yuri ancarani oltre il confine

Parliamo con l'artista ravennate di come superare le barriere dei generi, scavalcare muri e scavare gallerie, metaforiche e non.

di Gloria Maria Cappelletti
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25 maggio 2017, 9:55am

Yuri Ancarani è sempre in viaggio, perché porta i suoi film in tour e perché è alla costante ricerca di territori evocativi e storie invisibili da raccontare.

Siamo riusciti a incontrarlo al mitico Caffè Florian di Piazza San Marco a Venezia, dove ha presentato il suo ultimo lavoro Rio Grande. Postcards from the border, per la XIV edizione di Temporanea in concomitanza con Biennale d'Arte 2017.

Road movie nitido, apparentemente asettico, girato al confine tra Messico e Texas, ogni ripresa fissa di questo lavoro costituisce un quadro a sé, denso di significati e di stati d'animo, in cui il tempo si dilata e intreccia su tre schermi.

Quando pensiamo agli orizzonti sconfinati di questo territorio ci vengono in mente paesaggi nomadi che sanno di libertà, dove tutto è possibile. Qualcuno invece ha vinto una battaglia elettorale promettendo di costruirci un muro di frontiera, possibilmente tanto alto e custodito quanto quello de Il Trono di Spade. Le recinzioni e il filo spinato già esistenti lungo quasi tutto il confine non bastano a contenere il pericolo del diverso. Un muro colossale di oltre 3.000 chilometri risulterebbe più efficace.

Abbiamo incontrato Ancarani per approfondire con lui le tematiche di Rio Grande e prepararci a varcare confini o scavare gallerie. 

Com'è nata l'idea di questo lavoro su Rio Grande?
Stavo riflettendo sul fatto che Venezia deve la sua enorme ricchezza all'apertura degli scambi. Il Caffè Florian è il salotto per eccellenza in cui questo splendore si rende visibile in tutta la sua magnificenza. Stiamo tuttavia attraversando un periodo in cui all'apertura si risponde con il cemento, erigendo muri sempre più invalicabili. Dopo una lunga serie di osservazioni e di sopralluoghi veneziani ho deciso di percorrere un rio, il Rio Grande che separa il Messico dagli USA.

In che modo il paesaggio di Rio Grande rappresenta un più ampio contesto esistenziale, politico e sociale?
Questo lavoro è uno specchio che serve a farci riflettere. Per una serie di motivi legati al mio lavoro, sto girando per il lungo e per il largo gli Stati Uniti d'America. Sono rimasto colpito da questi mitici Stati Uniti, in cui non appena si esce dalle grandi città ci si ritrova davanti a paesaggi incredibili, ma che vengono vissuti nella chiusura più totale dalle persone che abitano in villaggi simili a baraccopoli, nelle case di legno e nelle roulotte. Gli USA mi affascinano moltissimo e gli americani sono dei geni del marketing, al contrario di noi italiani, tuttavia si percepisce un disagio, un malessere che noi invece non cogliamo. Noi viviamo più che altro un disagio psicologico, ma la vita nelle nostre periferie è sicuramente più equilibrata e in salute.

C'è un elemento autobiografico in questo lavoro?
Sicuramente. Lavorando tra cinema e arte sono sempre stato obbligato a scavalcare dei muri, e continuo ancora oggi a scavalcare i muri dei generi. La richiesta di scegliere da quale parte del muro stare è ricorrente, a volte anche chiesta dal mio stesso gruppo di lavoro nei momenti di difficoltà. I muri dei generi cadranno, nel frattempo scaviamo gallerie.

Qual è la tua "linea di confine" personale?
Quello che mi interessa in genere è sconfinare in territori poco visibili e superare i miei limiti. Ogni nuovo film è stato realizzato seguendo questa linea.

Dove c'è un confine c'è anche chi lotta per oltrepassarlo, per aprire un varco a favore delle nuove generazioni. Quali sono i confini per cui vale la pena battersi, oltre a quelli giuridico-geografici?
Quando ho girato il video per il New York Times con Massimo Bottura mi sono trovato davanti a un uomo incredibilmente ispirato che lotta ogni giorno, superando i confini dei generi e i limiti personali. Conoscere Massimo è stato per me molto importante. Quando cominci a viaggiare tanto, inizi a pensare diversamente e nel momento in cui ho trovato che alcune riflessioni che facevo erano comuni alle sue, mi sono sentito meno in errore. Massimo è un rivoluzionario. Penso spesso al suo tatuaggio... mi aveva raccontato che avrebbe voluto tatuarsi questa frase: "no more excuses" e l'ha fatto, l'ho visto l'altro giorno in una foto su instagram... lo capisco. Con la voglia di fare Massimo è uno che tira picconate sui muri.

Qual è l'essenza su cui si fonda il tuo lavoro?
Da quando ho iniziato il mio viaggio di ricerca nei territori invisibili dell'immagine in movimento sono arrivato oggi a un totale di sei ore di produzione, che sembra poco, o forse no. Riguardando il lavoro dagli inizi comincio a intravedere in questo percorso una direzione sempre più chiara, ma sento il bisogno di spingermi oltre... Sempre con il piccone in mano.

La videoinstallazione sarà aperta al pubblico al Caffè Florian, Piazza San Marco, Venezia, fino al 10 settembre 2017, tutti giorni dalle 9 alle 24.

Crediti


Testo Gloria Maria Cappelletti
Foto Manfredi Gioacchini
Still da Yuri Ancarani, Rio Grande. Postcards from the border, 2017