elena petitti di roreto ci mostra la bellezza dell'errore

Abbiamo intervistato l'art director che ai video preferisce le immagini, che crea capolavori usando modelle scannerizzate in 3D e che non lascerebbe mai la sua amata Milano...

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feb 18 2016, 10:55am

"Glitch" è una parola onomatopeica usata in elettronica per indicare "genericamente i disturbi di breve durata che si manifestano in un impulso teletrasmesso, deformandone la forma d'onda."
Mai "genericamente" fu più corretto.
L'homo sapiens sapiens del XXI secolo ha un senso che oggi vince tutti gli altri. Se a causa dello scroll di Instagram, dei video su Snapchat e dei messaggi su Whatsapp, il nostro senso del tatto perde sensibilità (e lentamente ci ritroveremo con un solo dito utile per mano, a quanto dicono gli esperti), la vista è diventata esperienza predominante per il nostro sistema conoscitivo, cuore nevralgico dei nostri corpi. Siamo costantemente bombardati da immagini di qualsiasi tipo e ne siamo diventati dipendenti oltre che affamati. In questo constante panta rei mediatico e cross-mediale, sociale e di social networks, abbiamo oggi due possibilità: sederci immobili a guardare filosoficamente l'acqua della vita scorrerci davanti incessantemente oppure buttarci, bagnarci e iniziare a nuotare (anche controcorrente).
Ma cos'è che l'occhio definisce "errore"?
Una risposta a questa domanda non posso darvela con certezza ma posso farvi conoscere Elena Petitti di Roreto la giovane e geniale art director italiana che trasforma la distorsione in tecnologica e perfetta armonia. In veste di "Director and visual effects for fashion films, editorials and art projects", come si legge sul suo canale Vimeo, anche se giovanissima, Elena ha già lavorato per importanti nomi dell'industria, da Adidas a Dries van Noten, da Emilio Pucci a Emporio Armani, da Lanvin a Vogue Italia, e l'elenco è ancora lungo...

Ho conosciuto Elena attraverso il suo video introduttivo della prima edizione del Fashion Film Festival Milano e sono rimasta folgorata: la successione di immagini che accompagnava lo sguardo dello spettatore a volo d'uccello su Milano è da allora rimasto il perfetto ritratto con cui ho identificato la città. Ho ritrovato Elena grazie al progetto "Year Of The Windrunner" di NikeLab e al particolare servizio realizzato per noi di i-D. Qualche giorno fa, ho finalmente avuto l'occasione di fermarmi a riflettere con lei, a conoscere meglio il suo sguardo sul mondo, i suoi occhi onnivori e ho potuto rivolgerle tante interessate (e spero interessanti) domande.
Ho scoperto così che non lascerebbe mai Milano, che malgrado tutti i suoi video meravigliosi nutre una radicata passione anacronistica per l'immagine e che, anche se ormai esperta creatrice di video in 3D, pensa che il futuro non sarà in tre dimensioni...

Hai la possibilità di presentarti tramite un video di 15 secondi.

Qual è stato il tuo percorso?
Ho frequentato il liceo classico, ho studiato pianoforte per tanti anni, ho passato poi quattro anni alla Naba durante i quali ho fatto due Erasmus molto importanti per la mia formazione. A New York ho studiato regia e a Londra Creative Direction For Fashion.

Cosa vuol dire oggi essere un art director?
Tantissima ricerca, tantissime immagini, abilità di catalogazione. Questo è il punto di partenza di ogni progetto. Quando poi trovo la strada che mi interessa, passo all'analisi. Sicuramente in tutto questo processo, confesso che Internet dà sempre una mano notevole.

Qual è la tua definizione di fashion film?
Un fashion film è (abbastanza) libero. Sicuramente con meno vincoli di un generico film pubblicitario. È più moody. Con un fashion film posso raccontare un mondo, un universo e non soltanto un prodotto e questo rende il mio lavoro piuttosto divertente.

Come in VALENTINO - ROCKSTUDIO ROLLING, nel quale sei a mio avviso riuscita a raccontare una storia, un momento privato lasciando allo spettatore la "libertà" di vedere o meno un prodotto al di là della scena...
Il film per Valentino è un buon esempio. Quando vendi un abito, offri sostanzialmente l'appartenenza a un gruppo. Comprare un capo o desiderarlo significa far parte di questo mondo oppure volerci entrare. Ciò che questo video vuole trasmettere è semplicemente un momento di gioco tra un gruppo di ragazzi che stanno da soli in casa. La soddisfazione è stata sentirmi dire dai modelli che si erano divertiti davvero. Si potrebbe dire che il risultato di questo fashion film è stato quasi documentaristico.

Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?
L'ultimo film di cui mi sono innamorata è il "Sicario" ma non penso che vorrei viverci dentro, se non nella parte di Benicio Del Toro.

Parlaci delle tecniche e dei software che utilizzi.
Io non sono una "tecnica" e non sono nemmeno abbastanza nerd per inventare i software. Quando devo occuparmi di progetti complessi mi affido a persone esperte. Ho imparato con l'esperienza che il risultato dipende sempre da come vengono usate le cose. Per quanto riguarda i miei lavori infatti, il "gioco" sta nell'usare in maniera sbagliata le tecniche tenendole sotto controllo prevalentemente da un punto di vista estetico. In questo modo diventano esperimenti quasi pittorici, che è l'aspetto che trovo interessante.

Qual è allora la tua definizione di "glitch"?
Il mio errore è pittorico, se lo controlli... Ma puoi anche non dominarlo. L'esempio che rappresenta al meglio questo principio è sicuramente il lavoro fatto per Dries Van Noten, installazione di ATELIER IMPOPULAIRE per la Berlin Gallery Week.

Tua è stata la video-introduzione della prima edizione del Fashion Film Festival di Milano. E, confesso, è proprio grazie al film che si ripeteva in apertura di ogni ciclo di proiezioni che sono entrata in contatto col tuo lavoro e ti ho conosciuta. Ma tornando alla città-sede della manifestazione, cosa rappresenta per te Milano oggi?
Io amo Milano. Profondamente. Sono molte le persone che costantemente mi chiedono perché io non mi sposti a vivere all'estero. Ma io a Milano sto bene. Mangio bene, vivo bene e tutto sommato se lavori nella moda c'è anche un buon mercato. Questa città mi piace perché è piccola, è come un quartiere, un ottimo compromesso. Quindi al momento mi fa piacere rimanere qua.

Che consiglio ti senti di dare ai giovani che sognano di affermarsi come art director?
Necessario è sempre fare quello che si ha voglia di fare. Sicuramente per quanto riguarda un consiglio sul percorso da seguire, posso riportare la mia personale esperienza: io ho lavorato per molti anni come dipendente e questo mi ha permesso di imparare a lavorare. Ho appreso un metodo, ho capito come interfacciarmi con i clienti e come gestire tutti quegli aspetti che non facevano parte del mio bagaglio di conoscenze. È stato un tassello utile. Solo dopo mi sono sentita pronta e preparata a lavorare da sola. Se avessi subito cominciato a muovermi in autonomia sono certa che non sarebbe assolutamente andata allo stesso modo.

Come nasce un nuovo video?
Ti descrivo il mio metodo "classico". Numero uno: ricerca selvaggia su Internet, procedendo immagine dopo immagine, input dopo input fino a che non mi viene in mente qualcosa. Raggruppo poi le immagini per categorie: persone, oggetti, luce, colore... E poi procedo con l'elaborazione di una storia. Scrivere solo la mattina, altri momenti della giornata rischio di essere parecchio sgrammaticata. Ad esempio, ho appena scritto un trattamento basato sul colore silver. Ho fatto ricerca a partire dalla carta stagnola, ho messo insieme tutte le immagini e ho cercato di dare loro un senso.

LORO PIANA - DOUBLE from Elena Petitti di Roreto on Vimeo.

Internet è quindi la fonte principale da cui partono le tue ispirazioni.
Assolutamente. Mi rivolgo a tutto il mondo di Internet, Instagram compreso. La mia ricerca è comunque - vi avviso - discretamente trash. Sito di riferimento preferito spaceghetto.biz.

E Internet è anche il regno dei nickname... Quali sono i tuoi nomi d'arte?
Komollo e Melany. Il primo è nato durante il periodo universitario quando facevo parte di un collettivo che oggi non esiste più. Melany invece siamo io e Mauro Chiarello Ciardo, direttore della fotografia, con cui sviluppo alcuni progetti di regia.

Cosa ne pensi del sopravvento dei video nel mondo digitale e sui social networks?
Io i video li faccio ma non li guardo. O meglio, me ne interesso nel momento in cui devo fare ricerca ma non hanno su di me alcun effetto a livello commerciale. Su di me hanno molto più effetto le immagini. Parte della mia ricerca da portare avanti sono sicuramente le fotografie in movimento. Sono una buona via di mezzo tra lo statico e il dinamico e sono ottime per catturare l'occhio pur mantenendo sempre la loro potenza di singola immagine. Dalla parte opposta, il video è interessante perché è dotato di musica e possiede in sé la tensione della storia.

Parlando di immagini in movimento, cosa puoi raccontare relativamente al lavoro editoriale basato sulle stampe di Ernest Trova?
Questo nasce dalla collaborazione con Veronica Mazziotta, una stylist e amica fantastica che ha creato una sezione su Vogue interamente dedicata all'arte. Ci siamo conosciute proprio grazie a questo lavoro. Abbiamo visto che le stampe di Ernest Trova avevano qualcosa di cinetico e abbiamo deciso di lavorare intorno a questo concetto. Adesso stiamo facendo un video 3D, che uscirà tra un mese e ha come protagonista la figura di una modella totalmente scannerizzata.

Non solo attraverso i tuoi video ma anche tu stessa mi hai confermato di essere onnivora di spunti e ispirazioni. C'è qualcosa che non ti piace?Sono anche molto stronza. Non mi piacciono le immagini brutte che non hanno senso e che non vogliono dire niente.

Ma cos'è per te il brutto?
Non lo saprei spiegare, ma penso che saprei dire che un'immagine è brutta se la vedo.

Parliamo dei tuoi lavori. Qual è l'opera che più ti rappresenta?
Sicuramente BECCO DI RAME. Si tratta del mio ultimo progetto e deve ancora uscire nella sua completezza (la durata sarà di 5 minuti e al momento lo stiamo sonorizzando). Il lavoro è nato quando ho conosciuto Elena Briganti, una persona meravigliosa il cui padre, Alberto Briganti, è veterinario. Elena mi ha raccontato la storia di un'oca ovvero di come ha perso il becco combattendo con una volpe e di come suo padre ha costruito un becco protesico interamente in rame. Appena ho sentito la storia sono letteralmente impazzita! L'intero progetto lo sto realizzando come Melany. Per evitare di dare al film un tono ciberg o eccessivamente cupo, ci siamo ispirati alla pittura fiamminga, cercando di costruire una serie di tableaux estetici che raccontassero la storia vera di Becco di Rame. Di questo lavoro devo dire la carta vincente è stata la squadra: Stefania Perna, amica e casting director bravissima ha trovato la faccia perfetta per il lavoro, Michela Natella ha costruito dei set meravigliosi per i tableaux e Veronica Mazziotta come sempre ha vestito il nostro protagonista.

Parliamo di prossimi progetti e anticipazioni...
Vorrei realizzare un mio film ma mi servono un sacco di finanziamenti e un bel po' di tempo libero per prepararlo. Se qualcuno vuole aiutarmi, sono aperte le iscrizioni! Dico solo che il protagonista sarà un delfino.

Io mi fiderei! E mentre esorto tutti i lettori ad aiutarti ti chiedo curiosa se sai spiegare il tuo profondo legame con gli animali.
Li amo. Trovo che gli animali offrano un modo più facile per parlare dei sentimenti perché sono espressivi senza rischiare di diventare patetici.

... E il futuro?
Non è 3D ma le cose 3D sono belle. Per quanto riguarda il mio futuro prossimo, l'uscita imminente è decisamente 3D.

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Immagini su cortese concessione di Elena Petitti di Roreto