Pubblicità

can dagarslani fotografa l'assurdità della vita quotidiana

Abbiamo parlato con il fotografo di Istanbul di come il suo lavoro di architetto influenzi i suoi scatti, della magia dell'analogico e del suo amore per Godard.

di Giorgia Baschirotto
|
28 ottobre 2015, 10:00am

Nel Simposio di Platone il commediografo Aristofane ci racconta il mito delle metà, spiegando come in origine i caratteri dell'uomo e della donna fossero uniti in un solo corpo, fino a che Zeus, preso dall'ira, non decise di dividere la loro figura in due lasciando che le parti, incapaci di vivere in solitudine, cercassero il loro completamento per l'eternità. Il mito non parla solo della ricerca dell'amore, ma soprattutto della ricerca dell'individualità. Quasi a rendere omaggio al filosofo greco, Can Dagarslani con le sue composizioni perfettamente simmetriche indaga la natura umana, anche se, a differenza del racconto, i corpi degli amanti nelle sue fotografie si intrecciano nascosti da soffici maglie color pastello. La palette cromatica dalle sfumature delicate del fotografo di Istanbul contribuiscono a rendere i suoi lavori così affascinanti, conducendoci tra le pieghe della vita quotidiana ed evocando allo stesso tempo un'atmosfera onirica. Dagarslani, che di professione fa l'architetto, si è avvicinato alla fotografia scattando paesaggi viaggiando di città in città, ma è il posto in cui è nato e le sue dinamiche ad ispirarlo giorno dopo giorno, assieme al cinema, alla pittura e agli scatti di Ren Hang. I corpi dei suoi soggetti e l'ambiente circostante comunicano quasi un senso di malinconia e di solitudine, facendoci riflettere per un attimo sull'ambiguità del reale. Abbiamo parlato con il fotografo delle tematiche che affronta attraverso i suoi scatti, della magia dell'analogico e del suo amore per Godard.  

Cosa significa per te la fotografia?
Il mio interesse per la fotografia ha sempre fatto parte del mio universo interiore, non è nato semplicemente per curiosità. Porto sempre con me una macchina fotografica e scatto l'architettura che mi circonda e i lati più cinematografici delle città. Nulla mi appartiene quanto la fotografia. Ti permette di esprimere al meglio la tua soggettività, e questo aspetto mi ha motivato a scattare sempre più foto. Ed ora eccomi qui, a parlare con te. Sono davvero fortunato di avere la possibilità di scappare dallo stress quotidiano grazie a questa passione meravigliosa. 

So che sei un architetto, il tuo lavoro come influenza la tua fotografia? Le tue composizioni spesso sono rigorose, sembra quasi ci sia uno studio attento dietro ogni tuo scatto.
Certamente la mia esperienza come architetto influenza il mio modo di analizzare lo spazio e gli oggetti. La percezione dello spazio, la prospettiva e i diversi livelli su cui si muove la realtà rappresentano una sfida per me nel realizzare le mie composizioni. La geometria dello spazio stesso gioca un ruolo importante, diventa protagonista tanto quanto le modelle e i modelli delle mie fotografie. Anche un open space totalmente bianco può avere un enorme potenziale, come un luogo familiare espande e allo stesso tempo limita il potenziale della modella. Questa variabile può aiutare il fotografo a definire il ruolo di chi posa per quello scatto e la sua identità.

Scatti solo su pellicola e negli ultimi anni la pellicola è stata rivalutata e valorizzata. Secondo te perché siamo affascinati dalla fotografia analogica?
Quando guardi attraverso la lente non hai bisogno di prestare troppa attenzione ai comandi della macchina fotografica. Lascio che il mio subconscio abbia la meglio e che l'immagine rifletta ciò che sento dentro. Mi sento così ogni volta che scatto in analogico. Quando prendo in mano una digitale non sento di avere la stessa libertà, non sei tu che controlli lei, ma lei che controlla te.

Le tue foto sembrano racchiudere numerosi temi e diverse influenze. Che cosa ti ispira?
Innanzitutto amo osservare, in particolare gli oggetti, il loro colore e la loro superficie. Mi concentro sempre su questi aspetti visivi ed essi mi ispirano quotidianamente. Abito nella città più caotica di questo strano paese che è la Turchia. Istanbul mi nutre e scandisce il ritmo delle mie giornate. Anche se per molte persone non è così, vivere qui mi da serenità. La vita di tutti i giorni mi ispira più di qualsiasi altra cosa ed è il punto di partenza per i miei lavori. Mi interesso inoltre anche ad altre cose, come la moda, il cinema e la pittura; anche loro influenzano i miei scatti.

In molte tue fotografie c'è una coppia di persone, per quale motivo? Qual è il significato che dai al tema del doppio?
Quelle serie giocano con le pose e i gesti delle modelle, creando composizioni asimmetriche viste da un unico punto di vista. I due corpi si fondono, dando vita ad un'identità singolare e allo stesso tempo insolitamente naturale. Sembrano quasi delle sculture grottesche. Mi piace enfatizzare la forza di questa immagine concentrandomi sul rapporto tra le due modelle.

Ho letto che ti piace molto Godard. Quali aspetti della Nouvelle Vague possiamo ritrovare nelle tue foto?
La Nouvelle Vague non raccontava mai una storia in maniera tradizionale. I maggiori esponenti di questa corrente hanno voluto sconvolgere la narrazione - che fino a quel momento sembrava interferire con il modo in cui l'osservatore percepiva il film - utilizzando un linguaggio che permetteva allo spettatore di esperire il film esattamente come avrebbe esperito una scena di vita reale. Il loro obiettivo non era semplicemente intrattenere il pubblico ma comunicare qualcosa in maniera genuina. Non posso dire che il mio stile rifletta in maniera diretta le caratteristiche della Nouvelle Vague, ma sono affascinato dalle tematiche che affronta e dal suo lato anticonformista.

Uno degli scopi della Nouvelle Vague era anche quello di rappresentare la bellezza della realtà, e il tuo modo di rappresentare la vita quotidiana è indiscutibilmente affascinante. Tuttavia alcuni dei tuoi scatti sono surreali. La fotografia appartiene anche all'universo del sogno?
Cerco di creare composizioni delicate e inquietanti allo stesso tempo, evocando immagini smaccatamente surreali attraverso l'uso di illusioni ottiche. Tutto sembra pianificato alla perfezione ma allo stesso tempo il lavoro finale sembra nato in maniera del tutto naturale e spontanea. Questo è quello che vorrei trasparisse dai miei lavori.

Se le tue foto potessero parlare cosa direbbero all'osservatore?
Non faccio nulla con uno scopo preciso, sono le persone che cercano di andare oltre i limiti del reale. Credo di poter sorprendere l'osservatore senza realizzare qualcosa di particolarmente acuto, ma cercando anche di non essere scontato. Cerco di rappresentare genuinamente la natura umana, così come la vedo attraverso la mia lente. È proprio questo ciò che mi interessa: tuffarmi nella psiche umana per scoprirne i segreti, lasciando al pubblico la possibilità di immaginare tutto ciò che vi ruota attorno.

candagarslani.com

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto su gentile concessione di Can Dagarslani