La storia del design dietro alle maglie da calcio

Simbolo di unità, veicolo di messaggi politici e persino tele artistiche. Abbiamo fatto due chiacchiere con chi la maglia la ama davvero, per capire cosa c'è dietro all’immortale estetica calcistica.

di Caterina Capelli
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26 gennaio 2021, 10:00am

Via Magliofili

Dal 2018, impossibile non averlo notato, abbiamo assistito a una vera e propria rinascita delle maglie da calcio, che sono improvvisamente risorte nei nostri armadi, ripresentandosi dal passato per imporsi nel nostro presente come un capo immancabile negli outfit più cool, dallo streetwear all’haute couture. A riportare in auge nella moda l’estetica calcistica sono stati brand come Gosha Rubchinskiy, Vetements e Balenciaga, avviando un trend che ha preso subito piede, per poi esplodere poco più di due anni fa (proprio mentre venivano rilasciati i kit pazzeschi dei Mondiali) e diventare mainstream. Nonostante da allora a oggi sia stato rivisto un po' in tutte le salse, questo trend sembra non stancare mai. Forse perché nella maglia da calcio, che la indossi una persona realmente tifosa o meno, dentro o fuori lo stadio, c’è un non-so-che che ci arriva dritto al cuore.

Per mettere a fuoco questo vago e sognante non-so-che insito nelle maglie di calcio, abbiamo deciso di parlarne con Naomi Accardi, giovane guru della cultura calcistica e di tutto ciò che ci sta attorno. “Le magliette sono il capo di abbigliamento più democratico del pianeta,” afferma. “Un trend che non morirà mai, esattamente come il calcio non passerà mai di moda,” perché, aggiunge, “è una lingua che chiunque parla e comprende, la moneta più internazionale che c’è.” La jersey, così, abbatte le barriere di nazionalità, lingua e politica, diventando una forma accessibile e inclusiva di auto-espressione.

Le maglie da calcio raccontano molto più di ciò che recitano le parole stampate che vi campeggiano. Quando le si indossa, la sensazione è quella di essere avvolti da un indumento carico di simboli, significati e anche di storia, e non sono l’unica a pensarlo. Anzi, c’è tutta una community di persone che condividono questa visione, accomunate da questa emozione indefinita, indefinibile e spasmodica.

Punto di incontro virtuale di questo network è Magliofili, una pagina Instagram nata circa un mese fa con l’obiettivo di creare uno storytelling attorno alle maglie da calcio, cercando di spiegarsi il motivo del romantico legame tra questo capo d’abbigliamento e la cultura pop. La pagina è un piccolo tesoro che unisce folli ricerche su design, pattern, storia, cultura, stile a un amore puro per il calcio. Il progetto grafico è accattivante e fresco, ed è uno dei pochi profili di cui valga la pena leggere le caption.

Quando abbiamo incontrato gli admin della pagina su Meet, non è stata una sorpresa scoprire che appartengono tutti al mondo della comunicazione o dell’art direction, e che ciascuno di loro contribuisce al progetto con un punto di vista unico e personale. Andrea, ad esempio, nella vita fa (anche) il portiere, una specie rara soprattutto nel mondo dei calcetti: è grazie a lui se nel feed di Magliofili trovate certe divise da portiere davvero incredibili, che sembrano quasi tute da raver, da cui prendere ispirazione per il prossimo, audace debutto nella vita sociale dopo un anno o chissà quanto di clausura pandemica.

Senza conoscersi prima di avviare il progetto, questi fantastici 8 hanno tirato fuori il potenziale estetico e comunicativo delle loro maglie preferite, creando un pot-pourri social che piace tantissimo ai nerd di sport, ma anche ai profani. “Dopotutto,” dicono, “oggi che gli stadi sono chiusi la maglia è tutto ciò che ci rimane,” e le narrazioni che porta con sé sono più importanti che mai.

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“Una maglia da calcio non è solo una maglia da calcio.” Il claim di Magliofili parla chiaro: oltre alla maglia, c’è di più. E tutto sembra essere iniziato proprio quando, il 15 novembre 1969, venne trasmessa in televisione la prima partita a colori, un incontro in cui il Liverpool batté 2 a 0 il West Ham, ad Anfield. Quel giorno i colori delle squadre entrarono negli occhi dei telespettatori e la componente estetica divenne parte essenziale del nuovo linguaggio del calcio, che da sport si stava trasformando in movimento culturale. Da allora, che ci piaccia o meno, la jersey è diventata un mattone fondante del nostro immaginario collettivo, con potenziali conseguenze simboliche e semiotiche, sociali e politiche, e per questo merita di essere affrontata e studiata come tale.

Alcune maglie, viste da milioni di persone contemporaneamente, sono infatti state usate per trasmettere messaggi politici o portare avanti battaglie sociali, come nel caso del club tedesco St. Pauli, che nel 2016 portò in campo delle maglie con la scritta “Niente calcio per i fascisti”; o penso alla squadra dilettantistica inglese Clapton Community Football Club, che realizzò un kit dedicato ai britannici che morirono in Spagna per combattere il franchismo; poi ci fu il caso della maglia della nazionale nigeriana degli ultimi Mondiali, sponsorizzata con messaggi di celebrazione dei valori del popolo africano; e si unisce agli esempi Democracia Corinthiana, la squadra brasiliana che negli anni ’80 usò il calcio (e le sue divise) come strumento di opposizione al regime militare, dando vita a un movimento ideologico e politico. In altri momenti, ci spiega Naomi, i kit sono diventati una vera e propria tela bianca per l’arte, come ha dimostrato AS Velasca, la squadra di calciatori-artisti di Milano, o il progetto Nowhere FC (un club che non esiste, che si definisce "la prima squadra di calcio artificiale al mondo").

Come è noto, anche Pasolini era un grande amante del calcio, e lo riteneva un rito a tutti gli effetti, “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo,” come riportato nei Saggi sulla letteratura e sull’arte. Tra le tante partite giocate dal regista bolognese, una in particolare è rimasta impressa nella storia: quella del 16 settembre 1975, il cosiddetto “derby del cinepallone” tra Pasolini e Bertolucci, nel giorno del 34esimo compleanno di quest’ultimo. Sapendo di trovarsi vicini, Pasolini a Mantova per le riprese di Salò, il suo ultimo film, e Bertolucci nella bassa Emilia sul set di Novecento, decisero di incontrarsi a Parma e sfidarsi in una partita di calcio, ciascuno scendendo in campo con la propria squadra selezionata dalla troupe—prestiti furbi inclusi. Per l’occasione, la costumista di Bertolucci realizzò un kit psichedelico con maglie viola su cui campeggiava in diagonale la scritta gialla “Novecento” e calzettoni a strisce “per confondere gli avversari ad altezza pallone,” spiega il regista. La squadra di Salò, invece, giocò con le inconfondibili divise Rossoblù del Bologna.

Forse in questo momento di stadi chiusi e socialità ridotta a zero, abbiamo proprio bisogno di un po’ di magliofilia, un fenomeno di unione, simbolo universale e globale di passione condivisa. “Ora più che mai abbiamo notato come il calcio sia una narrazione che utilizzavamo per stare insieme, per vederci e condividere storie” dice Pasquale di Magliofili, facendomi subito venire in mente uno spot del 1996 in cui Paolo Maldini, Eric Cantona e Ronaldo sconfiggono sul campo infuocato una squadra di giganti infernali che minaccia di “distruggere il gioco più bello”. Ecco, oggi, riscoprire le magliette da calcio e i racconti che incarnano ci fa sentire di ritrovare quel gioco più bello, un modo di stare insieme emozionante e dinamico che la pandemia sta mettendo a durissima prova.

Crediti

Testo di Caterina Capelli
Immagini courtesy of Magliofili

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