com'è essere una giovane artista in italia oggi?

Con l'avvio della Biennale di Venezia e l'uscita del nuovo numero di i-D The Futurewise Issue, analizziamo il ruolo dell'artista donna in Italia, quali sono le difficoltà che incontra e l'evoluzione dell'industria creativa italiana in bilico tra...

di Giorgia Baschirotto
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31 maggio 2016, 9:15am

"Le donne devono essere nude per entrare al Met. Museum?" La domanda provocatoria appariva in uno dei 30 poster della serie Guerrilla Girls Talk Back, realizzata nel 1989 dal gruppo di attiviste anonime Guerrilla Girls, che da più di trent'anni si batte per la parità di genere nel mondo dell'arte. "Meno del 5% degli artisti in mostra nella sezione Arte Moderna sono donne, ma l'85% dei nudi mostrano corpi femminili" recitava di seguito il manifesto, affiancando un'illustrazione caricaturale de La grande odalisca di Ingres, solo con addosso una maschera da gorilla, simbolo del collettivo femminista.

Da allora molte cose sono cambiate e la percentuale di donne coinvolte nel mondo dell'arte si è innalzata grazie all'azione continua di collettivi come Guerrilla Girls e alle battaglie condotte da artiste, curatrici e direttrici di musei. Tuttavia l'ineguaglianza persiste, ed è possibile constatarlo sia dando uno sguardo alle percentuali delle mostre tenute da artiste donne nei maggiori musei internazionali che dal numero di cariche nel mondo dell'arte, affidate ancora per la maggior parte a uomini.

Secondo uno studio pubblicato su Artnews lo scorso anno, nel periodo che va dal 2007 al 2014 le mostre personali tenute da artiste donne nei maggiori musei americani costituivano il 20% delle mostre totali - come ad esempio al MoMa e al Guggenheim di New York - contro l'80% delle mostre dedicate ad artisti uomini. In Europa la situazione non è dissimile: se la Berlinische Galerie registra cifre poco superiori al 21%, al Centre Pompidou di Parigi la percentuale di artiste si ferma al 16%, mentre la Tate Modern registra il 25%. A differenziarsi solo la Whitechapel Gallery con un 40%. 

La Biennale di Venezia invece, che ha dato il via lo scorso sabato alla 15esima edizione della Biennale Architettura, dopo aver registrato un promettente 49% di artiste nel 2009 con la curatela di Daniel Birnbaum, è passata al 26% nel 2013, per poi raggiungere il 33% lo scorso anno (circa 50 donne tra i 136 artisti), con, nello specifico, solo due artiste donne presenti all'interno del Padiglione Italia: Vanessa Beecroft e Marzia Migliora.

Ma qual è la situazione in Italia al di là dell'illustre manifestazione riservata all'arte contemporanea? Come afferma Antonietta Trasforini nel saggio Arte a parte: donne artiste fra margini e centro, "gli studi sulle donne artiste in Italia si presenta come un territorio poco percorso, con alcune terre emerse e fra loro poco collegate". Se infatti, nonostante le mie numerose ricerche, sembri ancora impossibile ad oggi imbattersi in studi sociologici o in statistiche riguardanti la figura dell'artista donna in Italia, risulta altrettanto difficile reperire informazioni sul fenomeno "donne artiste" nell'epoca contemporanea. La questione sembra affondare le radici nella cultura del Paese e nell'indifferenza sostanziale nei confronti di quest'ultima. Al di là dell'assenza di supporti adeguati da parte del governo per favorire e finanziare i giovani talenti, stiamo assistendo in Italia a un ritardo collettivo in termini culturali. Come in altri settori dell'industria culturale, quando non si scade nel clientelismo, si propende nella maggior parte dei casi a seguire la tendenza dominante e a non correre rischi, pertanto a non promuovere i filoni emergenti e a mettere da parte la ricerca in favore delle leggi di mercato. 

Gli studi sulle donne artiste in Italia si presenta come un territorio poco percorso, con alcune terre emerse e fra loro poco collegate.

Lo scorso anno i maggiori musei e fondazioni presenti sul territorio nazionale hanno dato spazio in media a una sola personale di artiste donne, a differenza della GAM Di Torino e del Macro di Roma con una media di tre mostre, mentre l'Hangar Bicocca e Fondazione Prada ne registrano zero. 

Sembrano essere invece le giovani gallerie e gli spazi no profit a dare voce alle artiste negli ultimi tempi, in particolari quelle emergenti, e ad articolare un nuovo dibattito circa la figura della donna all'interno del panorama culturale italiano.
Twenty14 Contemporary, uno spazio espositivo inaugurato alla fine del 2014 dai giovani galleristi Matilde Scaramellini e Giangiacomo Cirla, è una di queste. Si tratta probabilmente della galleria milanese ad aver ospitato, nell'ultimo anno, un numero maggiore di mostre di artiste donne rispetto a quelle di artisti uomini. "Adesso che ci soffermiamo a pensarci, abbiamo lavorato di più con le donne, ma è un puro caso, non una scelta," racconta la coppia di galleristi a tal proposito, "Nel nostro lavoro noi guardiamo l'idea, il progetto, chi sta dietro a quell'idea viene in un secondo momento," aggiungono. 

Giangiacomo e Matilde, come altri spazi della città, hanno tra i loro obiettivi quello di promuovere i talenti emergenti e allo stesso tempo di instaurare un dialogo tra arti visive e cultura, consegnando al pubblico nuovi imput e spunti di riflessione. Tra mostre ed incontri è facile intuire che le cose stanno cambiando e che anche l'Italia giovane si sta lentamente risvegliando dal suo torpore culturale. "Il ruolo della donna nell'arte sia difficile, ma come in ogni altro settore. Le complicazioni sorgono quando la sessualità viene prima dell'individualità," riflettono, "probabilmente spesso il problema è il femminismo stesso, quando invece sarebbe meglio evitare il problema, superarlo, andare oltre, che in fin dei conti è quello che l'arte dovrebbe permettere di fare. Allo stesso modo l'artista donna non deve essere condizionata dall'urgenza di avere un ruolo, di dare necessariamente voce a qualcosa di precostituito, ma deve pensare alla sua espressione personale, non di genere," osservano. "La libertà nasce dall'accettazione e dall'affermazione della propria individualità, non in quanto donna o uomo. Se ragioniamo in quest'ottica, abbiamo già perso in partenza."

La libertà nasce dall'accettazione e dall'affermazione della propria individualità, non in quanto donna o uomo. Se ragioniamo in quest'ottica, abbiamo già perso in partenza.

Se la chiave di volta è abbattere una volta per tutti gli stereotipi di genere, la battaglia di collettivi femministi come Guerrilla Girls è pertanto destinata a fallire?  

L'artista 23enne Rebecca Moccia, la quale ha presentato la sua prima personale lo scorso febbraio alla Galleria Massimodeluca a Mestre, sembra trovarsi d'accordo con questa tesi: "Spesso la disparità in senso lato la creano le stesse artiste donne 'ghettizzando' il loro lavoro e rendendolo esplicitamente femminile," afferma, "dando per scontato che la sensibilità non ha genere, trovo che questo sia un appropriarsi dei metodi dall'arte femminista degli anni '70 e '80, ma svuotandoli di senso. Anzi, ritengo sia un mezzo che alcune artiste donne sfruttano per emergere in modo 'più semplice' senza confrontarsi veramente con un'arte a tutto tondo, libera da differenze sessuali." 

Anche per Lucrezia, giovane studentessa di arte all'Accademia di Belle Arti arti di Brera, la differenza di genere non è più un dato da tenere per forza in considerazione. "A parer mio non vi sono distinzioni tra uomini e donne in questo campo, grazie anche alla plasticità della materia stessa in questione," racconta, "Durante l'ultima mostra collettiva a cui ho partecipato, tenutasi ai Crociferi a Venezia, ho avuto l'opportunità di confrontarmi con altri artisti e non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna." Riguardo alla difficoltà di esporre il proprio lavoro nelle maggiori gallerie afferma invece, "Bisogna sapersi mettere in gioco e accettare le sconfitte, cosa molto difficili per un artista."

Come altre discipline della sfera culturale, anche l'arte delle donne in Italia è strettamente collegata ai cambi generazionali e ai cambiamenti socio-economici  e politici che hanno inevitabilmente cambiato il nostro modo di concepire i concetti di individualità, identità e genere. Nell'ultimo decennio l'approccio individuale ha avuto la meglio sul collettivismo, ed è forse proprio questa individualità che ci ha portati a riflettere molto di più su noi stessi e sulla nostra unicità, costringendoci a considerare la nostra capacità di rapportarci al diverso, concetto che la nostra generazione non sembra voler più contemplare. E così, nella nostra battaglia alle letture di genere, alle ghettizzazioni e al gender stesso, ci avviciniamo pian piano all'eliminazione dei concetti di uomo e donna. Smetterà a quel punto davvero di importarci se alla Biennale, al MoMa o alla Tate la maggioranza delle mostre non sono dedicate ad artiste? O forse dovremo dare credito al pensiero della critica militante Annamarie Sauzeau, moglie dell'artista torinese Alighiero Boetti, la quale scriveva, "L'arte ha un sesso? L'arte forse no, ma gli artisti sì".

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto dell'opera di Joana Vasconcelos, A Noiva, 2001

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