10 domande che hai sempre voluto fare a un critico di moda

“Le uniche recensioni di cui mi pento sono quelle in cui non ho detto la verità… quelle in cui sono stato più carino e gentile del dovuto.”

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ott 10 2017, 11:31am

Maison Margiela Sfilata Haute Couture Primavera/Estate 2015

"Il titolo di fashion critic sembra generare tensioni, paranoie e preoccupazione tra le persone," ha spiegato Robin Givhan, critica di moda del The Washington Post e vincitrice del Premio Pulitzer, durante un'intervista con Digiday qualche mese fa. Come sempre, aveva ragione. Ovvio che la gravità di queste parole potrebbe non instillare il terrore nei cuori di chi lavora al di fuori dell'industria della moda, ma è indiscutibile che i critici di moda abbiano ancora un enorme potere e possiedano l'abilità di far sudare qualunque professionista del settore. Certo, anche il loro ruolo è andato incontro a modifiche sostanziali durante la rivoluzione digitale: oggi, molte più persone hanno accesso a quelli che in passato erano i super esclusivi circoli della moda. Tuttavia, anche nel mondo contemporaneo esistono alcune voci dell'industria capaci di farsi ascoltare e alle quali tutti prestiamo attenzione.

All'ex Chief Fashion Correspondent del T: The New York Times Style Magazine, appena diventato Editor di AnOther, non interessa minimamente se le sue parole ingigantiscano o acciacchino l'ego dei direttori creativi, né che spezzino o risanino i cuori di PR, addetti ai lavori e insider. Ciò che davvero conta per Alexander Fury è raccontare cos'ha visto in un determinato progetto. "La moda chiede critiche, ma quello che davvero vuole sono i complimenti," ha scritto in un pezzo per The Independent quando ricopriva il ruolo di critico di moda per il quotidiano britannico. Ma Alexander non vuole compiacere nessuno. Dalle sue prime recensioni per SHOWstudio fino alle ultime scritte per T, non ha mai evitato di comunicare quello che davvero pensava e non ha paura di polarizzare l'opinione pubblica con le sue parole. Ovviamente, la sua conoscenza enciclopedica in fatto di moda e una rara sagacia aiutano, e non poco.

Impazienti di metterlo alla prova e capire che tipo di persona si nasconde dietro una delle voci più importanti dell'industria, abbiamo incontrato Alex durante le sfilate della primavera/estate 18 per fargli dieci domande sul suo lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare un critico di moda?
Inizialmente, volevo diventare uno stilista. Durante il liceo e i primi anni di università era questo il mio obiettivo. Ma anche a quei tempi, scrivevo continuamente. Scrivevo descrizioni elaborate degli outfit—simili a quelle che una rivista di moda avrebbe inserito nei crediti di un editoriale d'haute couture negli anni '80—e poi partivo proprio dalle descrizioni per realizzarli, non dai bozzetti. Scrivere mi veniva molto più facile che disegnare, e sono sempre stato un lettore vorace di tutto ciò che avesse a che fare con abiti, moda e cultura. L'influenza maggiore su di me l'ha probabilmente avuta Colin McDowell, che ai tempi scriveva per il The Sunday Times Style. Il suo mix di conoscenze storiche pressoché infinite, riferimenti culturali e punti di vista brutalmente onesti sono esattamente ciò che ancora oggi più amo nella critica di moda.

Qual è la prima cosa che hai scritto? E cosa provi oggi rileggendola?
Ricordo che durante il liceo, mentre mi stavo impegnando al massimo per diventare uno stilista, ho scritto le recensioni di alcune mie collezioni. E non sempre erano positive, comunque. Ricordo di essermi detto da solo di essere troppo concentrato sull'abbigliamento da sera e che il mio modo di cucire era esageratamente elaborato. Piuttosto divertente. Ma anche assolutamente vero.

Cosa c'è nel tuo astuccio?
Sono della vecchia scuola. Scrivo su un bloc notes e poi ricopio sul portatile (piccolissimo e leggero, lo amo alla follia). Non mi piace scrivere sull'iPhone. Ci ho provato, ma credo che fare errori scrivendo pezzi lunghi sia più facile sullo smartphone. Mi piace vedere il flusso di parole sulla pagina.

Hai mai riletto una tua recensione e rimpianto quello che hai scritto?
Le uniche recensioni di cui mi pento sono quelle in cui non ho detto la verità… quelle in cui sono stato più carino e gentile del dovuto.

Hai mai passato la notte in bianco per scrivere una recensione? E ci racconteresti una delle migliori, o peggiori, reazioni che una tua recensione ha suscitato?
Passo sempre le notti in bianco per scriverle, capita. Rifletto a lungo sui miei pezzi, mi chiedo se sono stato capace di trasmettere con chiarezza il mio pensiero. La migliore reazione? Quando Miuccia Prada mi ha mandato un biglietto dicendomi che la mia recensione le aveva fatto vedere la sua collezione da un punto di vista diverso. Questo è l'obiettivo che mi pongo scrivendo. La peggiore, invece, è stato un sms di due parole da una persona che non citerò, "fuck you."

C'è una sfilata che ti ha profondamente influenzato?
La prima collezione couture di John Galliano per Maison Margiela. Credici o meno, non avevo mai partecipato a una delle sue sfilate couture per Dior. Quando il suo ruolo di Direttore Creativo per la maison francese è finito, ho pensato che forse non avrei mai più avuto l'occasione di vedere una delle sue collezioni d'haute couture. Lui è la vera ragione per cui lavoro in questo settore: per me, crescendo nelle campagne inglesi negli anni '90, le passerelle di Galliano erano fantasia, immaginazione e meraviglia allo stato puro. Pensavo di essermi fatto scappare quell'opportunità, quindi quando ha debuttato per Margiela per me è stato come vedermi offrire una seconda possibilità. È stato davvero importante per me. Ho pianto come un bambino. L'intera esperienza mi ha insegnato a non lasciarmi trascinare dagli eventi, a non dare nulla per scontato. Questi incredibili geni creativi non lavoreranno in eterno. Bisogna cogliere ogni opportunità di fare ciò che ci piace.

In che modo essere un critico di moda ha influenzato il tuo stile?
Per la maggior parte del tempo corro da una parte all'altra, quindi durante le settimane della moda di solito indosso outfit banali, quasi delle uniformi. Credo che il pubblico non sia—o meglio, non dovrebbe mai essere—al centro dell'attenzione. Siamo lì per osservare gli abiti degli stilisti, non i nostri.

Se non fossi un critico di moda, che lavoro faresti? Cosa sai fare, oltre che scrivere di abiti?
L'archeologia mi ha sempre affascinato, quindi probabilmente avrei seguito questa strada. Credo che ci sia una sorta di connessione tra questa passione e il mio modo di scrivere.

Che consiglio daresti a chi vuole seguire le tue orme? Quali speranze, sogni e paure hai per il futuro della critica di moda?
Sinceramente? Credo che sia un settore in via d'estinzione—ma forse lo è la critica in generale, forse persino il giornalismo. L'atteggiamento oggi è quello di instupidire la cultura, perché l'idea è che la conoscenza sia qualcosa di dispregiativo. "L'elitarismo intellettuale" e le fasi in cui avviene mi spaventano molto, non solo per il chiaro riferimento all'epoca nazista tedesca negli anni '30. Ma mi chiedo se le persone si interessino davvero a ciò che gli altri hanno da dire—non importa il settore, è lo stesso nella moda, nel cinema, nella musica e anche in politica. Quindi, gran parte della gente oggi mette in discussione verità basilari, sfida credenze antiche e radicate nella nostra cultura. Forse è internet che ha avviato un processo di democratizzazione globale, dando a tutti una voce e implicitamente dicendo che tutte le voci e tutte le opinioni sono egualmente valide. Forse sarà proprio questo a rendere la critica un mondo obsoleto. Credo che oggi molte persone stiano mettendo in discussione queste nozioni. Comunque, andare nella direzione opposta rispetto a questa tendenza, avere quindi punti di vista informati e critici, che siano veicolati attraverso i canali più adatti, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella cacofonia di voci e opinioni della contemporaneità. Abbiamo bisogno di persone le cui prospettive e conoscenze enciclopediche siano affidabili, persone che ci guidino.

È una diatriba che si allarga allo stato dei media in generale, non relegata solo al giornalismo di moda. Il consiglio che darei a chiunque è di essere sinceri, elaborare un proprio punto di vista ed esprimerlo in modo originale, evitando i tropi più triti e ritriti di cui già troppo leggiamo oggi.

Oh, e leggete. Bene. Non si può scrivere bene senza leggere bene.

Infine, quale credi sia la convinzione errata più diffusa sulle settimane della moda? E la verità più azzeccata?
Il luogo comune più evidente è sicuramente che le settimane della moda siano qualcosa di glamour. Non lo sono, non per la maggior parte di noi, comunque. Sono giornate infinite con poche ore di sonno a separarle le une dalle altre, durante le quali quasi non si mangia, e alla fine ti sembra di aver contratto un'orribile malattia venerea medievale.

La verità più azzeccata? Che niente di tutto ciò ha davvero importanza. Quando vedo davanti a me la vera moda, quella che davvero ti lascia senza fiato, ecco, in quel momento mi sento davvero fortunato, perché mi sembra di fare il lavoro migliore del mondo.