Fotografia di Stella Germana

Un viaggio introspettivo nei nuovi canoni di bellezza

La giovane artista Stella Germana si racconta e fotografa "il lato peggiore" delle persone.

di Giorgia Imbrenda
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24 dicembre 2019, 10:55am

Fotografia di Stella Germana

Ho conosciuto Stella durante uno shooting. In pausa pranzo, chiacchierando del più del meno, ci siamo confrontate su diversi argomenti che ci stanno particolarmente a cuore, parlando in modo spontaneo, come se ci conoscessimo da una vita. Così ho scoperto che Stella usa i social media come strumento per studiare se stessa e il proprio corpo, ma anche come luogo di incontro e confronto con gli altri.

Ho iniziato a seguirla su Instagram quest'estate e man mano è cresciuta la mia curiosità verso le foto che postava ogni settimana: persone "con i loro segni", come li definisce Stella e come a loro loro stesse piace definirsi. Invece di mostrare il loro lato migliore, queste persone vogliono mostrare quello "peggiore", e ci riescono grazie all'empatia dello sguardo di Stella, capace di creare una connessione intima con i soggetti che fotografa. Lo scopo principale dei suoi scatti è quello di infondere a queste persone, ma anche a se stessa, un'autostima sempre più solida e inattaccabile. Come mi ha raccontato Stella durante la nostra chiacchierata, questo progetto era nato per lavorare esclusivamente su se stessa, studiando il proprio corpo e le proprie forme; ma vedendo che, involontariamente, stava anche aiutando tante persone attorno a lei, che la seguivano sui social media e la contattavano per ringraziarla e cercare un confronto con lei, ha capito che farsi bene e fare bene agli altri non sono due cose poi così diverse. Per questo ho deciso di rivederla e farmi raccontare la sua storia, dall'infanzia fino a oggi.

intervista stella germana fotografia nuova estetica di bellezza

Raccontami qualcosa di te, della tua infanzia e adolescenza. Dove sei cresciuta? Quali sono i ricordi di quel periodo a cui sei più legata?
Sono cresciuta in un piccolo paese del sud Italia, uno di quelli dove pare che il tempo si sia fermato cent'anni fa, dove gli spazi si restringono crescendo e la vita ti soffoca, ma ogni angolo parla di te, ogni odore è quello di casa, ogni suono è la voce di tua mamma che ti chiama quando è pronta la cena. Uno di quei paesi dove tutti conoscono tutti e tutti giudicano tutti, dove ti senti solo però non lo sei mai; dove se ci nasci vuoi scappare e se ci scappi non vuoi lasciarlo più. Ogni centimetro di quel paese mi rimanda a qualcosa; a volte riesco addirittura a ricordare il modo in cui guardavo certi scorci con gli occhi di quando ero bambina, tutto mi sembrava così grande, così sconosciuto, e invece oggi è tutto così scontato e noioso. C’è un posto che è uno dei miei ricordi più belli e poetici, e lo custodisco con gelosia: è dove giocavo da bambina coi miei compagni, si trova nel centro storico del paese. Crescendo ho accantonato quel posto sotto a un ammasso di altri ricordi, luoghi e storie, dimenticandolo, dimenticandomi anche come raggiungerlo. Da qualche anno mi capita di sognare questo posto e immaginare la strada per arrivarci, come un appuntamento col passato, solo che è lui a decidere quando incontrarmi; così io prendo il mio cane e mi ci reco, e ogni volta piango, e pare che pianga pure lui. Se volessi andarci ora non saprei quale strada prendere, ma ora non ci voglio andare.

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Come e quando ti sei avvicinata al mondo della fotografia?
La fotografia è arrivata nella mia vita durante l’università. Ho cominciato a fotografarmi un giorno, e poi ancora, e ancora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, finché non ho capito che mi stavo mandando dei messaggi, mi stavo studiando, mi stavo conoscendo. Oggi continuo a studiarmi, ad analizzarmi, a conoscermi, a parlarmi. La mia psicologa dice che ho fatto il suo lavoro.

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La tua ricerca fotografica ruota attorno al concetto di bellezza femminile e il modo in cui viene percepita dalla collettività. Secondo te, dove risiede il problema nel modo in cui la concepiamo?
Viviamo in una società che ci vuole tutti uguali, belli, perfetti, ma si ostina a differenziarci dagli animali, parlando di un’evoluzione che in realtà non si è ancora completamente verificata. Ad esempio, cosa ci distingue da un gregge di pecore, a parte la parola? E dalle iene? Il problema del concetto di bellezza è costituito dagli stereotipi che con gli anni si sono insinuati nell’immaginario collettivo. Sono stati fissati degli standard sotto ai quali sei considerato “non all’altezza” e di conseguenza ti ci senti davvero, ti convinci di non esserlo. Ci si ritrova a rincorrere una bellezza che è fittizia, perché la bellezza assoluta non c’è e, allo stesso tempo, la bellezza è ovunque, soprattutto nelle nostre diversità, unicità e imperfezioni, che ci distinguono da tutte le specie ma soprattutto al nostro interno, tra singoli esseri umani.

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Cosa ti spinge a fotografare il tuo corpo? E il corpo degli altri?
L’unico modo in cui riesco a guardare il mio corpo senza giudicarlo è fotografandolo. Nelle fotografie riesco a vedere per davvero Stella. Nello specchio vedo una donna che si veste male, scappa dai suoi occhi critici e sfugge alla verità. Fotografare le altre mi permette di fare lo stesso: cerco qualcosa di me attraverso loro. Mi cerco nei loro gesti, nel loro imbarazzo, nelle loro parole, nei loro “difetti”. Ed è così che ho capito che mentre io usavo loro, loro usavano me, e ci scoprivamo, facendoci compagnia. Nel momento in cui ho realizzato questa dinamica, il corpo è diventato per la mia fotografia qualcosa di importante, ma solo perché protegge e porta in giro per il mondo il mare di emozioni, sensazioni, pensieri, organi, vene, ossa e sangue che ci fanno sentire vivi, ci fanno essere vivi.

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Qual è la sfida più grande da affrontare nell’accettare il proprio corpo?
La mia sfida più grande è accettare che il mio corpo cambi. Quando si rimpicciolisce, quando cresce, quando sta male, quando è debole, o forte. Ogni cambiamento esteriore è un messaggio di qualcosa che ho dentro; la sfida dunque sta nell’accettare i cambiamenti e ascoltare i segnali, invece di ignorarli, come ho spesso fatto. Ma su questo ci lavoro ogni giorno per fare in modo che non succeda più.

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Fotografi il tuo corpo e quello degli altri, ma chiedi e ricevi anche foto dalle persone con cui entri in contatto per poi ricondividerle sul tuo profilo Instagram. Perché?
Come accennavo prima, molte persone si sono riviste in me, nelle mie parole, nei miei occhi. Questo ha creato una sorta di empatia tra me e tanti tra i miei follower più attivi: si sono sentiti parte di qualcosa e si sono sentiti capiti, meno soli. Si sono fidati di me e mi hanno inviato testimonianze di vita vera, vita comune, vita che fa male ma che è anche un dono. È stato bello ricevere tanta autenticità; di solito le persone mostrano i loro lati migliori e io mi sono ritrovata con una gallery piena di segni distintivi che hanno riempito il mio cuore di gioia, ma anche il loro. Tutto questo non ha prezzo per me.

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E come entri in sintonia con le persone che fotografi, o che ti mandano le loro foto?
Non c’è qualcosa in particolare che mi mette in sintonia con le persone che mi scrivono, mi mandano le foto, o che fotografo. Si tratta di energia, suppongo. Sentono che possono fidarsi di me, essere loro stessi. Sanno che non li giudicherei, e io non li deluderei mai.

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Sempre parlando di social media, che rapporto hai tu con questo mondo? Conflittuale? Li odi e basta? O non puoi farne a meno?
Io e i social siamo in una relazione di odio e amore. Odio questo mondo, so quanto sia malato e sbagliato, sono perfettamente consapevole di quanto sarebbe più semplice la mia vita senza, ma non posso farne a meno, non posso fare a meno delle persone che mi chiedono consigli, che mi raccontano le loro esperienze, che mi ringraziano, che mi vogliono bene, anche di quelle che non mi capiscono. Grazie a tutti loro sono cresciuta durante il mio percorso artistico e ho scelto le strade che ho intrapreso; e ancora mi aspetto di cambiare direzioni, idee, studi.

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Con il tuo progetto Studies about myself, quali sono le reazioni che speri di suscitare in chi lo osserva? E quali feedback hai ricevuto dal pubblico finora?
Ovviamente è inutile dire quante critiche ho ricevuto per il nudo, per i tatuaggi, per i capelli, per l’aspetto; insomma, tutto quello che notano le persone superficiali, che non sanno guardare oltre, e che fanno parte di quella società sbagliata di cui parlavo prima. Per il resto, mi tengo stretta una bella fetta di persone speciali che mi spingono ogni giorno a continuare quello che sto facendo e mi convincono che, giusto o sbagliato che sia, non lo sto facendo poi così male.

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Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
In futuro mi piacerebbe pubblicare un libro fotografico, raccontare anche a parole le fotografie che scatto, gli aneddoti che ci sono dietro, avanti, accanto. Ognuna ha una storia, qualcuna è avvenuta davvero, altre nascono dalla mia fantasia, ma sono tutte bellissime; me le so raccontare così bene che devo ancora capire quali sono avvenute sul serio e quali ho immaginato. D’altronde chi sa con certezza dove si nasconde la realtà?

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Crediti

Fotografia di Stella Germana
Testo di Giorgia Imbrenda

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