Fotografia di Bea De Giacomo

La rivincita dei vulnerabili nella moda è guidata da Marco Rambaldi

Talento luminoso, positivo e puro, Marco Rambaldi rappresenta al meglio la nuova moda italiana, semplicemente.

di Carolina Davalli
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04 agosto 2020, 7:51am

Fotografia di Bea De Giacomo

“La moda è specchio e matrice della società.”

A dirlo è Marco Rambaldi, designer italiano dell’omonimo brand da lui fondato. Una frase ermetica, che riassume la natura multiforme di questa disciplina, capace di porci brutalmente al cospetto del mondo e contemporaneamente alimentare nuove narrazioni su ciò che ci circonda. Un duplice compito che non manca certo di una buona dose di responsabilità, per quanto la moda nella sua accezione più superficiale venga troppo spesso considerata triviale. Nulla di più lontano da ciò che dovrebbe essere, ma non stupisce che venga percepita in questo modo: è facile confondersi in una rete così labirintica.

Ma per Marco tutto è chiaro come il sole; la moda per lui è una cosa seria e leggera insieme. È un libro di storia con all’interno fumetti sconci disegnati ai lati. La moda sono i pomeriggi passati a fare l’uncinetto, ma anche le sfilate di fronte agli esperti del settore e le bizzarre domande della stampa. Un luogo sicuro per i puri di cuore, dove è ancora lecito non prendersi sul serio, ma in cui hanno terreno fertile anche tutti gli ideali e valori per cui è un dovere lottare.

La cosa più sorprendente è la genuinità con cui tutto questo prende forma sotto il nome di Marco Rambaldi, un brand dall’autenticità disarmante, quasi adolescenziale—proprio come la fase in cui si trova, ancora intento a sperimentare e a crescere, prendendo al passare di ogni collezione sempre più coscienza di sé. E in questi tempi così oscuri e preoccupanti, Marco continua a illuminare il panorama della moda italiana con lo slancio vitale e l’estrema vulnerabilità che caratterizzano il suo brand.

Ne parliamo direttamente con lui, per saperne di più su di lui, sul suo progetto, e su come intende il sistema e la pratica della moda.

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Fotografia di Anna Adamo

Raccontami un pò di te. Dove sei cresciuto, e com’è stato crescere lì? Come ti sei avvicinato al mondo della moda?
Vengo dalla provincia di Bologna, città che mi ha influenzato da infiniti punti di vista. Ho studiato Design del Prodotto a Rimini per un anno, prima di accorgermi del fatto che la mia vera passione fosse il design dell’abito. Così mi sono trasferito a Venezia per frequentare la triennale di design della moda allo IUAV, dove ho conosciuto Giulia Geromel, la mia collaboratrice, con cui mi sono ritrovato dopo molti anni, e con cui ho iniziato a lavorare insieme al progetto del mio brand. Nel 2013 mi sono laureato, e nel 2014 ho vinto il concorso di Camera Nazionale della Moda, Next Generation, sfilando con la mia prima capsule collection a Milano.

Quali sono state le difficoltà maggiori del fondare un tuo brand? È stato faticoso confrontarsi con un sistema così esclusivo? E perché proprio in Italia?
Prima di fondare il mio brand ho voluto fare un pò di esperienza sul campo, lavorando qualche anno per Dolce e Gabbana. Non volevo partire subito con un mio brand indipendente, volevo farmi le ossa e capire come funzionasse il sistema. Il brand è nato nel 2017, e ho deciso di fondarlo in Italia puramente per questioni di produzione. Volevo essere il più vicino possibile ai laboratori, alle industrie tessili, ai maglifici; non per nulla, anche molti brand esteri producono e affidano le loro lavorazioni alle industrie italiane. A maggior ragione per il mio brand, che dipende molto dal lavoro fatto a mano, come l’uncinetto, sarebbe stato molto difficile trovare un corrispettivo all’estero. Poi non mi sono mai voluto spostare, non ne ho mai sentito il bisogno. Ora vivo tra Milano e Bologna e mi sembra il compromesso giusto per me.

Non faremmo quello che stiamo facendo se non avessimo in mente di innescare qualche cambiamento. La moda per me ha a che fare con il sociale e la politica: credo sia giusto, nel nostro piccolo, cercare di cambiare le cose.

Hai ricevuto un qualche aiuto da parte delle istituzioni? Spesso si sente dire che “la moda italiana non supporta i giovani,” ma la tua storia sembra confutare questa teoria…
Sicuramente abbiamo Camera della Moda che, sopratutto negli anni più recenti, sponsorizza e dà visibilità ai brand nascenti. Sono tre stagioni che sfiliamo in calendario, e senza il loro supporto non ce l’avremmo mai fatta. Però a mio parere manca un'azione più indipendente, una piattaforma che faccia sistema, che aiuti la comunicazione tra i marchi “big” e i quelli più piccoli. Serve un tramite o mediatore tra i settori della rivendita e della comunicazione, ambienti che in Italia sono ancora molto separati e slegati tra loro, spesso anche in maniere gerarchiche.

La presenza testuale è molto importante all’interno delle tue collezioni. Che scarto esiste tra la parola e l’abito? Sono pratiche che si alimentano a vicenda, oppure una riempie i vuoti dell’altra?
Credo che la moda sia una disciplina che riesce ad unire tutte le altre arti, come il teatro, il cinema e la letteratura. Nel nostro caso, il testo è uno dei punti di partenza, mentre la moda è poi il supporto fisico su cui lavoriamo. Un tempo l’ispirazione veniva forse di più dagli immaginari del cinema, e sicuramente dipende dal momento storico, ma credo che oggi (almeno da parte mia) ci sia maggior interesse per la letteratura. Prima del lockdown si era sempre frettolosi, dunque oggi analizzare in profondità delle reference specifiche, che vanno a legarsi al nostro passato attraverso il mezzo della letteratura, è anche un modo per dire: “Prendiamoci il tempo che ci spetta, di cui abbiamo bisogno per non essere più distratti dalla società in cui siamo completamente immersi.”

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Fotografia di Iman Salem

Quindi la parola viene prima dell’abito, metaforicamente parlando?
La letteratura ci spinge a prenderci il nostro tempo e riscoprire vecchi documenti del passato, che magari le nuove generazione non conoscono. Esiste un ritmo nelle parole, nei capitoli, nella progressione, ed è affascinante riuscire ad estrapolare frasi e paragrafi per contestualizzarli all’interno del proprio mondo personale, dando loro così nuovo significato. Per esempio, il testo da cui siamo partiti per la collezione FW20 era Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli. Abbiamo preso alcune frasi e parti del libro, le abbiamo ritagliate e abbiamo creato un collage che poi è stato inserito all’interno del nostro moodboard. Per la sfilata abbiamo scelto un altro lavoro di Tondelli, Giovanotti Mondani e Meccanici, un testo emblematico della Bologna anni ‘80, che è stato consegnato al compositore Francesco Sacco, chiedendogli di interpretare il testo a livello musicale come incipit della sfilata. Il testo è essenziale e scoprire libri e testi sconosciuti, che affrontano tematiche di nicchia, mi ispira molto, perché mi dà l’occasione di farli conoscere al pubblico.

Penso alle parole presenti sui tuoi capi, come “Abbi cura di te” della tua FW18, e “Ci vediamo domani, gli altri giorni ci immaginiamo”. Sono parole molto autentiche, sincere ed evocative, e vederle indossate sembrano essere una vera e propria corazza per i “puri di cuore”. Tu e il tuo brand rappresentate la dimostrazione che essere ‘puri’ nella moda è possibile. Secondo te è in atto una rivincita dei vulnerabili?
Assolutamente, mi auguro che ci sia e che noi la stiamo portando avanti. Avendo fatto esperienza nel sistema in altri ambiti e contesti, posso confermare che sia un ambiente difficile, ed è giusto che la nostra generazione faccia di tutto per cambiare le cose. Non faremmo quello che stiamo facendo se non avessimo in mente di innescare qualche cambiamento. La moda per me deve contenere dei messaggi, è un qualcosa che ha a che fare con il sociale, con la politica, e quindi credo che sia giusto nel nostro piccolo riuscire a cambiare le cose, mettendoci il nostro credo e avendo la coscienza di esserci sempre schierati dalla parte di ciò in cui crediamo. Questo per noi vuol dire anche proporre delle nuove tipologie di persone, spogliate dai canoni imposti dalla società e di tutti gli stereotipi che si rifanno ai concetti di genere, di provenienza, di razza, per abbatterli e andare oltre. Credo che sia in Italia che all’estero, le nuove generazioni stiano davvero cercando di andare contro alle imposizioni della società.

Sono convinto che la moda rifletta la società in cui stiamo vivendo, ma che la traini al tempo stesso. Come pratica, dovrebbe farci sbirciare al di fuori di ciò che ci circonda.

C’è una figura che ti ha spinto ad indagare questi temi sociali e dei diritti?
Sicuramente la mia famiglia, perché è molto attiva politicamente ed eterogenea, nel senso che vi coesistono diverse parti della società e diversi ideali. Poi, più recentemente, sono entrato in contatto con figure come Valèrie Taccarelli, con cui abbiamo collaborato rendendola la protagonista del nostro cortometraggio Vogliamo anche le Rose e chiedendole di sfilare per noi nel primo show a Roma. Lei mi ha illuminato sulle sue origini e il suo passato, diventando l'emblema di tutte quelle figure e personalità che ci hanno permesso di crescere in una società più elastica, che hanno lottato e si sono battuti per darci un futuro migliore e libero, seguendo il retaggio di Sylvia Rivera e i moti di Stonewall in America. E sicuramente anche i miei molti amici che lavorano a Bologna in ambienti che si occupano del sociale, persone legate al Mit, come Mario Di Martino. È sicuramente grazie anche a loro anche sono riuscito ad essere molto più informato sulle (e influenzato dalle) questioni più attuali.

La donna è un elemento cardine del tuo design. In che modo affronti le narrazioni femministe all’interno della tua pratica? 
C’è sempre un richiamo al passato e al femminismo degli anni ‘70, i diritti, le rivoluzioni, le battaglie, e il motivo è perché quegli anni sono stati il vero e proprio inizio della liberazione della donna per come la conosciamo ora. Figure del calibro di Marcella Campagnano, l’artista che abbiamo preso come riferimento per la nostra collezione FW19, ma anche altre figure che non per forza erano dichiaratamente parte di quei movimenti, ma che hanno provocato dei cambiamenti anche a livello pop nella cultura italiana, come Mina, Anna Oxa. Oggi come oggi questi temi si districano in un mare di azioni, che potrebbero essere attivismo online come sul campo, e indirizzano questi temi così radicati nella nostra storia con uno sguardo contemporaneo e in continuo cambiamento.

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Fotografia di Anna Adamo

L’elemento grafico è essenziale nelle tue collezioni, dai colori e font alla “Pianeta Fresco” di Sottsass, fino a alle Graphic Novel degli anni ‘70 come “Poema a Fumetti” di Buzzati. Cosa accade quando si inseriscono questi elementi iconografici all’interno delle tue collezioni? 
Diventano un manifesto da indossare. La persona diventa un tutt'uno con il capo, perché ne sposa il lato estetico, ma anche quello concettuale, e inizia a guardare quell’oggetto come un contenitore di un messaggio. L’utilizzo delle immagini sui capi è qualcosa che mi affascina e mi spaventa al tempo stesso, perché spesso non vengono capite appieno, e non c’è mai abbastanza tempo per ragionare sulla relazione tra icone e design. Molte volte questi capi vengono percepiti come troppo impegnativi da accostare ad altri, e ora me ne rendo sempre più conto. Prima era qualcosa che facevo in maniera fluida e istintiva, ora siamo più attenti e cerchiamo di creare un connubio tra le due cose, cercando di mantenerne sempre il significato, perché troppo importante.

Sarà interessante vedere come queste icone cambieranno con il tempo. Per esempio, hai applicato dei nuovi significati all’immagine del cuore e dell’arcobaleno.
I cuori arcobaleno e i cuori punto pizzo dell’ultimo invernale sono diventati un vero e proprio carryover del brand, ideati in una fila per dritto e una capovolta al contrario. L’idea era nata per la collezione SS18 Amore e Piombo incentrata sul periodo degli anni di piombo, anni di terrorismo ma anche del movimento hippie, emblema della dualità e del forte contrasto insito a quella decade. Dritti e capovolti per questo, perché espressione di movimenti contrastanti e totalmente opposti, uniti però dall’arcobaleno, manifesto della comunità LGBT, che in ogni stagione viene proposto con i colori della collezione.

È giusto che all’interno delle collezioni sia presente sia la memoria personale che quella storica, ma bisogna superare i “fatti” e capire quali sono stati gli sbagli nella storia di un paese e in quella personale.

In un’intervista hai affermato che la moda è “specchio e matrice della società.” Potresti elaborare questo concetto? Se è riverbero della società, ha il potere di confonderla? Se ne è matrice, è responsabile delle nostre azioni?
Assolutamente. Sono convinto che la moda rifletta la società in cui stiamo vivendo, ma che la traini al tempo stesso. Come pratica, dovrebbe riuscire a mostrarci oltre ciò che vediamo, farci sbirciare al di fuori di ciò che ci circonda. E per questo ha una duplice responsabilità: se è specchio, la moda rivela senza filtri, è sincera e a volte brutale nell'illuminare anche tutti quei problemi e quegli sbagli della nostra società, ma se è matrice ha la responsabilità di partire dal passato o dal presente, per offrire delle soluzioni alternative, dei nuovi immaginari.

L’anno scorso, più o meno in questo periodo, eri parte della mostra itineranteFlash-Forward. Italian Brands: The Last 5 Years”, curata da Giangi Giordano, in cui si tracciava una panoramica della new wave di designer emergenti. La mostra era prettamente incentrata su video-presentazione dei brand, e mi chiedevo che rapporto hai con il fashion film.
Essendo la moda una disciplina che si lega molto bene ad altre forme d’arte, il cinema è un mezzo che può essere molto potente per esprimere il proprio messaggio. Ovviamente non è l’unico e non deve essere imposto, come purtroppo è successo nell’ultima settimana della moda digital, ma se fa parte di te e della tua visione, è davvero un ottimo mezzo. Per noi lo è stato molte volte, come nel corto Vogliamo anche le rose della collezione FW18 assieme a Valérie, che ha funzionato..

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Fotografia di Zoe Natale Mannella

Uno dei tuoi video più interessanti èLapse”, in cui racconti la SS20 in un tripudio di riferimenti al concetto di memoria. Memoria storica, memoria di un popolo, memoria personale e biografica. In che termini la moda può essere detentrice della memoria? Che potere ha su di essa?
Lapse parla anche di rottura. Il filo conduttore di quella collezione voleva raccontare la condizione di rottura intrinseca alla donna, al soggetto, espressa anche all’interno dei capi in sé, dove c’erano delle evidenti rotture nel design e nelle maglie. È giusto che all’interno delle collezioni sia presente sia la memoria personale che quella storica, però è altrettanto giusto superare i “fatti” e capire quali sono stati gli sbagli nella storia di un paese e nella storia personale, per avere una previsione e per poter offrire un futuro migliore.

Parliamo della serie “Diari di quarantena”. Aver commissionato un progetto visuale con pezzi di archivio fino alla SS20 ad una serie di donne creative emergenti ti ha mostrato lati del tuo lavoro ed interpretazioni impensate?
Spesso i brand rischiano di rimanere chiusi nei loro mondi, nelle loro visioni, senza mai avere un confronto. Così abbiamo deciso di portare avanti questa azione con Anna Carraro, la nostra stylist, e chiedere alla nuova classe emergente di creativi di interpretare alcuni nostri pezzi. Durante la quarantena abbiamo ricevuto molti feedback positivi, ed è stato interessante ricevere dei punti di vista esterni e nuovi. È un progetto che abbiamo intenzione di portare avanti, magari slegato dai “diari”. Anche se è nato dalla quarantena, questa pausa ci ha donato molte idee, ed è bello vedere come questi capi sono stati interpretati da figure che non necessariamente sono legate o affini al brand.

L’uncinetto per me esprime una memoria del passato, e avevo ereditato molti centrini dalla mia bisnonna, che è morta molto tardi e che ha sempre lavorato in casa a maglia.

Nelle tue collezioni è sempre presente l’elemento della maglieria, dai centrini all’uncinetto alla maglia smacchinata. Che ruolo ha questo tipo di tecnica nella tua pratica, e come è nata questa tua passione?
La maglieria è un aspetto del design che mi ha sempre interessato, e che ho avuto modo di approfondire nel tempo. La passione per l’uncinetto l’ho provata subito, e abbiamo introdotto questa tecnica fin dalla primissima stagione in maniera automatica, senza pensarci troppo. L’uncinetto per me esprime una memoria del passato, e avevo ereditato molti centrini dalla mia bisnonna, che è morta molto tardi e che ha sempre lavorato in casa a maglia, e poi anche da mia nonna. A un certo punto avevo così tanti centrini e coperte all’uncinetto che ho sentito il bisogno di utilizzarli in qualche modo, anche in una prospettiva di upcycling.

Immagino che, oltre all’aspetto personale, il centrino ricopra anche un ruolo più “politico”, come tutti gli altri elementi presenti nelle tue collezioni. È così?
Esatto, è così. I centrini hanno sempre affascinato sia dal punto di vista delle tecniche che dall’accostamento di colori, ma in realtà la cosa più interessante di questo universo è il cambio della destinazione d’uso, lo spostamento di significato. Se una volta l’uncinetto era visto come un elemento o un’occupazione propria della donna segregata in casa, noi gli diamo un significato completamento diverso, partiamo sempre da quel concetto antico ma, manipolando e assemblando i centrini, li arricchiamo, creando degli slogan e dei design anche molto sensuali. Così, l’uncinetto diventa una pratica che alla fine riesce a liberare la donna, che la proietta in un nuovo mondo, il mondo che dovrebbe essere.

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Fotografia di Zoe Natale Mannella

“Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. [...] La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l'abbandono al caso.” Questa famosa frase di Calvino esprime un atteggiamento che credo sia molto legato alla tua pratica. Un tipo di approccio alla cultura che ne apprezza la complessità, ma che, tradotta in abito, diventa leggera, mai superficiale. Scanzonata, però non senza contenuti. 
Mi riconosco molto in queste parole, e Calvino è sempre stato uno dei miei preferiti. Mi sento affine a questo discorso di estraniarsi dalla realtà, perché una volta che ne ne sei troppo immerso, rischi di esserne risucchiato dal suo stesso vortice. Spesso, invece, è utile estraniarsi e guardare il mondo da un punto di vista esterno (o provarci, almeno). Credo che faccia bene, per avere una visione più tua e meno distorta, o magari sempre distorta, ma almeno alternativa, diversa da uno stereotipo. D’altra parte, però, l’abbandono al caso è stato un elemento molto importante nelle nostre collezioni. Il discorso dell’errore e dello sbaglio, che avevamo affrontato nella SS20, il discorso dell’incompletezza, dello scarto macchina, è diventato un elemento distintivo del brand. Cose che capitano perché sorgono nella spontaneità.

Questo mi fa pensare che la tua moda sia molto allusiva, che liberi la tua pratica dal peso di giustificare e riportare, che accolga le  incompletezze e le questioni lasciate non dette.
Sì, decisamente. All’inizio le nostre collezioni erano molto più letterali, mentre nelle ultime siamo stati molto più attenti a creare delle ambientazioni allusive, appunto, lasciate incomplete di proposito, per far sì che chi entra a contatto con i nostri capi possa completarli con il proprio corpo e bagaglio culturale. Il nostro obiettivo è che chi si interfaccia con i nostri design e immaginari li possa completare con la propria visione e il proprio punto di vista, diventando alla fine un tutt'uno, e dare un nuovo e mutevole valore a questi oggetti.

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Qui puoi vedere il dietro le quinte della sfilata SS20:

Crediti


Testo di Carolina Davalli
Immagini su gentile concessione di Marco Rambaldi e Next Agency

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