basta streetwear: siamo di fronte a un ritorno del tailoring 2.0?

Su più passerelle si è visto un ri-avvicinamento al mondo sartoriale. Tra completi destrutturati e nuove estetiche, un'analisi di come sta cambiando l'approccio dei designer al tailoring.

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02 novembre 2018, 2:00pm

In The Social Network di David Fincher il protagonista Mark Zuckerberg, interpretato da Jesse Eisenberg, dà una lezione secolare sul fatto che spesso, per dirla con parole note, l’abito non fa il monaco. La scena si svolge attorno a un tavolo, alla presenza degli avvocati delle due parti. Tyler e Cameron Winklevoss accusano Zuckerberg di furto di proprietà intellettuale, rivendicando la paternità di Facebook per seicento milioni di dollari. I due fratelli indossano completi gessati e cravatte regimental, mentre Zuckerberg è in t-shirt e felpa. Eppure è lui a muovere le pedine.

Questo episodio è la trasposizione cinematografica di un fenomeno sempre più dilagante: negli ultimi due decenni una nuova classe dirigente si è imposta brutalmente su quella precedente. È quella di Bill Gates, Steve Jobs e Mark Zuckerberg. Quella di amministratori delegati e fondatori di imperi in jeans e sneaker, in dolcevita, Levi's e felpe con il cappuccio. Qualcosa è cambiato. L’uomo al potere ha sempre parlato con la divisa, ma questa non è mai stata così poco formale.

Oggi ne esistono di tutti i tipi, ma la divisa più tradizionale ed eterna è il completo maschile composto da giacca e pantalone. Basti pensare a personaggi come lo squalo della finanza Gekko in Wall Street di Oliver Stone, o Sam Rothstein in Casino di Scorsese. Dal ruggente Jay Gatsby di Jack Clayton ad American Gigolo, passando per i completi Giorgio Armani indossati da Richard Gere. Al contrario degli italiani, i tedeschi direbbero Kleider machen Leute ("Gli abiti fanno le persone"), perché quegli abiti hanno fatto le persone che li indossavano.

Oggi, però non si può affermare lo stesso: la sartorialità non fa più parte delle abitudini dell’uomo. Savile Row non ha più lo stesso appeal di una volta e ben pochi possiedono un completo, figuriamoci se fatto su misura, in sartoria. Ma si sa che secondo la teoria dell’eterno ritorno, la clessidra viene sempre capovolta.

C’è chi vede uno spiraglio di luce in un mondo tutto sportswear e logomania. Il casual non lo vogliamo più. Per il formalismo è dunque tempo di grandi ritorni? Se guardiamo alle collezioni uomo in vendita da gennaio, sembrerebbe proprio di sì. Non che felpe ricamate e maxi sneaker debbano sparire da un momento all’altro (per carità), ma lo streetwear da oggi non è più fine a sé stesso. Anzi, la percezione è che abbia modificato il formal wear rendendolo più attuale, sempre meno rigido e invece più aperto a una nuova e più evoluta ondata di acquirenti.

È passato più di un anno dal debutto di Shayne Oliver di Hood by Air da Helmut Lang e la collezione sembra avere avuto, in questi mesi, per lo meno un’influenza decisiva per l’ondata di tendenze diverse sulle passerelle uomo. Helmut Lang è senza dubbio il designer che più ha contagiato, con la sua estetica minimalista e costruita al tempo stesso, l’estetica oggi. Shayne Oliver forse non aveva il background sartoriale di Lang, forse non era interessato a quell’aspetto dell’heritage o forse, plasmato da HBA, si era concentrato maggiormente su un approccio fetish/tecnico.

Eppure qualche indizio timido di tailoring era presente. Cappotti monopetto al ginocchio, maxi cappotti in raso alla caviglia, giacche over strette in vita e accenni di sartorialità tradizionale. Ciò che fa riflettere è il bisogno però, già un anno fa, di far dialogare la tradizione con lo sportswear. Shayne Oliver da Helmut Lang è stato, in un certo senso, una prova generale di quello che è successo a giugno: Kim Jones da Dior e Virgil Abloh da Louis Vuitton.

Kim Jones da Dior ha preso da subito la direzione giusta. Il suo è uno streetwear iper sartoriale. Una statua alta dieci metri del BFF di Kaws svettava al centro della passerella primavera/estate 19, trabocchetto geniale per chi ha pensato che lo streetwear sarebbe stato il protagonista. Invece è successo il contrario. Il principe Nikolai di Danimarca apriva lo show in un doppiopetto a intarsio con tessuti da camiceria e dettagli trasparenti.

Non una felpa, non una tuta da ginnastica. Sì invece alle camicie ricamate su micro canottierine plissé, ai trench morbidi con proporzioni giustissime, ai completi senza baricentro spostati su un lato e al toile de jouy su car coat e pantaloni con pinces. I completi in rosa petalo, giallo acceso, ghiaccio, nero. Dipende dai punti di vista decidere se si tratti di un nuovo modo di fare streetwear o di un nuovo approccio al tailoring. Probabilmente entrambe lo cose.

E se, come scriveva Goethe, viviamo di affinità elettive, non possiamo ignorare la vicinanza di pensiero tra i due. Virgil da Vuitton ha costruito un nuovo tailoring. Nulla di più lontano dalle boutique artigianali di Savile Row o di via del Gesù a Milano, questo tailoring è più cool dello sportswear perché è la sua naturale evoluzione. Dal banco ottico al salvia, passando per il rosso e il giallo, il turchese e il nero, fino alle stampe floreali. È evidente che il suo approccio risiede soprattutto nel colore e nel demolire, tramite il colore, le certezze polverose del sartoriale classico.

Ognuno ha il proprio metodo. Irakli Rusadze del brand georgiano Situationist gioca con un taglio netto con il passato. Un po’ à la Demna, il suo tailoring è quello di chi ha rubato le giacche over dal guardaroba dei genitori e le ha rese proprie. Spalle importanti, triple pinces e volumi netti. D’impatto, forse troppo vicino alla tendenza imperante ma di sicuro costruito bene e tecnicamente giusto (nel tailoring è solo quello che conta).

Sempre formalmente impeccabile è anche Sarah Burton da Alexander McQueen. Non c’è un difetto di forma, non una piega, neanche l’ombra di una sbavatura. Ha costruito negli anni una sua visione inappuntabile di una precisione millimetrica e quasi scientifica ma con sprazzi rabbiosi di stampe e ricami iper preziosi. Blazer sovrapposti, gilet rigidi, pantaloni con spacchetti laterali e cappotti da perfettino super british. Ciliegina sulla torta? A fine sfilata Sarah Burton esce a salutare con il punta spilli al polso. Nessuno lo fa più e quindi il messaggio arriva forte e chiaro.

Passando per i bomber di moiré e i completi in taffettà di Dunhill, le spalle quadrate e le etichette in mostra di Balenciaga e i colori pastello quasi settecenteschi di Sies Marjan, il 2018 sembra essere stato davvero l’anno del ritorno ad un new look, per strizzare l’occhio alla storia della moda, basato in gran parte sul sartoriale. Accompagniamo il tutto con due royal wedding in pochi mesi, David Beckham in frac super bespoke Dior by Kim Jones e Timothée Chalamet in Alexander McQueen alla première londinese di Beautiful Boy e il gioco è fatto.

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