Una storia di freddo, distanze e silenzi: le foto di un road-trip nella natura svedese

Ogni estate il fotografo Jacob e suo padre Ulf salgono su una vecchia Volvo e viaggiano per un mese intero alla scoperta dei loro ricordi di famiglia.

di Laura Ghigliazza
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21 ottobre 2020, 11:20am

La sveglia presto, il tepore del letto, i primi colori caldi dell’alba, una colazione abbondante e si parte. Questa è una storia che parla di freddo acuto, di un padre e un figlio che riempiono di vapore acqueo l’abitacolo della macchina, uno spazio dove tutto sembra diverso, ovattato. Il padre si chiama Ulf, il figlio è il fotografo Jacob Balzani Lööv, ed è lui a raccontarci questa storia. “Nel 2013 ho iniziato a viaggiare con mio padre. Ogni estate. Il suo nome, in svedese, significa lupo, ed è così che è impresso nel mio immaginario. Nel 1996 ha avuto un ictus dopo aver perso tutti i suoi guadagni durante la crisi dei mutui svedesi, e ora vive ancora là,” ci dice Jacob.

“Non ho mai passato molto tempo con lui, sono cresciuto in Italia con mia madre. Solo le cartoline portavano le parole e i pensieri di mio padre da quella terra esotica.” Dopo la morte della madre, però, Jacob sente il bisogno di ricollegarsi col padre, di colmare quel vuoto insopportabile, o almeno di fare un tentativo. Ma come si riallacciano i rapporti dopo così tanto tempo? È una domanda davanti a cui ci si trova almeno una volta nella vita. Dopo centinaia di cartoline ricevute dal padre, Jacob ha immortalato una risposta col suo progetto Blod.

“Mio padre ha acquistato una vecchia Volvo con più di 300.000 km per esplorare i suoi amati paesaggi, le città e le colline svedesi, che non aveva più visto dopo il suo incidente.” Jacob è salito a bordo con lui, iniziando un viaggio verso la scoperta di un luogo che si nascondeva nel suo sangue, di un’emotività sopita e di un rapporto intimo inibito dal tempo. Piano piano, hanno iniziato a parlare, e Jacob a scattare.

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Le tue origini ibridano la cultura svedese e quella italiana, ma sei cresciuto in Italia. Cosa credi sarebbe diverso in te se fosse stato il contrario?
Sono due paesi molto diversi. L'Italia è una terra densa, stracolma di diversità, è un luogo che amo e odio allo stesso tempo, capace di gettarti addosso piccole ingiustizie e frustrazioni quotidiane. La Svezia invece è fatta di spazio. In passato, pensavo fosse un luogo estremamente noioso, ma poi ho capito che sono proprio la monotonia, la ripetizione e la distanza a permetterti di osservare ciò che ti circonda con maggiore profondità, instaurando un legame profondo con la natura. È triste da ammettere, ma credo che avrei più speranza se fossi cresciuto là, mi sembra ci sia un forte senso di comunità che qua fatico a percepire.

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Dal 2013 hai iniziato a viaggiare ogni estate con tuo padre Ulf. Come mai?
Quell’anno si sposava mia cugina a Trondheim, in Norvegia, e mio papà ci teneva molto ad andarci, ma i danni permanenti dell’ictus non gli hanno più permesso di guidare. Per l’occasione, ha comprato una vecchia Volvo usata, e non potevo che starci io al volante di quell’auto scassata, che ci ha sempre dato un sacco di problemi ma è diventata parte dell’avventura. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza significativa, così ho deciso di documentarla con una medio formato, una Mamiya, e un massimo di uno o due rullini al giorno, perché non volevo distrarmi troppo con la fotografia.

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È diventato subito un progetto oppure ha preso forma in un secondo momento?
È nato come una sorta di terapia famigliare. All’inizio, non capivo perché le mie foto fossero così diverse da quelle che scattavo abitualmente, mi sembravano così immobili. Quando sono tornato in Italia dopo quel primo viaggio, mio papà ha iniziato a mandarmi delle lettere con alcune idee per il viaggio successivo, e sembrava veramente felice. Ho pensato che mio papà avesse già una certa età, e che questa fosse la mia ultima occasione per recuperare il tempo perduto e passare un po’ di tempo insieme a lui, continuando a scattare.

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E come scegliete i luoghi?
Mio papà adora spedire cartoline, ne invia circa 400 all’anno ai suoi amici e anche io le ricevo da sempre. Tutti i luoghi in cui andiamo sono posti di cui mi aveva già accennato nelle cartoline. Questi viaggi sono quindi un modo per riappropriarmi della mia identità attraverso luoghi che avevo già nel sangue, nelle mie origini svedesi.

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Che rapporto avevi con tuo padre e com’è stato viaggiare con lui a lungo?
Non ho mai saputo molto di mio padre. I miei non si sono mai sposati e solo dopo la morte di mia madre ho riallacciato davvero i ponti con la Svezia. La visione che avevo di lui attraverso i racconti di mia madre non era certamente positiva. All’inizio non è stato facile, le ore passate in macchina erano piene di pesanti silenzi e sentivo una gran rabbia; a tal punto che non provavo alcun rimorso a farlo aspettare in macchina mentre scattavo una foto o costringerlo a posare per un ritratto. Quando ho fatto vedere le foto a un amico, mi ha risposto che invece ci vedeva tanto amore. In quell’istante ho preso coscienza di quanto gli volessi bene, e mi commuovo ancora se ci penso.

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Dopo cos’è cambiato tra voi?
Lentamente abbiamo cominciato a parlare. Non che ora passiamo tutto il tempo a conversare animatamente, ma abbiamo fatto dei progressi. Mia zia mi ha rivelato che i Lööv non parlano mai di fatti privati, e in effetti è così: gli argomenti più intimi rimangono inavvicinabili, la maggior parte degli aspetti del suo passato li ho conosciuti con un lavoro investigativo attraverso i suoi amici e parenti. Conoscendolo, ho scoperto che mio papà, al contrario di me, è un’inguaribile ottimista: nonostante le sue sfortune, è ancora convinto di poter tornare a guidare la macchina un giorno. Ho anche capito che le cose tra lui e mia mamma non siano andate troppo bene, ma mi sono convinto che, alla fine, sia una buona persona. Ora è quasi un anno che non lo vedo. Il viaggio di quest’estate è saltato per via del Covid, ma durante il lockdown ero molto preoccupato per lui e ci sentivamo tutti i giorni.

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C’è molto silenzio nelle tue immagini. c’era una colonna sonora lungo i tanti chilometri?
Il silenzio fa la sua parte anche nella Volvo. Ricordo la prima volta che siamo partiti, era estate e ho messo Bob Dylan a palla, forse Mr. Tambourine. Dopo neanche cinque minuti, mio padre esplode: “Questo non sa cantare… puoi togliere questa musica terribile?” A mio papà danno fastidio i suoni forti, e l’unica musica che sembra non disturbarlo è quella classica. A volte, quando guido da solo, ascolto di nascosto della musica elettronica, come i Moderat, che secondo me si adattano bene alla guida tra sterrati e foreste.

Raccontaci quest’immagine:

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Colazione! Ho fatto moltissime foto in alberghi e ristoranti in cui ci fermavamo lungo la strada. Quando c’è troppa confusione al buffet, di solito mio padre preferisce stare seduto e mi dice di portargli qualcosa di buono. Forse le våfflar non erano esattamente ciò che avrebbe voluto, sono dei pancake svedesi a forma di cuore a cui è impossibile dire di no! Ci trovavamo a Røros, un piccolo paese minerario in Norvegia vicino al confine, dove una parente che ci ha portati a visitare la fattoria in cui era nata mia nonna. Non ho scattato foto perché mi ero dimenticato di togliere il tappo della Mamiya, così siamo dovuti tornare l'anno successivo.

E cosa ci dici di questa:

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Questo è il mio amico Pelle con sua figlia Ragnar, che piano piano vedo crescere. Li ho conosciuti grazie a mio papà e negli anni siamo diventati molto amici. Questo scatto è forse banale nel significato, ma per me è importante: rappresenta l’infanzia che ho passato senza un padre.

Sotto il letto tengo stretta una scatola di scarpe piena di lettere e cartoline. Dove le tieni tu?
Sopra l’armadio! Ma quanto è bello trovare il tempo di aprirle e guardarci dentro?

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Crediti

Testo di Laura Ghigliazza
Fotografie di Jacob Balzani Lööv

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