Incontriamo tre giovani fotografe con modi di vedere unici.

L’ultimo capitolo di Future NOW! indaga il modo in cui Christina Nwabugo, Stella Asia Consonni e Steph Wilson hanno adattato la loro creatività alla vita in isolamento.

di Jack Sunnucks
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03 agosto 2020, 2:10pm

Per l’ultimo capitolo di Future NOW!, i-D e Tiffany &Co. hanno chiesto a tre fotografe emergenti di esplorare l’arte dell’autoritratto in relazione alla creatività durante l’isolamento.

Christina Nwabugo, Stella Asia Consonni e Steph Wilson ci hanno fatto entrare nelle loro case e nei loro quartieri di Londra per spiegarci come la loro visione creativa sia cambiata negli ultimi mesi, cosa signifca essere le protagoniste del loro stesso lavoro, e quali sono le loro speranze per il futuro.

Dalla casa di Steph che ricorda una rigogliosa foresta pluviale, alla sala degli specchi di Stella, passando per i mercatini dell’East London di Christina: ognuna di queste fotografe ci ha regalato un intimo ritratto del suo mondo personale, raccontandoci visivamente come lo percepiscono e quali sono gli elementi che le circondano. Analizzare i loro percorsi tutt’altro che convenzionali, e quindi avere un’idea di ciò che significa intraprendere una carriera nel mondo delle arti, potrebbe essere d’ispirazione per altri fotografi e creativi emergenti. “Spero che ciò che ho fatto rafforzi il messaggio che voglio trasmettere e mostri chi sono veramente,” dice Christina. “Perché merito di avere le stesse opportunità di tutti gli altri.”

Scopriamo insieme il modo in cui vedono il mondo, allora.

Christina Nwabugo

Christina Nwabugo nasce a Shoreditch, nell’East End di Londra, ma lei e la sua arte viaggiano in tutto il mondo, dalla Giamaica al Senegal. Nella natura Christina trova non solo una fonte di ispirazione creativa, ma anche conforto. Con il suo lavoro spera di dimostrare che le persone e i paesaggi possono essere una cosa sola.

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Cosa rappresentano gli autoritratti nei tuoi lavori?
Penso che l’autoritratto sia il mio modo di dare concretezza al mio punto di partenza e documentare poi il percorso che ho intrapreso da quel momento iniziale.

Raccontaci di questo scatto: come hai rivolto l’obiettivo verso te stessa?
Ho dovuto riflettere molto su come voglio essere vista, e ho deciso che le persone mi devono vedere come mi percepiscono online, ovvero come una persona connessa alla natura. Mi sono detta: “Ok, metti da parte tutto e sii te stessa… Prova a non pensarci troppo e a non rendere tutto complicato, non preoccuparti del fatto che qualcuno potrebbe non trovare una connessione con i tuoi lavori precedenti.”

Durante il lockdown la natura mi ha aiutato a trovare dei momenti di solitudine e a capire come potevo fuggire da tutto e mettere in moto il processo creativo, in silenzio. Sentivo che andare in spazi naturali avrebbe potuto migliorare i miei scatti, perché rappresentavano al meglio ciò che ero in quel momento.

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Sembra tu abbia trovato una narrativa molto solida nel mondo della natura dunque!
Se non hai un giardino, trascorri la maggior parte della tua vita in casa. Quando ero in Gambia, tutti avevano un posto comune dove tutti i vicini potevano trascorrere del tempo insieme, e si poteva cucinare, vendere, coltivare, fare attività che includesse tutta la comunità. Penso sia proprio questo ciò che voglio mostrare: lo stare insieme.

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Hai inserito anche il mercato di Dalston, ce ne vuoi parlare?
Di Londra mi piace molto la presenza di culture diverse perfettamente integrate tra loro. Nello specifico, qui ho riflettuto sulle diverse interpretazioni dello shopping, così ho scelto di andare al mercato di Dalston. Nonostante sia cresciuta a Shoreditch, Dalston ha un’atmosfera unica, quella fatta di commercianti che urlano e vendono verdura a prezzo stracciato. C’è musica a tutto volume, ci sono i rastafariani che si godono le giornate, altri che si fanno le treccine, insomma, è un mondo libero. Osservando queste scene ho capito di voler inserire tutto ciò nella mia narrazione, perché non ha senso non raccontare veramente l’ambiente in cui sono cresciuta, cioè quello di una comunità che mi ha insegnato cos’è la condivisione.

Inserire Dalston nel mio segmento del documentario per Tiffany & Co. e i-D è stata l’occasione per mostrare che io sono il risultato di un ambiente comunitario. È lì che ho trovato il modo di affrontare la vita e sviluppare la mia creatività, senza lasciare che la percezione di come sono cresciuta offuscasse me come persona o artista.

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Con quale lente osservi i problemi creativi ora?
Ho capito che devo imparare molto di più sulla fotografia, ad esempio come funzionano i finanziamenti e i vari processi, come ci si relaziona con gli editor e in che modo si lavora sui feedback. È stato come se dovessi imparare tutto daccapo. Un po’ me ne vergogno, faccio questo lavoro da molti anni, ma solo negli ultimi due ho capito di aver bisogno di un photo editor per pubblicare i miei lavori su una rivista. In quel momento ho deciso di andare oltre e organizzare qualche workshop per formare giovani fotografi, studenti e professionisti, insegnando loro come muoversi in questo mondo. Non si tratta più di scattare solamente delle belle foto, ma di pensare in modo strategico dove vogliamo essere tra qualche anno.

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Cosa ti dà speranza?
Penso che le persone, tra cui giovani donne nere, mi osservino per capire come muoversi in questo ambito. Voglio che i miei workshop si concentrino sul supportarsi a vicenda, crescere insieme e imparare. Sono arrivata a questo punto della mia carriera con continue prove ed errori, e sento che non per tutti questo sia il giusto metodo.

Alcuni di noi devono salire un gradino alla volta per rendere il tutto più facile. E per me personalmente la strada è stata tutta in salita, anche solo per avere gli strumenti che ho oggi. Spero che ciò che ho fatto rafforzi ancora di più il messaggio di chi sono come persona, perché merito di avere le stesse opportunità di tutti gli altri.

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