Dietro le quinte di LIVE WORKS SUMMIT, il secondo appuntamento dell'estate a Centrale Fies

In corso proprio adesso, dal 9 al 13 giugno, prevede un fitto programma di performance, film e mostre. Vi raccontiamo come tutto questo ha preso forma!

di Antonella Di Biase
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15 giugno 2021, 10:09am

Madison Bycroft con una delle sue maschere, ancora work in progress. 

Live Works Summit, uno degli appuntamenti più attesi per la nicchia delle arti performative in Italia e in Europa, è giunto alla nona edizione. Dal 9 al 13 giugno, nelle sale della ex centrale idroelettrica riconvertita da decenni a centro internazionale per le arti, si sono susseguite 13 performance, 9 film e due esposizioni—il percorso multimediale di Josèfa Ntjam e Joar Nango e la prima personale in Italia di Madison Bycroft.

A esibirsi i fellow dell’edizione 2020/2021, portando in scena l’esito dei periodi di residenza trascorsi a Fies, in presenza o da remoto. Alla curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, co-fondatrice dello spazio, quest’anno si sono aggiunti Mackda Ghebremariam Tesfau’—ricercatrice e collaboratrice dell’associazione Il Razzismo è una Brutta Storia—e Justin Randolph Thompson—artista e direttore del Black History Month Florence.

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Dettaglio dell’allestimento della personale di Madison Bycroft.

Noi di i-D Italy abbiamo trascorso tre giorni alla centrale gironzolando per i backstage, chiacchierando con chi rende reale questo festival e intervistando alcunə performer alle prese con gli spazi, gli allestimenti, le luci e gli ultimi dettagli poco prima dell’apertura dello spazio.

Madison Bycroft: la mostra e performance “uncommitted barnacle”, e il cortometraggio “the fouled compass”

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Madison Maximum Bycroft in una delle sei scenografie realizzate nella Sala Comando.
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Madison durante le prove con uno dei costumi di scena.

Madison Maximum Bycroft nasce in Australia, ora vive e lavora a Marsiglia. Come moltə artistə performativə è molto ecletticə: lavora con video, scultura e performance—di cui cura anche i costumi e il make up. Ha un’estetica molto immaginifica fatta di colori tenui, creature ibride, parole evocative.

A Live Works presenta una mostra personale, uncommitted barnacle, una performance annessa e un cortometraggio, the fouled compass
“Stavo parlando con l’analista di galleggiamento e piacere, del fatto che galleggiare è un modo di essere attivamente passivə, non orientatə a nessun obiettivo specifico. Da lì è iniziata la ricerca che porto avanti da un anno e mezzo,” ci racconta. “Galleggiare è un modo di estraniarsi, ma anche una relazione continua tra te e quello che hai intorno: l’acqua, la sua salinità, la temperatura, il vento.”

Il galleggiamento, infatti, è uno dei temi che uniscono il film, la mostra e la performance presentati a Fies dall’artista. “Può anche essere messo in relazione con l’orientamento, o il disorientamento. Il corto non a caso si intitola the fouled compass (la bussola rotta, ndr): galleggiare può voler dire non giungere a una conclusione, temporeggiare, non prendere decisioni rispetto a una decisione o una relazione” continua l’artista.

La sua mostra site-specific sfrutta l’architettura della Galleria Trasformatori della Centrale, formata da sei nicchie laterali, in cui Maximum ha realizzato delle architetture che fanno da scenografie per i suoi sei personaggi diversi. “Quando mi hanno invitatə stavo leggendo Le Onde di Virginia Woolf. Mi è sembrata una bella coincidenza, visto che il romanzo è formato dai soliloqui di sei personaggi. Così ho costruito una performance di sei segmenti, ognuno dei quali rappresenta una posizione: lato, fronte, sopra, sotto, altrove, dietro. Ogni personaggio, di base, parla di me, di alcuni aspetti della mia personalità e del mio modo di relazionarmi agli altri.”

“Cabaret Portrait: Döner Blackout III”, la performance di Göksu Kunak

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A sinistra, il ritratto di Göksu. A destra, alle prese con gli oggetti di scena.
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Göksu sul palco durante le prove.

Göksu Kunak, alias Gucci Chunk, è natə e cresciutə in Turchia, ha studiato architettura d’interni e poi arte. Nove anni fa si è trasferitə a Berlino, dove ha iniziato a scrivere e poi a performare. A Live Works presenta una performance provocatoria e ironica, Cabaret Portrait: Döner Blackout III, che definisce come “una grande zuppa fatta di parole, gesti e iconografie in cui i temi sono connessi in maniera rizomatica.” 

“Sono cresciutə in un ambiente musulmano ma allo stesso tempo secolare, come spesso avviene in Turchia. La performance si ispira a uno show mattutino della TV turca molto seguito, il cui pubblico è principalmente formato da casalinghe. È un programma molto kitsch, sia nelle scenografie che nei temi: si canta, si parla di cucina, di emorroidi, di vestiti. I tempi sono strettissimi, il passaggio da una rubrica all’altra è quasi schizofrenico,” racconta. “Non mi interessava riprodurre tanto l’estetica di questo programma mattutino quanto il timing serrato e l’assurdità delle rubriche. È evidente che c’è l’impronta di un governo autoritario,” continua.

La ricerca artistica di Göksu ha infatti una connotazione critica e politica—anche se non si definisce attivista—ed è incentrata sui temi dell’orientalismo, dell’auto-orientalismo e della cultura queer. “Uno dei motivi per cui ho scelto di andare via dalla Turchia era proprio la situazione politica, la censura. A Berlino ho trovato la mia community, lì ho capito di essere non-binary. In Turchia ci sono degli artisti incredibili, anche apertamente queer, ma la loro vita è molto complicata. Se vivessi lì avrei sicuramente dei limiti espressivi, per esempio non potrei mostrarmi nudə,” spiega.

Anche il tema dell’orientalismo nasce da una prospettiva critica sul suo paese d’origine: “è un bias del punto di vista cosiddetto occidentale che tende a concepire l’oriente secondo una serie di stereotipi. L’auto-orientalismo, invece, è il punto di vista dei turchi stessi, che si identificano in questa concezione stereotipata: c’è tutta una retorica sull’idea di voler o poter essere ‘come gli occidentali’.”

“MY HONOUR IS SAFE”, il monologo di Harilay

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A destra, Harilay durante le prove di MY HONOUR IS SAFE. A sinistra, un dettaglio del suo costume di scena.
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Ritratto di Harilay nel Cortile Forgia di Centrale Fies, dove avverrà la sua performance.

Harilay Rabenjamina è un artista cresciuto tra Bordeaux e il Madagascar. È performer, compositore e filmmaker. A Live Works presenta una riflessione sullo storytelling sotto forma di monologo accompagnato da video e musica, MY HONOUR IS SAFE.

“Questo progetto è una specie di spin off dell’Opera sperimentale a cui ho lavorato negli ultimi anni, A GUEST OF HONOR: un racconto in quattro atti in cui metto in scena la storica cena alla Casa Bianca tra Teddy Roosevelt e Booker T. Washington,” spiega. “L’evento in sé è stato epocale: era il 1901 e per la prima volta un presidente americano invitava ufficialmente a cena una persona nera. Io però ho scelto di raccontare l’episodio immaginando una gay romance tra i due, come una specie di fanfiction.”

L’obiettivo finale di Harilay è sottolineare quanto tutto dipenda dal modo in cui le storie vengono raccontate, e dalla loro correlazione con i valori della società. “Sia Roosevelt che Washington vengono sempre dipinti come dei personaggi molto ‘maschili’ e istituzionali. Mi piaceva l’idea di dissacrare le loro figure, raccontare la storia del loro incontro da un altro punto di vista, più fantasioso se vuoi. Qui a Dro metto in scena ciò che succede dopo la fine del loro amore: il monologo di una persona che sta soffrendo per un breakup,” aggiunge.

Ci sono dei momenti di canto, con musiche composte da Harilay stesso, che fanno eco a canzoni pop famose, “di quelle che ascolti quando sei giù di morale”. Nel tone of voice, invece, Harilay si ispira ai video di self-help—come si nota anche dal suo profilo Instagram. “La mia non è una caricatura. Ovviamente c’è dell’ironia, ma il mio intento è quello di prendere seriamente il genere, capire cosa ti può dare. Il punto è che se sei lì a dirti ‘sono grande, sono bellissim*’ forse è perché non pensi davvero di esserlo?” conclude.

“The city we imagine”, la performance di Giulia Crispiani e Golrokh Nafisi

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A sinistra, ritratto di Giulia Crispiani e Golrokh Nafisi. A destra, un frammento della loro tela.
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La tela work in progress. Teheran e Roma sono le città in cui le due artiste vivono. 

Giulia Crispiani e Golrokh Nafisi collaborano dal 2016. Scrittrice, redattrice e artista visiva italiana la prima, illustratrice, artista visiva e burattinaia iraniana la seconda. A Live Works presentano una performance che sfida le nozioni di spazio e di tempo dal titolo The city we imagine. “È un progetto che portiamo avanti da 5 anni, una riflessione sul viaggio e sulle città che nasce dall’esigenza di avere un calendario e una mappa degli eventi delle nostre vite,” racconta Golrokh. “La fonte sono le conversazioni che abbiamo quando siamo distanti, fatte di lettere, email, sketchbook, chat whatsapp…”

Durante la performance, le artiste annodano le parti di un’enorme tela formata da 36 quadrati, illustrata da Golrokh e completata dalle parole di Giulia. In sottofondo, le loro voci registrate che conversano in inglese, italiano e farsi. “C’è un simbolismo numerico di cui teniamo conto: la distanza tra Dro e Tehran, camminando a piedi per 24 ore, è di 36 giorni—ovvero 36 tramonti. I quadrati invece hanno i lati di 1,5 m che è la distanza consigliata tra le persone durante la pandemia. ‘Tramonto’ e ‘distanza’ sono tra le parole chiave della nostra ricerca,” continua l’artista.

“Abbiamo due punti di riferimento letterari: Le città invisibili di Italo Calvino e Le mille e una notte. Racconti in cui le città sono connesse tra loro, in cui il tempo non è lineare, e in cui il narratore, grazie all’immaginazione, ha un potere assoluto,” aggiunge Giulia. “Ciò che immaginiamo per un futuro è quello che ci ricordiamo. La città da noi immaginata, infatti, non è un’utopia, un luogo che deve ancora esistere, ma un insieme di tutte le città che abbiamo visitato,” continua Giulia. “E l’atto di immaginarle non riguarda tanto il paesaggio o l’urbanistica quanto il modo in cui sono governate: la città che vogliamo è quella in cui ognuno esiste senza quei filtri che impediscono un vero scambio tra persone.” 

“Ci saranno sempre delle differenze di opinione e dei paradossi, non immaginiamo un mondo piatto e ideale. Ma quando c’è paura c’è anche speranza. Ci sono esperienze di libertà che non esistono in quanto tali, ma esiste l’idea, l’immaginazione, il ricordo” concludono.

Qui vi avevamo parlato del primo appuntamento di Centrale Fies, il prossimo si terrà dal 1 al 3 luglio, quando ospiterà APAP Feminist Futures Festival. Seguila su instagram, qui.

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Crediti

Testo di Antonella Di Biase
Fotografia di Anna Fabrizi

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