La fanzine che documenta i graffiti di Torino da oltre 10 anni

Ma pensa, anche in una città apparentemente noiosa come Torino esistono i writer. Ne parliamo con Bujozine e il suo (anonimo) fondatore.

di Maria Spaggiari
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11 dicembre 2020, 5:00am

Nell’ultimo periodo è calato il silenzio su tutti quei luoghi prima pullulanti di persone. Le città semi-vuote sembrano assumere profili nuovi, e ciò che prima si perdeva nella confusione attira ora la nostra attenzione: l’elemento umano non è più banale, come non lo è incontrare le tracce di quei gesti che sono la diretta conseguenza del concreto co-esistere di più persone nello stesso luogo. Fra questi documenti campeggiano i graffiti, street art e writing.

Se ti trovi a Torino ed è questo che cerchi, il Parco Dora è il luogo giusto per te. Si tratta di una delle zone franche della città, insieme alla casetta in Corso Siracusa e al parcheggio di Via Braccini, dove ogni centimetro di spazio è a disposizione di chiunque se ne voglia appropriare. Passeggiando, ci si perde nei graffiti e nelle tag che si sono accumulati e sovrapposti sulle spesse pareti del quartiere.

A chi non la conosce può sembrare strano, ma il legame tra la città di Torino e la street art è sempre stato molto forte, manifestandosi nell’energia dirompente della scena hip hop locale degli anni Novanta. Inoltre, nel ‘99 il progetto Murarte rese Torino la prima città d’Italia a mettere a disposizione degli spazi legali per queste pratiche, arrivando a organizzare per diversi anni lo Street Attitude, un festival interamente dedicato alla cultura di strada, incluso il mondo del writing.

Curiosi di saperne di più sull’evoluzione di questa scena, abbiamo incontrato il fondatore di Bujozine—che ci ha chiesto di rimanere anonimo—, ovvero la persona che da più di 10 anni ha raccolto e raccontato nelle 13 edizioni della sua fanzine centinaia di opere di street art del territorio torinese, riflettendo sulle implicazioni tra questa pratica, il tessuto sociale della città e la recente ombra della gentrificazione.

I graffiti di Torino nella fanzine

Come e perché è nata Bujozine?
Bujozine, detta anche Bujo, nasce fra 2006 e 2007 in una Torino post Olimpiadi, con l’obiettivo di essere un documento, una testimonianza della scena cittadina. I Giochi portarono un’ondata di fondi locali, che furono utilizzati per rendere la città una cartolina costruita appositamente per le telecamere e i turisti: al grido di Decoro e Riqualificazione, si attuò una sistematica pulizia dei muri, unita a un forte controllo sul territorio. La scena writing si ritrovò soffocata, ma non era di certo morta, e Bujo voleva dimostrarlo.

Cosa si trova nei vostri numeri? E come si sviluppa il processo creativo dietro a ognuno?
Torino è il fulcro attorno a cui ruota tutto il progetto: Bujozine è una fanzine locale che nasce per parlare della città, che poi si è allargata a tutto il territorio a nord-ovest dell’Italia. Ogni numero corrisponde a una call aperta a chiunque abiti in questa zona o vi sia legato in qualche modo, dandogli la possibilità di contribuire alla pubblicazione. Dal punto di vista grafico, ogni numero è diverso, restano costanti solo il titolo e la scelta di stampare in bianco e nero, in tributo allo stile di quei collage fotocopiati che componevano le primissime fanzine della storia.

Prendere i graffiti dal loro contesto e trasporli su un supporto cartaceo è un’operazione che può sollevare delle criticità, rischiando di tradire il linguaggio del writing e di snaturarlo. Qual è il senso di una fanzine di graffiti?
La fanzine continua a essere ancora oggi il medium alternativo e indipendente per eccellenza, testimoniando e diffondendo contenuti marginalizzati, ignorati o censurati dalle piattaforme tradizionali. Per questo i graffiti trovano nella fanzine un supporto coerente con la propria essenza, ma sono sempre esistite forme diverse di documentazione del fenomeno (basti pensare, ad esempio, agli scatti di Martha Cooper).

In Bujozine il linguaggio del writing non viene mai snaturato perché non c’è alcuna forma di narrazione, si rivolge alla nicchia a cui appartiene con il semplice intento di dargli uno spazio e di rappresentarla. Trovo più criticità nel rapporto tra i social media e questo mondo, ma questa ormai è una storia già vecchia…

I graffiti di Torino nella fanzine

Stampare oggi pone di fronte al problema della sostenibilità: qual è la vostra visione in merito?
Dal mio punto di vista, è una questione di priorità. Con i volantini pubblicitari che passano nella buca del mio palazzo in un anno si potrebbero stampare almeno due edizioni di Bujozine. È importante testimoniare la scena e la carta resta l’unico modo per farlo al di fuori del web.

Scena writing torinese: parlacene.
È una scena piccola e un po’ provinciale, ma non per questo meno valida di altre più grosse: ci sono diversi writer e crew che portano avanti la loro passione con dedizione e onestà. Torino è anche una delle realtà che ha contribuito alla formazione della cultura hip-hop in Italia, di cui i graffiti erano una delle quattro discipline, e quella è stata una tappa fondamentale per arrivare al writing come lo vediamo, percepiamo e viviamo oggi. 

In generale, come è messa l’Italia dal punto di vista del writing rispetto ad altri paesi?
Ci sono tanti aspetti da considerare, è difficile dare una risposta univoca. La mentalità improntata sui social media e la sempre più diffusa tolleranza nei confronti di certe forme di graffiti hanno avuto un forte impatto sulla nuova generazione di writer in tutto il mondo. Trovo che qualcosa sia andato perso in termini di ricerca stilistica e purismo, una volta c’era più energia e la scena coinvolgeva molte più persone, ma non voglio generalizzare.

I graffiti di Torino nella fanzine

Spesso si tende a confondere writing e street art, vuoi chiarirci la differenza una volta per tutte?
Per me il writing è l’amore, lo studio e l’evoluzione dei caratteri unito a certe tecniche di realizzazione su particolari superfici e in determinati contesti, ma il modo personale di scrivere il proprio nome, il TAG, ne resta il fulcro. È un fenomeno che nasce a New York a fine anni ‘60, per poi arrivare letteralmente ovunque. Con street art ci si riferisce invece alla pratica di disegnare la propria opera in spazi pubblici, quindi si tratta di un’evoluzione o rebranding di ciò che è sempre stato il muralismo. Personalmente, considero street art solo ciò che porta con sé anche un messaggio politico o sociale: un orsetto alto cinque piani su un palazzo non mi interessa.

Il writing nasce come gesto sociale, spesso anche politico. Qual è quello che vuole compiere Bujozine?
Bujo testimonia in modo semplice e silenzioso la scena writing illegale di Torino e del nord-ovest. Trasmette e dà visibilità alla scena, nulla di più.

Nell’epoca del digitale, come sopravvive una fanzine di graffiti?
Bujo è sempre stata autoprodotta e rivenduta a un prezzo che fosse il giusto compromesso tra il coprire le spese e il mantenere il costo il più crudo e ridotto possibile. Dopo undici uscite, ho iniziato a ricevere un contributo da parte di un brand di spray e spero si aggiungano altri benefattori. 

I graffiti di Torino nella fanzine

In un futuro sempre più virtuale, in che modo credi si possano sviluppare il writing e una realtà come Bujozine? Penso ad esempio alle sperimentazioni con la realtà aumentata, o la vedi come una negazione del senso stesso di questa arte?
Videogiochi, realtà aumentata e altre amenità tecnologiche legate al writing sono, dal mio punto di vista, la testimonianza di come questo movimento sia in continua crescita, evoluzione e diffusione. Per me va bene tutto, basta che ci si ricordi di uscire di casa e rischiare, il resto è solo fumo.

Su cosa stai lavorando in questo momento?
In questi giorni si sta chiudendo la call per la 14esima uscita, che sarà pronta a fine dicembre. Ho anche da poco iniziato a collaborare per un progetto discografico con Variables Music, etichetta indipendente torinese.

Pagine, progetti, siti, fanze… qualsiasi cosa da seguire online per entrare in questo mondo.
Su Instagram, vi consiglio IZM, una pagina che parla in modo completo e consapevole del writing, e il profilo di uno dei king del writing italiano, Rae, dove potete trovare delle dirette in cui mostra delle copie di International Graffiti Times (New York 1984), forse la prima fanzine della storia dedicata al writing. Su YouTube, invece, è molto interessante l’Intervista a Dumbo Nero Inferno e a Bombing with Uzi, adoro la sua attitudine e consapevolezza. Anche il film Wild Style è un ottimo spunto dal punto di vista storico, coinvolgendo personaggi reali della scena dell’epoca e ritraendo luoghi autentici.

I graffiti di Torino nella fanzine
I graffiti di Torino nella fanzine
I graffiti di Torino nella fanzine
I graffiti di Torino nella fanzine

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Crediti

Testo di Maria Spaggiari

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