"nessuno qui ha mai raccontato una storia così": c'è un nuovo film queer italiano

Di cinema queer nel nostro paese se ne fa ancora troppo poco. Ne abbiamo parlato con Margherita, giovane regista di 'Zen - Sul Ghiaccio Sottile'.

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21 novembre 2018, 4:10pm

La settimana scorsa abbiamo selezionato i cinque debutti alla regia più promettenti del 2018 in Italia. Tra loro c'era anche Margherita Ferri, che proprio in questi giorni sta portando in giro per l'Italia il suo primo film, Zen - Sul Ghiaccio Sottile. Nella pellicola si racconta la storia di Maia (interpretata da Eleonora Conti), che a scuola viene additata come “maschiaccio” e “lesbica di merda”, mentre vive il dramma di abitare un corpo femminile in cui non si riconosce. Si fa infatti chiamare Zen, che è chi vorrebbe essere: un ragazzo che gioca a hockey e che, magari, è pure fidanzato con Vanessa (Susanna Acchiardi), la compagna di classe di cui Maia è innamorata e che, ovviamente, sta con il bullo di turno. Liquide, fluide e inquiete, le due ragazze intraprendono un intenso percorso di ricerca della loro individualità.

Questo film ci è piaciuto, ed è piaciuto tanto anche a voi lettori, così abbiamo deciso di intervistare Margherita per capire meglio com'è nato questo film e qual è il suo vero significato. Il risultato è una chiacchierata profonda, sensibile e anticonformista. Proprio come Zen - Sul Ghiaccio Sottile.

Ho letto nella tua biografia che ti sei laureata a Bologna con una tesi sulle forme di rappresentazione di genere nella televisione italiana. L’argomento mi incuriosisce molto, ti va di raccontarmi qualcosa di più sulla ricerca?
Ormai sono passati un po’ di anni [ride, NdR]. Mi sono laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Bologna con una tesi in comunicazione di massa che verteva sull’immaginario di genere. Nel corso della ricerca ho indagato le forme di rappresentazione del maschile e del femminile in Italia al di fuori degli stereotipi e poi ho ricondotto il discorso alla televisione nazionale, dimostrando come abbia veicolato certi pregiudizi che si sono poi consolidati. Ora sicuramente andrebbe aggiornata, però è stato un lavoro che mi ha permesso di acquisire un’approfondita conoscenza sull’argomento.

Dunque è stata una base importante per il tuo film, Zen ?
Sicuramente sì, sono sempre state queste le tematiche su cui volevo lavorare e che mi porto dietro fin dall’università. Pochi anni dopo la laurea ho iniziato a lavorare a un documentario sulla vita di una persona transgender e lesbica ancora in fase di sviluppo. A parte Zen e il corto Odio il rosa!, che sono usciti in momenti molto vicini tra loro, per tanti anni ho lavorato su altri set. Zen è stato il lavoro giusto con cui esordire, ci tenevo molto a farlo con un film queer e con una storia che volevo raccontare da tempo. Infatti ha avuto una gestazione molto lunga: nel 2013 ho steso il primo soggetto, ma l’ho girato solo nel 2018.

Come mai tutti questi anni tra la stesura del soggetto e l'effettiva realizzazione del film?
Chiamiamole disavventure. È normale, soprattutto in Italia, incontrare parecchi ostacoli nella realizzazione di un film d’esordio. Quando incontravo papabili produttori, c’era sempre qualcosa che non andava in quello che proponevo. Nel frattempo, dovevo lavorare per mantenermi e poter portare avanti altri progetti, quindi il tempo per stare dietro a Zen era scarso. Però il pensiero non si è mai spento, un po’ come il fuoco che si mantiene vivo sotto la cenere. Alla fine ho trovato Articolture, una piccola ma agguerrita casa di produzione bolognese, ed è stato magico.

Quindi hai ricevuto molti no prima di riuscire a realizzare il tuo "film nel cassetto". A che cosa erano dovuti? E come li hai presi?
Spesso ai no seguivano motivazioni del tipo "è solo una storia di ragazzine: non ci interessa e non interesserà al pubblico". Nel nostro paese non è mai stata raccontata una storia come la mia, quindi capisco che alcuni produttori non volevano assumersi il rischio di essere i primi. Probabilmente anche il tema ha giocato un ruolo importante in questo meccanismo, ma in realtà uno dei pregi di Zen è proprio non essere in alcun modo esplicativo: è un racconto che esce dal tracciato del film queer canonico e parla a tutti. Per me è una storia normalissima, non "difficile" o "strana", ed è anche vicina alla mia: è una storia di formazione con personaggi inediti nel panorama italiano in cui una ragazza scopre se stessa.

Zen ha attirato la nostra attenzione proprio perché è uno dei pochissimi film queer che riescono a venire prodotti in Italia. È davvero così?
In Italia la cinematografia queer è scarsissima. Il più grande, e forse l’unico, è Guadagnino, che non a caso produce in America. Non c’è praticamente nulla sugli adolescenti LGBT. Penso a Francesco Costabile, che da anni cerca di realizzare un film su una storia d’amore tra un professore gender fluid e un ragazzo, ma non è facile. E non è un problema di idee, perché quelle non mancano, è proprio muoversi nel sistema che è difficile. Se Dolan fosse nato in Italia, dubito che sarebbe riuscito a girare il suo primo film a 19 anni.

Io Sono Zen: intervista regista film queer italiano
Screenshot dal film "Zen"

E come mai non sei mai fuggita all’estero?
Durante l’università ho studiato un anno negli Stati Uniti e avevo pensato di rimanere lì per studiare di cinema. Per varie difficoltà ho deciso di tornare in Italia, dove sono stata presa al Centro Sperimentale. Oggi so che per il tipo di progetti che avevo in mente era importante rimanere in Italia: volevo raccontare storie che mi appartenessero e che fossero connesse alle mie radici. Se fossi rimasta negli Stati Uniti non avrei potuto scrivere storie così personali e autoriali. Mi sono sempre detta che avrei fatto un film Italia e poi me ne sarei andata, chissà…

Lo sfondo del film è il liceo, con forme di bullismo anche parecchio violente. Come mai hai deciso di parlare proprio di questo ambiente e, di conseguenza, di questa fase della vita?
Volevo che il sentimento su cui si regge il film fosse quello di sentirsi diversi. È una sensazione comune a tanti, in cui è facile identificarsi anche per motivi che non hanno a che fare con l’identità sessuale e di genere. Creare una connessione con le persone che vedono il film è fondamentale per me. Me ne accorgo in particolar modo ora che stiamo portando Zen in tour e ho un feedback diretto dal pubblico.

Il film è girato a Fanano, un paesino tra i monti in provincia di Modena. Come mai proprio questa location?
Il soggetto iniziale, quello che ha vinto la menzione speciale al Premio Solinas nel 2013, era ambientato sulle Alpi. Sono stati i produttori a chiedermi di spostarlo nelle nostre montagne sull’Appennino, un po’ per motivi produttivi, un po’ per poter raccontare una storia che fosse culturalmente vicina alle nostre esperienze.

E invece perché l’hockey?
Anche l’idea dell’hockey è arrivata solo in un secondo momento. Per me ha funzionato da twist per la nuova fase creativa: a partire da questo sport sono scaturite una serie di metafore che rimandano al rapporto tra Maia e il mondo. L'hockey è maschile e primitivo, ma allo stesso tempo molto leggero, come se i giocatori ballassero sul ghiaccio, e questa duplicità era l’arena perfetta per mettere in scena i conflitti di Maia/Zen. La divisa della squadra, inoltre, può essere vista come un'armatura che Zen indossa per tenere lontano il mondo. E così lo spogliatoio ha assunto la valenza di luogo dell’anima: è lì che Zen si libera delle sovrastrutture e rimane con se stesso.

Da come ne parli sembra che nel film tu abbia riversato tanto di te, o sbaglio?
Il film è molto autobiografico. Nonostante io non abbia mai giocato a hockey e non sia transessuale, mi rendo conto soprattutto adesso, parlando del film con i giornalisti o gli spettatori, che in Zen c’è più di me di quanto pensassi. L’atteggiamento aggressivo con cui Maia risponde al bullismo, la sua forza nel non farsi mai mettere sotto da nessuno, anche a costo di rimanere sola, è qualcosa che mi riguarda molto da vicino. Per me quel momento della vita in cui ti senti diversa da tutti è stato quando mi sono innamorata della prima ragazza, salvo poi scoprire che non ero l’unica e che non ero né “sbagliata”, né “diversa”.

Ho notato un’insistenza da parte tua sul contrasto tra una società retrograda, incapace di evolversi, e, paradossalmente, armata di tecnologie modernissime che possono essere tanto strumenti di informazione quanto di violenza.
In effetti nel film la tecnologia compare nei momenti di massima violenza. Credo che questo rapporto deviato tra tecnologia e violenza sia specchio della realtà in cui viviamo. Questa necessità di condividere senza pensare al contenuto che si sta veicolando e alle sue conseguenze, vantarsi di un gesto senza neanche rendersi conto di quanto sia sbagliato è inquietante. Si tratta di una doppia violenza: non solo della sua messa in pratica, ma anche della sua trasposizione con un linguaggio audiovisivo a livello multimediale.

Io Sono Zen: intervista regista film queer italiano
Screenshot dal film "Zen"

Sono tempi bui per i diritti civili in generale e anche per la comunità LGBT, credi che film come Zen possano in qualche modo intervenire positivamente nel dibattito e magari aiutare ad aprire gli occhi sui problemi della nostra società?
Credo che il cinema d’autore sia uno strumento efficace per creare uno spazio in cui far emergere punti di vista diversi tra loro. Io tengo tantissimo a leggere il mondo attraverso il mio sguardo, che è femminista e queer. Per me un film è un atto politico, anche solo per il fatto che esiste e che è il risultato di una serie di scelte, di pensieri e di riflessioni. Spero che Zen possa aiutare le persone che lo guardano a riflettere su certi temi.

Hai avuto dei riferimenti specifici mentre giravi Zen ?
In primis Gus Van Sant, che è il mio regista del cuore, e Xavier Dolan, ma anche Berry Jenkins e Andrea Arnold. Il denominatore comune tra i miei riferimenti cinematografici è l’adolescenza, raccontata senza giudizi né retorica. Ed è ciò che ho voluto fare anche io, prendendomi la libertà di raccontare personaggi che sbagliano, che non agiscono logicamente, che hanno comportamenti esagerati e stupidi, che provano sentimenti assoluti e totali. Insomma, che non capiscono più niente.

Io Sono Zen: intervista regista film queer italiano
Screenshot dal film "Zen"

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione di Margherita Ferri