13 videoclip che hanno fatto la storia dell'estetica lo-fi

Visto che ultimamente il lo-fi sembra essere tornato di gran moda, qui una mini guida per capire com'è diventato parte integrante della storia della musica.

di Carlotta Magistris
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16 aprile 2020, 8:37am

Dagli anni '80 in poi, il videoclip ha attraversato varie evoluzioni stilistiche, rimanendo sempre ancorato al proprio contesto musicale di riferimento, ma senza rinunciare a esplorazioni dirette verso l'emancipazione da quella stessa cornice, seppur ponderata. Dai video estrapolati direttamente dai live ai concettualismi della musica elettronica, dal glitter manierista ed egocentrico delle prime popstar alla fotografia lofi in pura estetica VHS, col progredire dei mezzi ce della facilità d'accesso, il videoclip ha assunto un'autonomia sempre maggiore come linguaggio, medium e formato.

Il lo-fi nasce proprio come opposizione logica all’estetica patinata, costosa e costruita richiesta ai videoclip pop di metà anni '90: avvolti da un alone di carta da zucchero, richiamavano un immaginario fittizio a cui molti generi decidono di voltare le spalle, preferendo un prodotto che ne sappia valorizzare il realismo con pochi mezzi. Quando si parla di lo-fi, la prima immagine che ci si para davanti rimanda a quell’immaginario anni Zero da telefonini e filmati urbani che ha fatto scuola, dando origine a una tipologia di video ‘da balotta’ tipica di alcuni generi specifici.

Ma lo-fi è un termine-ombrello molto più ampio, che non indica soltanto un certo stile filo-punk, ma rimanda a un vero e proprio modus operandi fatto di budget ridotti e minimalismo degli elementi, volto a mettere in luce e valorizzare l’idea concettuale forte del videoclip. Si tratta perlopiù di lavori intimi e personali, realizzati con attrezzature ridotte, un relativo tocco autoriale alla regia, senza effetti speciali ma tanto--ed evidente--green screen là dove le location non possono arrivare.

Per questo ci siamo inoltrati nei meandri di YouTube per individuare i 13 videoclip più rappresentativi del concetto di lo-fi. Eccoli qui in una carrellata cronologica che parte proprio dagli anni zero e arriva fino a pochi giorni fa, dimostrando il grande eclettismo di questo linguaggio che spazia tra i generi, le tecniche e i risultati.

Bugo, Casalingo, 2002 (4’ 04’’)

Nel caso non ci fossimo ancora abituati ai luoghi casalinghi claustrofobici, un fish-eye ci porta in un unico interno intimo e incasinatissimo al retrogusto di scapolo. Questo video rappresenta proprio quel lo-fi italiano di inizio anni Zero che ultimamente sta ricominciando a fare parlare di sé.

Arctic Monkeys, Leave Before the Lights Come Out, 2006 (4’ 15’’)

Questo brano rientra in quegli strani casi in cui un singolo diventa iconico pur senza finire mai in un album. Qui troviamo i primissimi Arctic Monkeys, quelli di Whatever People Say I Am That’s What I’m Not, e questo è il videoclip che ha un posto d’onore nel cuore dei loro fan di più vecchia data. Al centro una breve e anomala conoscenza fra due volti nelle periferie di Sheffield, seguiti con un’invadente e low quality camera a mano.

Il Genio, Pop Porno, 2008 (3’ 38’’)

Colori desaturati, video a bassa risoluzione, un tavolo da biliardo e le mosse di Alessandra Contini al retrogusto di Valentina di Crepax, a metà fra sensualità e infantilismo. Questi sono gli ingredienti del videoclip di uno dei ritornelli italiani più iconici del pop di quegli anni. A partorirlo un duo che guardava ai Baustelle e ai synth di fine anni ‘90, destinato a rimanere tatuato nella mente del pubblico - quasi - esclusivamente per questa traccia.

RATATAT, Drugs, 2010 (3’ 59’’)

Ecco gli outsider dell’immaginario stereotipato lo-fi: i lisergici RATATAT. Nonostante l’estetica pulita e vivace, questo video è stato realizzato soltanto utilizzando un green screen a tinta unita, sul quale vengono proiettate ipnotiche riprese fisse di volti, con espressioni che strizzano l’occhio alla titolo della traccia.

Earl Sweatshirt, Earl, 2011 (2’ 31’’)

Torniamo al lo-fi in senso stretto col videoclip del pezzo d’esordio di Earl Sweatshirt, mai inserito in un disco. Girato in pieno immaginario skater americano con un fish-eye a bassa definizione attaccato costantemente al rapper e al suo flow, il video porta per mano lo spettatore nell’universo underground del più piccolo dei ragazzi dell’Odd Future.

Tyler, The Creator, Yonkers, 2011 (3’ 06’’)

Sempre collettivo Odd Future: nello stesso anno di Earl, Tyler esce con un disco freschissimo e un primo video quasi agli antipodi di quello del socio. Bianco e nero surreale e artificiale che ricerca il macabro dal primo all’ultimo secondo. Fotografia curata ed estremo minimalismo, quasi teatrale, che portano l’attenzione interamente sulla presenza scenica di lui, capace di bucare lo schermo dalla prima all’ultima barra.

Radiohead, Lotus Flower, 2011 (5’ 08’’)

Ancora bianco e nero, ancora un video incentrato su un solo corpo teso verso l’inquietudine, ma questa volta il focus è tutto dedicato ai noti balletti convulsi di Thom Yorke. A enfatizzarli i riflettori di un teatro di posa vuoto e irreale.

Nobody Cried for Dinosaurs, Godzilla, 2014 (2’ 41’’)

Milano, 2014. La città era gonfia dell’influenza indie rock esterofila, e gruppi dai nomi molto lunghi vestivano solo jeans skinny e facevano video colorati girati in casa con green screen, influenze orientali, budget minimo e riferimenti infiniti. Vi presentiamo i Nobody Cried for Dinosaurs.

Skepta feat. JME, That’s not me, 2014 (3’ 9”)

Inghilterra, graffiti, green screen, pixel ed estetica lofi per eccellenza tutto mixato insieme in una sorta di patchwork per un pezzo iconico della musica grime: Skepta in console, Skepta come sfondo dietro Skepta in console, tutto finalizzato a raccontare l’identità semantica forte che il video racconta.

Soko, Ocean of Tears, 2015 (3’ 34”)

Totalmente homemade e autocentrato, il video della cantautrice francese è in pieno stile 90s, con zoom violenti e montaggio casalingo ricalca un’estetica pseudo surrealista alla Harmony Korine

Mac DeMarco, Another One, 2015 (2’ 43’’)

Un ritorno al lo-fi per come ce lo aspettiamo arriva da una delle annate migliori del re canadese del dream pop contemporaneo: Mac DeMarco. Con la sua inconfondibile palette di rosa e una bassissima risoluzione nelle riprese, è un’opera folle e crepuscolare allo stesso tempo, in bilico fra un filmino allucinato e la video arte.

Brockhampton, Boogie, 2017 (3’ 31’’)

Un’estetica lo-fi più ragionata di quello che può sembrare colloca i Brockhampton esattamente dove vogliono stare: a cavallo tra boy band e Red Hot Chili Peppers. Ma poi finiscono a fare i ragazzi rudi della periferia, con un flow tutto in equilibrio fra derivazione e originalità, con uno stile che ora solo i più giovani tra i Millennial riescono ad avere.

Quentin40, Giovane1, 2018 (3’ 58’’)

Al suo primo disco Quentin40 ha un immaginario di riferimento che è già piuttosto chiaro: quello delle banlieue francesi e del loro agglomerato sociale. Questo videoclip, girato nel suo quartiere di Roma ma con lo stesso gusto dell’estetica a cui fa riferimento, diventa un omaggio in bianco e nero a La Haine (1995) e alla breakdance

Boyrebecca, WWW HTTP, 2019 (2’ 30’’)

Con un ammicco a Myss Keta ma una sensualità tutta personale, il primo video di Boyrebecca è un lavoro grafico allucinato, costellato di pop-up di vecchi sistemi operativi Windows e di pubblicità animate di siti porno. A guidare il tutto è un timbro provocante e infantile allo stesso tempo.

Hervè, Si bien du mal, 2020 (3’ 30’’)

Diamantino del pop francese contemporaneo, Hervè è uscito pochi giorni fa col videoclip del suo nuovo singolo. Una scelta pulita e stilisticamente lo-fi: fotografia pastello curata e interamente ambientata in cucina, girato in un unico take teso a rappresentare una banale routine mattiniera di un inquilino solitario.

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Crediti

Testo di Carlotta Magistris