yuri ancarani e l'arte di rendere visibile l'invisibile

In occasione della speciale edizione della Biennale de l'image en Mouvement, abbiamo intervistato Yuri Ancarani, celebre regista e video-artista, che con le sue opere riesce a catturare la bellezza del mondo.

di Eloisa Reverie Vezzosi
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30 ottobre 2015, 10:10am

Esistono tanti tipi di strade. Dalle grandi vie romane, che conducevano tutte alla città eterna, ai passaggi segreti raccontati solo attraverso parole, confidenze e libri; dai percorsi bui, come quelli che portano alle platee di uno stadio, alle rosse arterie, vene e capillari che collegano il cervello direttamente al cuore passando per lo stomaco e raggiungendo le estremità del corpo, fino alle bianche e immense cavità del marmo che dialogano direttamente col cielo. E poi esiste chi tutte queste strade riesce a ritrarle e unirle insieme in un percorso di vita artistica e di opere fatto di inquadrature perfette, estetica del suono, e non solo del gesto, e passione per una bellezza invisibile.
Non ho mai incontrato di persona Yuri Ancarani. L'ho sentito al telefono durante uno dei suoi tanti viaggi lungo nuove e creative strade. Lui seduto sul treno diretto a Venezia e verso il suo cielo "grigio ma azzurro", io alla mia scrivania che cercavo di immaginare come potesse essere lo sguardo di un celebre film-maker/regista/video-artista mentre osservava dal finestrino il mondo e l'orizzonte della città di laguna e contava i passi dei vicini di posto procedere precari.

A Venezia Yuri si stava recando per la speciale edizione della Biennale de l'image en Mouvement, che si svolgerà al Teatrino di Palazzo Grassi fino al 31 ottobre. In occasione di questa particolare manifestazione, verranno proiettati 9 delle 22 opere commissionate a giovani registi internazionali da Andrea Bellini, curatore del Centre d'Art Contemporain Genève, in collaborazione con Hans Ulrich Obrist e Yann Chateigné. La serata del 28 ottobre è stata dedicata a Yuri e a tre suoi capo-lavori Il CapoSan Siro, e Séance. Dopo aver raccontato brevemente del suo documentario presentato al Museo del Novecento di Milano qualche mese fa, abbiamo voluto parlare col nostro "capocannoniere" dell'immagine in movimento per conoscere i segreti della sua ripresa perfetta, i suoi consigli per i giovani che amano la creatività e per sapere quali saranno le "memorie del futuro". Il resto delle cose dette? Non lo rivelerò mai... Compresa la seconda geniale risposta all'ultima domanda. Perché è vero che "la follia serve sempre" e che solo un grande artista può rendere visibile la bellezza invisibile.

Per alcuni sei video-artista, per altri un film-maker, per altri ancora un regista di "documentari". I tuoi lavori vengono esposti in gallerie d'arte e presentati durante festival cinematografici. Spazi dalla Biennale d'Arte di Venezia al Festival del Cinema di Roma fino alle due nomination per il Cinema Eye Honors di New York. Tu come ti definisci e come consideri il lavoro teso in un costante dualismo tra cinema e arte?
Mi viene spesso consigliato di prendere una posizione. Viviamo però in un momento in cui i generi stanno cadendo ed è a mio avviso necessario cavalcare l'onda della contaminazione. Quando non riesci a collocare qualcosa in un settore specifico, lo percepisci come un punto debole mentre si rivela un punto di forza molto stimolante e allo stesso tempo estremamente arricchente. Io ho deciso di concentrarmi su quello che faccio senza pensare poi dove mi porterà. Il mio lavoro non lo definirei né "video" né "cinematografico" ma di "immagine in movimento". A volte viene esposto in gallerie altre durante festival, cerco semplicemente di scegliere la piazza più interessante per il film.

Hai rivelato di esserti dato "delle regole molto severe." Potresti parlarci del tuo processo creativo?
Penso che l'elemento fondamentale del mio lavoro sia il fatto che è riconoscibile. Il mio modo di inquadrare è una cosa per me molto preziosa, che continuo a salvaguardare e portare avanti. Mi impegno a descrivere realtà e personaggi sempre utilizzando le stesse regole. Sono difficili da spiegare. Basti sapere che cerco di essere me stesso ogni volta... E poi il resto è un segreto!

Sei nato in Romagna, realtà culturalmente attiva che hai descritto così: "C'è tanta follia e la follia serve sempre. " A 18 anni ti sei così trasferito a Milano e recentemente hai dichiarato di provare nei confronti di questa città un sentimento di amore e odio. Come descriveresti oggi Milano? 
La Romagna è una realtà molto fertile dove la qualità della vita è molto alta. Mi sono trasferito a Milano perché credo che restando a Ravenna non sarei riuscito in nessuna delle cose che ho fatto! Forse là si fanno troppe feste! - confida ridendo. Milano è una città rigida, severa e che mi porta a essere meno pigro e più produttivo. In realtà, io ho bisogno di entrambe le città: se devo creare mi trasferisco in Romagna, se devo produrre mi trasferisco a Milano. Inoltre sono ancora residente a Ravenna. Ci sono momenti in cui mi posso permettere di isolarmi e trovarmi da solo in un'atmosfera malinconica, molto interessante e stimolante, come la città di valle permette. Anche Ravenna, come Milano, è una città grigia. Ma il grigio della prima si rivela molto caldo e accogliente - come quello di Venezia - mentre quello della capitale lombarda resta freddo, forse anche a causa dei suoi marmi e architetture. A mio avviso, comunque, oggi non si può più pensare al locale ma è necessario allargare la propria visione a livello internazionale. I miei lavori circolano molto all'estero e seguo molte produzioni non italiane, ma, se posso, preferisco senza dubbio rimanere nel mio paese.

Dalla luna al corpo umano: la tua chiave di lettura si è sempre basata sulla tua volontà di spingerti oltre. Il prossimo limite che infrangerai?
Per un'interessante coincidenza, mi trovo oggi a lavorare per due produzioni diverse che mi stanno portando a girare nel paese più ricco del mondo e nel paese più povero del mondo, il Qatar e Haiti, che malgrado sia un'isola caraibica è ormai deserta. I due progetti sono distinti e non connessi, anche se io sento che lo sono ed è ormai da due anni che sto viaggiando in queste due parti del mondo.

Da "Da Vinci", Yuri Ancarani

"Molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento, e quello sarà l'attimo perfetto, facilissimo e inevitabile: sentiremo un richiamo e non potremo far altro che obbedire". Afferma Pier Vittorio Tondelli nel suo "L'Abbandono. Racconti dagli anni Ottanta". Da dove nasce la tua ispirazione e le scelte dietro alle tue opere? Relativamente ai tuoi film, puoi dire che scegli di portare avanti un'idea come fosse "un richiamo" a cui obbedire?
Trovo il pensiero di Pier Vittorio Tondelli assolutamente vero. Non sei tu che cerchi l'opera ma è l'opera che trova te... E poi, magari per caso, nasce qualcosa di nuovo.

Sono rimasta particolarmente ammaliata dalla scelta di suono, rumore e musica nel tuo Séance. Potresti parlarci e descrivere questo tuo "incontro"?
Questo lavoro nasce assolutamente per caso e, soprattutto, con un altissima probabilità di fallimento.
L'idea si è manifestata durante un mio sopralluogo a Torino per la produzione di un video per la mostra Shit and Die, curata da Maurizio Cattelan, Myriam Ben Salah e Marta Papini. Durante la mia visita alla Casa Museo di Carlo Mollino, Fulvio Ferrari, curatore del Museo, mi raccontò tutta la storia della casa aggiungendo che c'erano ancora molte parti oscure e che avrebbe presto chiamato una medium per rivolgerle delle domande. Allora ho telefonato a Roberto Pisoni di Sky Arte per chiedere se questo progetto potesse interessargli. Ci tengo a sottolineare che si trattava di qualcosa di apparentemente impossibile! E lui invece mi ha detto di procedere. Tutto è così nato con semplicità. Abbiamo rischiato e alla fine è andato bene. Il risultato infatti è stato un lavoro interessante e utile, soprattutto perché quello che viene detto nel film è utile.

Per quanto riguarda l'aspetto del suono, ho scelto di lavorare, come sempre, con Mirco Mencacci, raffinatissimo sound designer. Per la colonna sonora del film, abbiamo registrato tutti i reverberi degli oggetti contenuti nella casa di Carlo Mollino. Abbiamo così creato un suono usando il concetto principale del film ovvero l'"invisibile". Per Séance abbiamo così ripreso quello che non si vede e registrato solo quello che non si sente.

Dal marmo bianco e l'elegante forza del lavoro umano de Il Capo alla ripresa dell'incontro impossibile e di nuove dimensioni in Séance: qual è la tua definizione di bellezza?
Non so dirti a parole la mia definizione di bellezza, ma so sicuramente cosa devo fare per rappresentarla, soprattutto in luoghi che "belli" non sono affatto. Per il film su Carlo Mollino era importante studiare l'architettura ed era fondamentale che le riprese mostrassero il pensiero architettonico legato a quella casa. Si tratta di un edificio con tantissimi specchi, e, dove questi mancano, sono state inserite stampe fotografiche, tende a coprire colonne... Ora che gli specchi sono opachi, resta ancora evidente l'idea di ampliare gli spazi, sfondare i muri e di voler far sentire gli ospiti come se si trovassero dentro un bosco, lo stesso che è possibile vedere affacciandosi alle finestre. Io ho cercato semplicemente le inquadrature più idonee per rappresentare tutto questo. L'ambientazione de Il Capo è una cava di marmo e un cantiere estremamente sporco. Ma per far capire la passione dell'operaio, ho pensato che fosse necessario scegliere le inquadrature più pulite possibili, per innalzare questa immagine attraverso l'estetica. Per ogni mio lavoro, cerco costantemente un tipo di bellezza che può essere utile al film ed è sempre diversa.

Da "Il Capo", Yuri Ancarani

Un consiglio ai giovani italiani che sognano di trovare il loro spazio del mondo, che credono nella creatività.
Bisogna ascoltare le parole di Carlo Mollino in Séance. Penso che questo sia il pensiero più incoraggiante che possa sentire un giovane autore.

Quali sono i tuoi "ricordi per gli uomini del futuro"?
Non abbiamo più una visione ottimistica del futuro, come poteva essere nel mondo della fantascienza degli anni '80 e '90, coi viaggi interstellari, navi spaziali e via dicendo. Se dovessi pensare al futuro e a un possibile film di fantascienza girato oggi, lo ambienterei in uno dei luoghi più poveri della Terra. Si tratterebbe della storia del nostro pianeta, distrutto da una guerra atomica i cui unici sopravvissuti sono gli abitanti di Haiti che vivono sopra le macerie delle loro città distrutte; gli unici completamente autosufficienti grazie al carbone, alla pesca, le saline e il lavoro artigianale, ci ricordano di quando, gli uomini moderni non erano più autonomi.

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi

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