono rozzi uomini ignoranti e le loro mogli non sono fanatiche religiose, né succubi presenze silenziose. Io e Arianna abbiamo incontrato donne istruite e acculturate, che per diverse ragioni si sono trovate a vivere a Raqqa, senza necessariamente condividere l'ideologia dei miliziani.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage sulle mogli dei miliziani dello Stato Islamico.

Come si svolge nello specifico il lavoro di una giornalista freelance in zone di conflitto?
Sara: Lavorare in aree in cui imperversano guerre e ribellioni è impegnativo sia in termini di costi, sia in termini organizzativi, specialmente se, come noi, si lavora senza un editore alle spalle. La prassi è l'autofinanziamento, oppure—come nel caso di Donne Fuori dal Buio—il crowdfunding. Poi, a lavoro terminato, si cerca una testata a cui vendere il proprio reportage.
I costi sono però altissimi, perché spesso l'aiuto delle organizzazioni umanitarie non è sufficiente e si deve ricorrere alla figura del fixer, che è solitamente una persona del posto specializzata nella mediazione tra professionisti stranieri e locali, facendo anche da traduttore.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal documentario multimediale "Donne Fuori dal Buio."

E durante le interviste? Come vi relazionate ai soggetti, data anche la delicatezza dei temi che andate poi a trattare nei vostri reportage?
Arianna: Lavorando in coppia, il primo passo è cercare di stabilire una connessione tra me e Sara, anche per quanto riguarda le tempistiche. Ci conosciamo molto bene, quindi riusciamo velocemente a entrare in sintonia, unendo la parte fotografica al racconto della persona. Visto il tipo di reportage che conduciamo, capita che l'intervistato o l'intervistata abbia bisogno di una pausa, quindi è importante saper gestire i ritmi: a volte il medium fotografico è troppo invasivo, quindi Sara va avanti con l'intervista mentre io mi faccio da parte per qualche minuto, lasciando il tempo necessario perché sia possibile ricreare una situazione d'intimità.
L'obiettivo principale è quello di creare insieme un'atmosfera tranquilla e intima, in cui il soggetto si senta a proprio agio. Diciamo sempre che siamo giornaliste, non lo nascondiamo; dopodiché, cerchiamo di dargli il tempo necessario ad ambientarsi alla situazione. Se questo lavoro di coordinamento tra me e Sara funziona, la reazione dell'intervistato di fronte alla macchina fotografica è positiva, altrimenti lo si vede arretrare e tentare di sfuggire all'obiettivo.
Riallacciandomi al reportage citato da Sara sulle mogli dei miliziani, ci capita di lavorare a progetti che implicano una presenza militare attorno a noi. Questo significa fare più step, facendosi accettare prima da chi ci sta accompagnando e poi dai soggetti veri e propri. Il tatto e il rispetto sono l'elemento fondamentale nel nostro lavoro, e anche per questo non rubo mai immagini, ma scatto solo quando c'è una connessione tra me e l'intervistato.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage "Khansa: the Only Doctor in the heart of Sinjar."

Al centro del vostro lavoro c'è spesso la donna, con tutta la sua resilienza e dignità, anche nelle situazioni più complesse. Il messaggio che volete trasmettere al pubblico vuole essere di speranza o di semplice testimonianza?
Arianna: Si tratta sicuramente di testimonianza, perché siamo qui in Iraq per documentare la situazione. In seconda battuta, ben venga la speranza, per il lettore e per i soggetti stessi. Ma quello che vogliamo davvero è che, dopo aver osservato le mie immagini e letto le storie di Sara, le persone si pongano delle domande. Non siamo noi a dover dare risposte specifiche, perché noi siamo qui e viviamo la situazione in prima persona, vogliamo invece che i nostri reportage stimolino il lettore ad approfondire il tema e informarsi. Se questo accade, significa che abbiamo fatto il nostro lavoro al meglio.
A livello fotografico, oggi siamo bombardati da immagini di conflitto, immagini che forniscono sempre una stessa idea di donna mediorientale. Ecco, noi cerchiamo invece offrire un'estetica alternativa, raccontando le storie di queste figure femminili da un punto di vista che spesso i media tendono a tralasciare.

Sara: I nostri obiettivi sono principalmente tre: documentare, informare e abbattere gli stereotipi. Lavorando in Medio Oriente, raccontiamo le vite di donne indipendenti, che anche se indossano l'hijab o il velo hanno una loro vita, fanno parte della società civile o di movimenti femminili. Le testimonianze di queste donne trasfigurano il racconto della realtà, rendendolo più vicino a quella che è la loro vita quotidiana e allontanandolo dagli stereotipi. Se non lo facessimo, non racconteremmo la complessità dei paesi in cui operiamo.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal documentario multimediale "Donne Fuori dal Buio."

Le vostre donne appaiono forti e determinate; hanno lo sguardo fiero di chi non si lascia abbattere, neanche se chiedono notizie di figli e mariti scomparsi durante il loro viaggio verso l'Europa. Da dove nasce il desiderio—o la necessità—di concentrarsi proprio sulla figura femminile durante il conflitto?
Sara: Beh, siamo giornaliste donne anche noi, quindi è più facile relazionarsi a loro, la connessione è più immediata. Inoltre, vogliamo dare voce a chi spesso non ha l'opportunità di far conoscere al mondo la sua storia, cercando di fornire un'immagine di donna non come vittima, ma come protagonista.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal reportage "Humanity, Lebanon".

Dai vostri lavori emerge una forte determinazione nel dar voce al coraggio delle donne. Che sia attraverso uno sguardo o attraverso uno smalto sbeccato, come si racconta il valore del sesso femminile nel Medio Oriente?
Sara: I modi per farlo sono molteplici. Ci si può ad esempio concentrare sui dettagli, come quelle unghie dipinte che mi citi tu; ma anche attraverso le parole. In questo articolo sulle donne dello Stato Islamico, apro con un focus sull'aspetto esteriore della protagonista.

Prima di iniziare a parlare, Aisha Abudl Gani si accende una sigaretta. È una donna elegante e raffinata, coperta da un lungo chador nero. Ha le palpebre truccate, con un filo di matita color corvino e un ombretto argentato.

Ecco, cogliere queste sfumature permette di trasmettere il lato femminile e meno scontato della donna in Medio Oriente.

Fotografia di Arianna Pagani tratta dal documentario multimediale "Donne Fuori dal Buio."

Quali sono i vostri programmi per il futuro? Continuerete a raccontare visivamente le storie di chi ha a che fare tutti i giorni con guerra e conflitti?
Al momento siamo completamente assorbite dal webdocumentario Donne Fuori dal Buio, che racconta l'Iraq a 15 anni dall'invasione americana e verrà lanciato proprio il 20 marzo, data che segna l'invio delle prime truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Si tratta di un lavoro innovativo, che si affida a più strumenti narrativi; c'è una piattaforma online, ci sono le mappe interattive, e poi video, audio, testi e fotografie.
Sul lungo periodo, l'idea è quella di continuare a lavorare in Medio Oriente, documentando la società civile e i conflitti del futuro. Le operazioni militari, purtroppo, non si andranno a placare nel breve termine, quindi laddove ci sarà un conflitto—se sarà possibile arrivarci—ci saremo anche noi e il nostro giornalismo di guerra.
Certo si tratta comunque di un futuro comunque precario. Siamo giornaliste freelance, non abbiamo un contratto né un editore ad assicurarci una pubblicazione a settimana. Arianna ha appena compiuto 30 anni e io ne ho 28, quindi l'idea è quella di continuare lungo questa strada, tenendo però ben presenti tutte le difficoltà che comporta.

Sara e Arianna durante il loro viaggio in Iraq.

Crediti


Testo Amanda Margiaria
Immagini su gentile concessione di Arianna Pagani e Sara Manisera

In occasione della Women's Week abbiamo intervistato un'altra fotoreporter italiana, Giovanna Del Sarto. Qui trovate quello che ci siamo dette e un sacco di bellissime Polaroid.

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