il nuovo fashion film di sølve sundsbø per bosideng

Sundsbø ha collaborato con brand di piumini Bosideng per creare un fashion film che ha tutto del genio creativo del fotogravo, e l'estetica ben definita del brand cinese.

di Amanda Margiaria
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04 ottobre 2019, 9:42am

Immagine su gentile concessione di Bosideng

Abbiamo intervistato il visionario fotografo Norvegese Sølve Sundsbø in occasione del suo nuovo fashion film, in collaborazione con Bosideng, colosso dei piumini cinese. Tutto il progetto è incentrato sulla dicotomia tra natura e tecnologia, una dualità a cui siamo spesse volte messi a confronto. Bosideng è un brand che ha a cuore entrambe queste le tematiche, essendo radicalmente diviso tra progresso tecnologico e un'estetica che ha molto degli elementi naturali. Dunque chi meglio di Sølve Sundsbø, ritrattista dei momenti couture più celebri del secolo, poteva meglio interpretare questo dualismo persistente sia nella contemporaneità, che nel brand di piumini più conosciuto in Oriente, e adesso anche in Occidente? Il fashion film infatti è sbarcato a Milano in occasione della Settimana della Moda, e ha fatto da supporto alla presentazione della nuova collezione Bosideng, presso la Triennale di Milano.

Abbiamo quindi fatto alcune domande a Sundsbø, per capire di più sul progetto Bosideng e sulla sua metodologia creativa.

Qual è la tua relazione con le immagini statiche e quelle in movimento?
Credo molto alla potenza dell’immagine statica, credo che abbia un valore importantissimo. La cosa bella dell’immagine statica è il fatto che sta a chi la guarda immaginarsi la storia precedente, ciò che è accaduto prima di quello scatto. Anche ciò che succede dopo rimane esclusivamente nell’immaginazione dello spettatore. C’è un valore personale aggiunto, che in un video o film c’è comunque, ma in una minima parte. Esistono i prequel, i sequel, e poi altri sequel, che invece in una foto non esistono. I fashion film sono un genere a parte, sono una via di mezzo tra queste due pratiche. C’è la potenza e i punti di forza dell’immagine statica, ma c’è anche il movimento, la dinamicità del video, che rende il tutto più credibile. La fotografia è bugiarda per natura, perché non può descrivere la verità dell’oggetto, e la gente vuole crederci, anche se non è la realtà. A me non disturba il fatto che sia bugiarda, non racconto la verità, racconto storie. Il video invece non ha segreti e rende tutto più credibile, proprio perché è il veicolo migliore per raccontare storie.

Quindi credi che il fotografo non può in nessun caso essere un osservatore oggettivo?
No, assolutamente. Perché le decisioni che prendo scattando una foto sono solamente una parte della realtà oggettiva. Scientificamente, non potrà mai essere la realtà, non è la verità. Sarebbe sempre una mia interpretazione personale, ciò che io reputo più interessante, è un’opinione. Nei video è la stessa cosa, ma con l’aggiunta che questa opinione, queste opinioni, risultano più credibili

Qual è il tuo processo creativo rispetto al modo di fare video. Parti da un’idea, un’immagine? Com’è andata per il fashion film in collaborazione con Bosideng?
Dipende da che film si tratta. Ci sono delle idee per video che diventano quasi subito trasformate singole, altre invece partono come idee di immagini statiche e poi diventano video. Bosideng, per questo fashion film, era partito proprio delle idee specifiche per un film, senza alcun dubbio. Parla di transizione e trasformazione, ed è difficile esprimere questi concetti in un’immagine. Nel primo brief abbiamo parlato di come la tecnologia può salvarci, e questo è parzialmente vero. La tecnologia è pericolosa, ma potrebbe anche essere necessaria per salvarci come specie; tutto dipende da come la usiamo. Non sono un eco-warrior ma sono abbastanza cosciente di cosa sta accadendo adesso nel nostro mondo, e i due discorsi più importanti sono ciò che sta accadendo alla natura e ciò che sta accadendo alla tecnologia. I due argomenti importanti sono questi due: natura e tecnologia. Come può la tecnologia aiutare il mondo invece che distruggerlo? Quindi si è parlato insieme di pollution, natura e tecnologia. Il film è più una poesia, una canzone dedicata a questi temi, non ha niente di documentario o realistico. Questi temi sono solo il filo rosso che collega tutto il film, che lo fanno stare in piedi.

Come hai espresso questo concetto nel tuo film?
L’idea essenziale, come ho detto, è che la tecnologia possa salvarci. Tutto ciò che viene usato male può farci del male, e io ho cercato di concentrarmi su tutto ciò che invece, usato bene, può aiutarci a migliorare come umanità. Ho usato un approccio positivo e propositivo per esprimerlo.

Noi di i-D abbiamo sempre in mente i giovani, supportiamo e promuoviamo nuovi talenti. Hai dei consigli per i giovani fotografi/videomaker?
Ho sempre un consiglio da dare, è abbastanza ovvio ma molto difficile da ottenere. Le persone che ce la fanno sono sempre quelli che seguono il loro cuore e fanno qualcosa di completamente originale. Ll sentirsi di appartenere a qualcosa certe volte è troppo comodo, è confortevole, mentre le persone che ce la fanno davvero sono quelle che vivono già nel futuro. È difficile, è doloroso, non sempre vieni capito. Quello che direi a loro è 'prova a pensare a quello che vuoi fare TU invece di pensare a cosa sta succedendo adesso, devi muoverti da ciò che ti circonda’ e questo vale per tutti gli artisti.

E tu l’hai sperimentata questa sensazione?
Si, certo. Quando ho iniziato a fare ciò che faccio la gente mi guardava stranita, non sapeva cosa stesse succedendo. E io sapevo per certo che non avrei mai avuto un lavoro pagato in vita mia, perché nessuno avrebbe saputo che farne di me. Ma non mi importava niente, perché volevo fare quello che piaceva a me. È stata una fortuita combinazione di tanta sicurezza e altrettanta insicurezza, che mi ha portato a capire che dove stavo andando mi avrebbe portato da qualche parte. Ma non avevo una scelta, perché volevo fare proprio quello. Quando ho iniziato non c’erano così tanti clienti commerciali e c’era anche meno pressione dei social, che rendeva il mio un processo intellettuale invece che un loop di feed in un sistema già saturo. Ora è molto più difficile farsi notare.

Mi ha interessato molto ciò che hai detto riguardo ai ragazzi che copiano gli altri, l’omologazione. Recentemente ho conosciuto dei club kids degli anni 80, si sentivano speciali, unici e non gliene fregava niente.
Tutti siamo unici, ci interessano e ossessionano cose diverse. Invece, il conformarsi e omologarsi rende tutti più sicuri di sé perché ti viene letteralmente ‘regalata’ un’identità. E ci vuole coraggio per uscire da tutto questo e usare la propria unicità e dimostrarla, ed esprimerla. Farsi vedere come un attore o un cantante su un palco, cuore in mano, pronti alle critiche. Ci vuole meno coraggio a essere parte della collettività. Non dico che sia sbagliato, dico solo che è molto più comodo

Che progetti hai per il futuro? Per la tua carriera?
Penso che la mia carriera sarà abbastanza simile a quella di ora. Spero di diventare sempre più bravo, perché imparo ancora ogni giorno. E spero di avere più tempo per progetti più grossi, amo farli perché il ritmo è più lento e si ha tempo per pensare a tutto molto più coscientemente.

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Vi ricordate l'ultima volta che Sølve Sundbø era a Milano?

Crediti

Intervista di Amanda Margiaria

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