L'intervista al designer Pieter Mulier dopo il debutto per Alaïa

Saper raccogliere e celebrare un'eredità come quella di Azzedine Alaïa implica una responsabilità enorme. Eppure, il direttore creativo belga sembra esserci riuscito.

di Osman Ahmed
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13 settembre 2021, 2:29pm

Questo articolo è apparso originariamente sul numero di i-D “The In Real Life issue”, n° 364, Autunno 2021. Ordina la tua copia qui.

Esattamente a quattro anni dall'ultima sfilata di moda di Azzedine Alaïa, si è tenuto il debutto di Pieter Mulier a guida della maison parigina, nel cortile in ferro battuto della sede di Rue de Moussy. Un debutto che ha segnato l’inizio della Couture Week della capitale francese, anche se la sfilata non faceva parte del programma ufficiale, proprio come avrebbe voluto Azzedine.

In questi tre anni dalla scomparsa di Azzedine Alaïa, il marchio ha riproposto pezzi d’archivio rivisitati, creando una sorta di compilation delle greatest hit del couturier. Ma ora c’era bisogno di un’evoluzione, di una maturazione. E la domanda non era tanto chi l’avrebbe compiuta, ma in che modo. La sfida, infatti, non è tanto quella di fare riscoprire il marchio alle nuove generazioni, quanto quella di renderlo nuovamente rilevante, proiettandolo verso il panorama futuro della moda.

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Alla sfilata, su ogni sedia c’era una lettera di Pieter: "Caro Azzedine, Questa collezione vuole essere un tributo per ringraziarti, per esprimere il mio sincero rispetto e riconoscimento per il lavoro che hai svolto… Ho cercato di entrare nella tua mente, eppure è impossibile… Ci siamo incontrati ma non ho mai avuto l'opportunità di conoscerti. Ora ho l'opportunità di ringraziarti.”

Al ritmo di un brano nordafricano, le modelle hanno sfilato prima in abiti sartoriali neri con cappuccio, indossati su cinture stomacher con fibbia, e poi in tute attillate, pelli scolpite, maglie che assecondano la figura e abiti plissettati e drappeggiati. Sono i classici Alaïa, che non vedevamo dagli anni '80 e '90, con stesse silhouette e colori rinnovati per il 2021. Un’operazione rispettosa, ma anche un promemoria di ciò che era Alaïa: un creatore di abiti decisi e scultorei, che conferiscono un’aura ultraterrena alle donne di tutte le età e con tutti i tipi di corpo che li indossano, facendole sempre sentire a proprio agio.

Alla fine della sfilata, aleggiava una sensazione di sollievo collettivo. Raf Simons era in lacrime: la persona che era stato il suo braccio destro per oltre 20 anni era sotto i riflettori, inondato dai giornalisti, esposto al mondo intero. Da quel momento, Pieter Mulier è diventato una superstar a pieno titolo. E ora tutti gli occhi sono puntati su di lui.

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Due mesi prima della sfilata, Pieter entra in una Zoom call con noi dal suo studio all'ultimo piano di Rue de Moussy. Con una sigaretta in mano ci parla del suo nuovo lavoro, che chiama "il santo graal per chiunque lavori nella moda."

"Ho detto di sì immediatamente,” racconta. È passato un anno da quella che lui chiama "la scappatella di New York," riferendosi al suo ultimo ruolo presso Calvin Klein, dove era direttore creativo globale del Chief Creative Officer di Raf.

Dopo la partenza di Raf nel 2018, Pieter si è preso una pausa per fermarsi e per tornare a vivere ad Anversa (fino a quel momento faceva il pendolare dal Belgio a New York ogni settimana). “Ho deciso che era abbastanza. Ero stufo del mondo della moda così com’era," aggrotta la fronte, esalando un filo di fumo. “Ero in burn out. Avevo bisogno di un po' di tempo e mi era stato concesso un anno di pausa".

Poi è arrivato Alaïa e la promessa di un nuovo inizio per lo stilista. Durante il suo anno di relax, l'autodefinitosi "fashion addict" è arrivato sul punto di non tornarci affatto in quel mondo. Per più di due decenni è stato al fianco di Raf, rimanendo “sempre molto a suo agio nell'ombra.” Altre maison l’hanno chiamato per occuparsi della propria direzione artistica, ma Pieter racconta: "L'idea di essere sotto i riflettori mi ha sempre spaventato a morte. Ma quando mi hanno chiamato da Alaïa non avevo paura, perché questa maison non riguarda me. Non sono la cosa più importante. Sono solo un custode."

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Il titolo di custode sembra adatto a una piccola impresa familiare rimasta indipendente, soprattutto perché Azzedine si è rifiutato di assecondare il sistema della moda. Mostrava le sue collezioni quando era pronto, sicuro che il ritmo incessante della moda fosse dannoso per il proprio processo creativo. Al contrario, si è sempre preso il suo tempo per curare e perfezionare capi intramontabili.

“È un atteggiamento estremamente radicale, ed è questo che rende questa maison così attraente. Dopo tutto questo caos causato dal Covid, le cose devono cambiare e questo è un modo umano di lavorare," dice Pieter. “Ecco perché amo essere qui, perché questa azienda riporta il lusso nella stessa dimensione a cui io credo appartenga.” Fa una pausa. “Il lusso è cambiato negli ultimi 10 anni. È cambiato drasticamente. Sai, il lusso è diventato per tutti. Si tratta di fare soldi attraendo una clientela più giovane usando loghi e abbigliamento sportivo.”

Per Pieter, l'idea di lavorare con un piccolo ma devoto team di tecnici e sarti altamente qualificati—ci sono atelier di sartoria, pelletteria, e abiti, per un totale di 24 persone parte di due generazioni della stessa famiglia— ricordava la forma più pura della moda. “È la definizione di ciò che ho sempre pensato che fosse il lusso; si tratta di vestiti e di esseri umani.”

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“C'è una modernità nelle piccole collezioni, non è solo un continuo vomitare prodotti," continua. "Richemont non vuole trasformarlo in un marchio che frutti miliardi di dollari, perché non è quello il punto."

"È stato come vincere alla lotteria,” aggiunge. “Ero euforico quando ho firmato il contratto. Poi, il giorno dopo, ho avuto davvero paura." Azzedine ha cambiato il look della moda negli anni '80, periodo durante il quale si è guadagnato il soprannome di "King of Cling" per aver introdotto in passerella capi di abbigliamento oggi usatissimi come body, leggings, borchie di metallo e pelle cut-out. Oltre ai vestiti, ha anche ridefinito l'idea stessa di come un designer può lavorare all'interno dell'industria della moda contemporanea, scegliendo di operare al proprio ritmo e di sfilare al di fuori del sistema, pur rimanendo un'azienda di successo globale venduta in tutto il mondo.

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Quando Pieter ha ottenuto il lavoro, la prima cosa che ha fatto è stata andare online e ordinare dei pezzi Alaïa vintage da rivenditori come TheRealReal. Il compito che aveva tra le mani non era quello di rendere Alaïa moderno, ma di renderlo di nuovo rilevante. "È questa la difficoltà della maison,” spiega. “Non mi piace la parola ‘cambiamento’. La domanda è: come si fa a fare un'evoluzione?"

La cosa che unisce Pieter e Azzedine è che entrambi hanno fatto la gavetta, imparando in silenzio e migliorando la loro pratica lontano dai riflettori. Ci sono voluti decenni prima che Azzedine aprisse la propria maison. Nato a Tunisi intorno al 1940 (l'anno esatto è sconosciuto), figlio di un coltivatore di grano, è cresciuto circondato da una numerosa famiglia di donne nordafricane. Da adolescente si iscrive alla locale École des Beaux Arts, dove studia scultura. Rendendosi conto di essere più bravo con i tessuti—pur portando la tattilità di uno scultore alla sartoria—trovò lavoro presso un sarto locale cucendo orli di pantaloni, e poi per la sarta Madame Richard, per la quale iniziò a confezionare copie di abiti couture francesi per la borghesia tunisina.

Alla fine ottenne un lavoro a Parigi da Dior, la più grande casa di moda dell'epoca, sotto la direzione di Yves Saint Laurent. Ma Azzedine venne invitato ad andarsene dopo soli cinque giorni, a causa del pregiudizio nei confronti delle sue origini arabe durante lo scoppio della guerra d'Algeria. Lavorò invece come domestico per gli aristocratici francesi, cucinando e badando ai bambini di giorno e confezionando vestiti per la loro cerchia di amici di notte. Alla fine ha iniziato a lavorare come freelance per Guy Laroche e Thierry Mugler, che lo incoraggiarono ad avviare un'attività in proprio.

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Azzedine ha lentamente sviluppato la sua estetica lontano dagli occhi del pubblico, conoscendo intimamente una manciata di clienti di tutte le età, forme e dimensioni, nonché le loro diverse esigenze, prima di inaugurare ufficialmente nel 1981 il prêt-à-porter Alaïa, con l'aiuto del suo compagno Christoph von Weyhe.

"Penso che Azzedine avrebbe apprezzato molto questa collezione," ha detto Christoph dopo il debutto di Pieter. "E anch’io l’apprezzo, perché so che con Pieter, il futuro della maison è luminoso." Ha aggiunto che Pieter lo aveva invitato a visitare lo studio e vedere in anteprima la collezione, ma ha detto di no. “Ho detto a Pieter che volevo vedere la collezione completa. E sono contento di aver aspettato."

Negli ultimi anni, la Foundation Azzedine Alaia, che opera separatamente dal business della moda, ha organizzato mostre che celebrano il lavoro di Azzedine insieme ad alcuni dei migliori esempi di arte, scultura e couture di metà secolo. Come spiega Pieter, “Alla fondazione hanno Azzedine nel cuore e nel cervello, ma io ce l'ho tra le mani, capisci?” Leggendo tra le righe, significa che c'è il pericolo che un marchio sprofondi nel proprio archivio, senza conferire alle nuove collezioni una reale rilevanza nella contemporaneità. I vestiti sono fatti per essere indossati, vissuti e goduti, non mostrati sui manichini.

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Per Azzedine il corpo femminile è sempre stato il punto di partenza. I suoi disegni mappano con sicurezza la geografia del corpo di una donna in nastri di bende di seta ispirati alle mummie egiziane, in tessuti elastici per costumi da bagno indossati con ritagli frastagliati sui lati, cerniere e cuciture meticolosamente posizionate che avvolgono il corpo. Le sue creazioni hanno valorizzato il corpo di una donna anziché limitarsi a contenerlo.

Negli ultimi anni, il suoi primi e più esplosivi lavori hanno attratto giovani donne ossessionate dal vintage, come Dua Lipa e Kim Kardashian, che hanno recentemente scoperto i body leopardati Alaïa del 1991 e li hanno aggiunti ai propri guardaroba. Da qualche parte nel mezzo, Pieter sta cercando di trovare un terreno comune.

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Nella collezione di Pieter, molti dei capi, grazie alla magia della couture, sono interamente realizzati con una sola o nessuna cucitura, da un unico pezzo di tessuto. I bordi sono intrecciati come cestini invece che cuciti, come per l'ampio cappotto di pitone nero, o il vestito di nappa scolpito intorno al corpo con allacciature sul retro che vanno dall'alto verso il basso.

Questo riassume anche l'approccio di Azzedine alla sensualità. Cresciuto in Tunisia, ha visto i suoi parenti musulmani indossare il velo per le strade e sfilare nudi in casa. La modestia religiosa e l'erotismo francese, la corda tesa tra peccato e purezza che ha definito le silhouette estreme di Alaïa, sono perfettamente illustrate dalle cinture corsetto in pelle, che potremmo trovare più facilmente in un elemento architettonico islamico che in una discoteca.

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Ciò che Azzedine e Pieter condividono davvero è la conoscenza tecnica del cucito, un'abilità spesso trascurata tra i designer. Proprio come gli studi di scultura di Alaïa hanno enfatizzato il suo senso della costruzione, Pieter attinge dai suoi studi di design e architettura all'Institut Saint-Luc di Bruxelles. In quel momento, era rimasto affascinato dalla moda, forse senza nemmeno rendersene conto. Tutto si è intensificato quando ha scoperto i Sei di Anversa, il gruppo di designer che hanno messo il Beglio nella cartina della moda contemporanea.

Quando si è laureato a Bruxelles, aveva anche imparato ad apprezzare il lavoro di un giovane designer di nome Raf Simons, che stava reinventando la forma dell'abbigliamento maschile moderno con la sua moda urbana e controculturale. A quanto si dice, Raf era finito nella giuria per il progetto di laurea di Pieter. "È venuto da me e ha detto che non pensava che fossi fatto per l'architettura o l'arredamento, ma per la moda," ricorda Pieter, che all'epoca non era ancora sicuro della sua strada. Prese comunque il suo numero e lo chiamò una settimana dopo. "Ha detto: 'Vieni e lavora per me.' Una settimana dopo, mi sono trasferito ad Anversa e questo ha cambiato la mia vita. È stato così semplice.”

Così ha lavorato per il brand di Raf Simons per sette anni, arrivando senza un briciolo di know-how sartoriale. “Non sapevo nulla di modelli o tessuti. Mi hanno istruito in tutto ciò che è tecnico, sai, guardando i modellisti, andando in tutte le fabbriche. Poi, dopo un anno, sono diventato il suo braccio destro in studio.”

Pieter seguì Raf a Milano quando divenne Direttore Creativo di Jil Sander nel 2005, per supervisionare le calzature per il famoso marchio minimal. Passarono altri sette anni e Raf e il suo team lasciarono Jil nel 2012. Per un breve momento, Pieter prese in considerazione l'idea di fondare una sua linea omonima, con sede ad Anversa. L'idea era di portare un po' di erotismo nella scena della moda nordeuropea. Poi, improvvisamente, il padre di Pieter si ammalò. "Mi sono preso un anno di pausa da tutto questo e ho aiutato lui e la mia famiglia fino alla sua morte.” Un mese dopo la morte del padre di Mulier, il telefono squillò. Era Raf. “Ho appena firmato un contratto con Dior. Vuoi venire con me a Parigi?"

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Questa sua prima sfilata è una lettera d'amore a Parigi, a quanto può essere bella in una serata d'estate. E inoltre, doveva sembrare un po' più "democratica,” come ha detto Pieter. “Ecco perché ho voluto portare la sfilata in piazza, è per i più giovani,” racconta prima di aggiungere, con cautela ma massimo rispetto, “Alaïa è diventato molto 'salotto' negli ultimi anni, e può essere un po' troppo pretenzioso.” La missione di Pieter è quella di portare i venticinquenni in fila nelle boutique Alaïa, proprio come avevano fatto ai tempi le top model più fotografate degli anni '90.

La cosa più importante per Pieter, però, è la sartoria. "La gente spesso dice che Alaïa era uno stilista, ma penso che fosse un sarto, un grande sarto, ma nessuno lo sa o se ne sono dimenticati." Gli eleganti tailleur pantalone a sigaretta con blazer con cuciture pinces che si attorcigliano intorno al corpo come strutture esoscheletriche invisibili aprono lo spettacolo. Pieter vuole rendere la sartoria una parte del business tanto quanto le sue incredibili maglie lavorate a maglia e le sue i suoi capi in pelle. In definitiva, la sua prima collezione vuole raccontare alle persone la storia di Alaïa.

Una delle sue qualità più rivoluzionarie è che Alaïa è sempre stato un tempio sacro per le donne di colore e forse una delle poche case di moda di Parigi fondate da una persona di colore. Molto prima che parole come "diversità" e "inclusività" entrassero nel linguaggio nel settore, Alaïa si rivolgeva a donne che erano state a lungo ignorate dagli standard di bellezza convenzionali.

"Era fermamente convinto che a tutte le ragazze di colore dovesse essere data una possibilità," mi ha detto una volta Sophie Hicks, l'architetto che lavorava per Alaïa negli anni '80 come stylist in-house. “I suoi vestiti erano per tutti i corpi, quindi sarebbe stato assurdo se li avesse limitati alle forme delle sole ragazze bianche.”

Un elemento che non è mancato nella sfilata di Pieter, durante la quale i modelli e le modelle che hanno sfilato erano più della metà neri. "Non è una decisione che ho preso per la situazione sociale attuale, ma perché questo è Alaïa,” afferma, in piedi di fronte a un tabellone appuntato con facce tra cui Liya Kebede, Anok Yai, Imaan Hammam e Ugbad Abdi. Come conclude la sua lettera ad Azzedine: “Desidero essere all'altezza dei tuoi standard. Mi prenderò cura della tua maison e della tua famiglia con un enorme senso di ammirazione e responsabilità. Costruire il futuro di questa maison leggendaria è un sogno che diventa realtà.”

Crediti

Fotografie Luis Alberto Rodriguez
Direttore creativo Carlos Nazario

Capelli Jawara at Art Partner for Dyson using Fekkai.
MUA Cécile Paravina at Bryant Artists using Make up Forever.
Unghie Anatole Rainey a Premier Hair and Make-up con l’utilizzo di Sisley Skincare e Cosmetics.
Set design Justine Ponthieux.
Assistente alla fotografia Christian Varas and Paul-Antonie Goutal.
Digital operator Nicolas Fleure.
Assistente stylist Raymond Gee e Anna Castellano.
Sarto Mikolaj Sokolowski.
Assistente capelli Selasie Ackuaku e Jenine Baptiste.
Assistente MUA Beatrice Han Ching.
Produzione Simon Fuzeau.
Production coordinator Tobias Brahmst.
Assistente alla produzione Sarah Bailly.
Casting director Samuel Ellis Scheinman per DMCASTING.
Modella Mona Tougaard per Next.
Tutti i vestiti e gli accessori ALAÏA.

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