e se questo film fosse il nuovo "climax", ma senza droghe e ancor più disturbante?

Nessuno te ne ha ancora parlato? Allora è il momento di essere tu quell* che dice agli amici: "Devi ASSOLUTAMENTE vederti 'Ema'!"

di Benedetta Pini
|
14 ottobre 2019, 3:07pm

Screenshot dal trailer di "Ema"

Ema sarà anche tornato a casa a mani vuote dalla tornata di festival del 2019, ma ha riempito i nostri cuori di una rinnovata speranza nel cinema e, ancora di più, nella potenza di questa arte come gesto politico e atto formativo. Per chi non avesse seguito le vicende che hanno animato la Laguna di Venezia il mese scorso, dove il film è stato presentato in anteprima, stiamo parlando dell'ultima fatica cinematografica di Pablo Larraín, il regista cileno di cui sicuramente avrete già sentito parlare per Neruda (2016) o per il più recente Jackie (2017).

Ecco, dimenticatevi subito questi titoli, perché Ema è completamente un'altra storia. Sentirete pareri discordanti su questo film, inutile negarlo, ma l'esperienza dovrebbe ormai averci insegnato che sono questi i prodotti culturali di cui vale davvero la pena parlare, discutere e persino litigare. Non quelli che mettono d'accordo tutti indistintamente. Quelli che ti fanno uscire dalla sala con la voglia di rientrarci immediatamente, che ti ricordano quanto sia bello e importante mettersi sempre, costantemente in discussione.

Sì, perché a chi è piaciuto e, soprattutto, a chi non è piaciuto, Ema ha fatto esattamente questo effetto: ha messo tutti noi di fronte a uno specchio; uno specchio immacolato, in cui vederci esattamente per quello che siamo. E nessuno ha mai davvero voglia di farlo.

Partiamo invece dall'inizio che più inizio non si può. E quindi dal titolo. Ema è Ema, una giovane ballerina di strada in fissa con il reggaeton e dai capelli corti ossigenati tutti tirati all'indietro. È sposata con Gastón, un coreografo che ha 12 anni in più di lei. Hanno adottato un bambino, Polo, ma l'hanno appena riportato indietro non si capisce bene perché, qualcosa che ha a che fare con un gesto violento dalle conseguenze drammatiche. Neanche loro due sanno bene perché sia successo quel che è successo, ma sanno che stanno male e che peggio sta uno meglio sta l'altro, e viceversa.

Il film si apre esattamente su questo istante, entrando a gamba tesa in una situazione intima e traumatica, in cui è tutto spietato e reale: gettano le colpe l'uno sull'altro, riversano qui tutta la loro frustrazione, sfogano la disillusione con un'impulsività senza limiti, vomitano sull'altro il proprio senso di colpa. Ma a fare davvero male è l'incomunicabilità che li separa, come coppia, come famiglia, come amanti e, soprattutto, come due esseri umani appartenenti a due generazioni che non riescono a capirsi. Uno scarto che si concretizza in una narrazione non lineare, in continui scavalcamenti di campo, in dialoghi frammentati, in un andamento rapsodico.

Tutto questo succede nei primi minuti del film, che bastano a coglierne i tratti essenziali: estetica da videoclip iper moderna, assoluta libertà d'espressione attraverso il corpo, street attitude e cultura pop. Tutto questo è Ema e ovviamente è anche Ema, il simbolo di un'intera generazione, quella dei giovanissimi di oggi che il Novecento non l'hanno neanche sfiorato, gettati loro malgrado in una società in crisi che ne frantuma l'esistenza pezzetto dopo pezzetto, finché non rimangono che ceneri. Ma Ema non ha la minima intenzione di stare a guardare il suo mondo e la sua identità andare in ceneri: vuole avere pieno controllo su di sé, sulla sua vita, sulle sue relazioni, sulla sua famiglia e sul suo corpo. E, al massimo, quella che incenerisce è lei: imbraccia il suo lanciafiamme e sfoga la sua piromania sul tessuto urbano di Valparaíso, distruggendo semafori, strade, macchine.

Ema by Pablo Larraín

Ema e la sua crew, con i loro vestiti fluo e la loro forza accecante diventano la metafora incarnata di una generazione che sta sperimentando forme espressive, modalità relazionali, dinamiche sociali e codici comportamentali completamente nuovi e inediti. Perché, posti di fronte a un bivio tra il passato e il futuro, hanno scelto di incenerire il passato per potersi assicurare un futuro. Il culmine di questo confronto generazionale arriva con un monologo di Gastón che dovremmo tutti imparare a memoria per riconoscere immediatamente chi della necessità di una riappropriazione femminista del proprio corpo e del proprio potere non ci ha ancora capito niente: "Ballate quella merda, ma il reggaeton è come andare a vivere a Ibiza, è come scopare e fare festa e il giorno dopo tornare al lavoro."

Ecco perché Ema a molti non è piaciuto: è una celebrazione della libertà più assoluta di gestire il proprio corpo, di renderlo sensuale, coperto o scoperto quando e come si vuole, di sfogare quegli impulsi carnali senza i quali la vita manco esisterebbe. E no, non spetta né a Gastón né a nessun altro giudicare tutto questo, anche perché ci troviamo in un campo al di fuori di quelle schematizzazioni precostituite che permettono di classificare ogni persona, gesto e dinamica comunicativa all'interno di una casellina precisa. Così siamo sicuri di avere tutto sotto controllo e tiriamo un bel respiro di sollievo. Proprio no: Ema tutte quelle cartelle con le etichette le ha prese, ci ha fatto un bel mucchio e gli ha dato fuoco.

Proprio come ha fatto con la propria vita. Di fronte a un'esistenza che non la appagava, Ema ha deciso di costruirsene una su misura, autodeterminandosi nel mondo con una potenza inarrestabile e prendendosi esattamente tutto ciò che voleva. Una femminilità fluida, un'erotismo che stravolge la sessualità binaria e straborda da ogni sterile tentativo di arginarla entro schemi precostituiti e rassicuranti: abusiva, al limite del tossico come tante mascolinità mostrate in passato dal cinema, Ema è una donna che spaventa/attrae gli uomini, cattura/respinge le donne. Perché? Perché, semplicemente, sa quello che vuole e ha intenzione di prenderselo. Un'emancipazione da cui tutti noi abbiamo molto da imparare.

Ema by Pablo Larraín

Uscendo dalla proiezione abbiamo sentito i commenti più disparati, ma uno in particolare ha attirato la nostra attenzione: "Ma in che senso è un film femminista? La protagonista scopa come un uomo!" Ecco che lo specchio di cui vi parlavamo all'inizio, di fronte al quale Larraín ci ha costretti a stare per 102 minuti, dimostrando quanto questo film fosse necessario, oggi più che mai. Di fronte a quel lato di noi che mettiamo a tacere da sempre, che accantoniamo perché troppo faticoso da affrontare, che siamo troppo pigri per decifrare è proprio quello che Ema va a toccare in modo provocatorio e dirompente. Avete deciso di chiudere gli occhi e smettere di guadare. E invece apriteli questi occhi e iniziate a mettervi in discussione.

Se oggi è così difficile relazionarsi agli altri e il sesso si trascina dietro una serie di angosce che lo rendono più complesso di quanto non sia, è proprio perché non abbiamo ancora raggiunto questo grado di consapevolezza nei confronti del nostro corpo, della nostra sessualità e delle dinamiche comunicative che instauriamo con gli altri. Appena arriverà in Italia - speriamo presto! - Ema guardatelo e riguardatelo, studiatelo e imparate più che potete: raramente qualcuno vi parlerà così del sesso, del corpo, dei sentimenti e dell'emancipazione femminile, ma è proprio così che tutti dovremmo parlarne.

Ema by Pablo Larraín

Segui i-D su Instagram e Facebook

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini via trailer

Tagged:
EMA
climax
Pablo Larraín
film review
cosa guardare