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sunnei e la nuova generazione del made in italy

Abbiamo parlato con i due giovanissimi fondatori del brand maschile di come funziona per i giovani in Italia - e non è tutto rose e fiori.

di Chiara Galeazzi
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03 agosto 2015, 8:55am

Se guardate le foto delle campagne di Sunnei, l'ultima cosa che penserete è che sia un brand italiano. Suona un po' Stanis La Rochelle come commento, ma le collezioni degli ultimi anni ci hanno abituato a vedere l'uso casual della sartorialità, il color block e il minimalismo come caratteristiche appannaggio dei brand di altri Paesi. E i due fondatori di Sunnei hanno visto con i loro occhi quanto sia facile fraintendere la loro provenienza, ma in realtà il loro brand è italianissimo. Abbiamo incontrato Simone Rizzo e Loris Messina, rispettivamente 27 e 26 anni, dopo la loro presentazione alla Settimana della Moda Uomo della terza collezione per la Primavera/Estate 16, ma sarebbe potuta essere qualsiasi stagione o qualsiasi anno: i loro pezzi, dai tessuti e dettagli impeccabili su silhouette da ogni giorno, potrebbero stare l'armadio di un uomo per tutto l'anno e negli anni a venire. Ci hanno raccontato come è iniziato il loro progetto, e quanto l'ambiente italiano possa stare stretto per chi ha voglia di fare.

Come è iniziato il progetto Sunnei?
Un giorno siamo andati in vacanza a New York e abbiamo iniziato a ragionare sull'idea di creare un brand. Non abbiamo una formazione da designer, entrambi abbiamo studiato economia e abbiamo lavorato nel settore moda, ma su altri ambiti, lavori da otto ore alla scrivania che iniziavano a starci stretti.Noi viaggiamo tanto e compriamo tanto, ma con il tempo non trovavamo più niente. Il mass market non ha granché per l'uomo, e l'alta moda spesso è troppo costosa per quel che vale. Dopo New York abbiamo ricominciato a lavorare, e dopo un viaggio a Berlino abbiamo deciso di mollare tutto. Ci siamo sentiti dentro di voler iniziare questo progetto, e che finché eravamo giovani potevamo rischiare.

Quali sono stati i passaggi successivi?
Abbiamo chiamato tutti gli amici che lavorano nel settore, e uno di loro lavora in un'azienda di tessuti. Siamo andati a Como per conoscere il proprietario portando le nostre idee. Il proprietario si è appassionato al progetto e ci ha portati in Veneto, nel distretto dove lavorano i marchi migliori del mondo. La crisi li ha distrutti e adesso si stanno aprendo a cose nuove. Mi ricordo che le prima volte che abbiamo spiegato cosa volevamo fare, dicevano che non si poteva fare. È stato bello perché abbiamo imparato tanto da loro, e loro da noi. Per quest'ultima stagione abbiamo usato dei tessuti super resistenti, tecnici. Partiamo dai tessuti, e da lì si sviluppa la collezione.

Come è andata dopo la prima collezione?
L'anno scorso abbiamo fatto una capsule collection di pochissimi pezzi, e per arrivarci è stato un casino incredibile, anche perché siamo perfezionisti. Al di là del successo commerciale, non ci aspettavamo questo feedback da parte degli addetti ai lavori, dei consumatori, che ci scrivono ogni giorno, tutti sono super interessati. In Italia pochissimi ci hanno preso in considerazione, all'estero invece sono entusiasti!

Le vostre collezioni non sembrano legate alla stagionalità o ai trend, sono sempre indossabili. Era questo il vostro intento?
Vorremmo uscire dal limite della stagionalità, vorremmo che le collezioni fossero un qualcosa che si evolve. Ci è venuta in mente una frase: Everyday I Wear Sunnei. Abbiamo laserato tutti i bottoni con questa scritta, tono su tono. I nostri abiti vanno bene sempre, li metti oggi e li fai sistemare tra 15 anni.

Il vostro design non sembra italiano, dite che questa sia una delle ragioni per cui ricevete più attenzioni all'estero che qui?
Qui siamo ancora molto legati al concetto di logo, all'appartenere a una cerchia, al 'compro quello perchè ha i like su Instagram', ma a noi questo non interessa. A noi piace fare delle cose belle per uomini consapevoli che vogliono vestire bene.

In Italia abbiamo la fortuna di avere tutte le carte in mano per produrre, ma non ci sono novità italiane che interessano a livello internazionale.

E invece sotto il profilo commerciale come ha funzionato per voi in Italia?
Stiamo creando un piccolo network, abbiamo retailers di cui siamo anche fan come Bjork di Firenze, Super a Roma e 13 Metri Quadri a Bellaria. Abbiamo iniziato a collaborare con altri brand, come Nike e Super per il lancio della SS16, con cui si sono create sinergie perfette, ci piace mantenere un equilibrio e lavorare seguendo il "meglio pochi ma buoni" preferiamo a volte dire no! evitando di forzare collaborazioni inutili. Le fiere in Italia al momento non ci hanno dato grandi soddisfazioni, dove non viene fatta una selezione e non c'è interesse nel prodotto. Spesso sono fiere che promuovono il Made in Italy e in realtà ci siamo ritrovati tra il Made in Everywhere. All'estero ci siamo trovati benissimo. Siamo stati al Man di Parigi, una fiera in rue Yves Toudic che seleziona poche realtà mondiali emergenti e non, per mostrare le nuove collezioni ai buyer. Negli Stati Uniti siamo da Opening Ceremony, quando ci hanno preso abbiamo festeggiato alla grande. I clienti numero uno sono i coreani, i giapponesi, ma l'interesse principale per il fenomeno arriva dagli Stati Uniti. È venuto il New York Times a casa di Loris!

Quali sono le vostre influenze quando pensate a una collezione?
A volte abbiamo iniziato la collezione partendo da un'idea e abbiamo finito con un'altra.Abbiamo un immaginario. Magari partiamo da un luogo. Per esempio, per l'inverno abbiamo sviluppato la collezione partendo da un ragazzino che abbiamo visto in spiaggia. Eravamo in Calabria e c'era un ragazzino estremamente diverso da tutti i suoi amici. Abbiamo iniziato a disegnare pensando a lui, e poi lo abbiamo scattato per la campagna, ed è stato bravissimo. L'ultima collezione invece l'abbiamo immaginata scattata da Bruna Kazinoti, e abbiamo insistito così tanto che alla fine ce l'abbiamo fatta. Ognuno di noi si concentra su cose diverse, e c'è molto contrasto in quello che facciamo, c'è questa voglia di essere quasi perfetti da fuori, ma in realtà dietro ci siamo noi due e spesso abbiamo voglia di confondere. La gente ci dice che non sembriamo stanchi e stressati, ma a noi ci viene naturale.

Cosa vi stressa di più di questo lavoro?
Ci vorrebbe un po' più di tempo, abbiamo sempre 2-3 collezioni in ballo contemporaneamente tra produzione, vendita, ideazione. E poi non ci piace la gente stupida, ahah! Non amiamo la gente che strilla per farsi notare.

Chi ha investito su di voi all'inizio?
Avevamo un micro budget e abbiamo detto, "sputtaniamoci tutto!" Se è vero che c'è gente che ha l'occhio più lungo degli altri, qualcosa arriverà alla terza stagione. Lanciata la seconda stagione, abbiamo finito i soldi. Abbiamo fatto dieci giorni di panico, ma alla fine abbiamo incontrato delle persone interessate nel nostro progetto, fuori dal mondo della moda, che si sono fidate di noi e hanno investito. È stato molto bello. All'inizio pensavamo 'Perchè lo stanno facendo?' Ma se un progetto è valido, chi è interessato arriva. Noi non lo sapevamo, ma alla fine è stato così.

Se un giovane volesse aprire il suo brand, cosa gli direste?
Che ci vogliono tante skill diverse per farlo, non basta più saper solo disegnare. Per noi è stato utilissimo quello che abbiamo imparato da tutti i lavori che abbiamo fatto, dal buyer al fotografo all'ufficio stampa. Prepariamo gli eventi, gli shooting e nel frattempo disegniamo. Abbiamo rapporti con i finanziatori, mentre facciamo le etichette, gli inviti. Ci riusciamo perché abbiamo provato tutti questi lavori.

Avete l'intenzione di spostarvi all'estero?
Ci pensiamo ogni tanto, ma ci rendiamo conto che in Italia abbiamo tutti gli strumenti per poter fare un ottimo lavoro. Siamo molto invidiati all'estero. Basterebbe dare più spazio ai giovani, capire che il sistema ed il mercato sono cambiati. Crediamo sia finita l'era dello sfarzo, dei centinaia di migliaia di euro spesi in sfilate ed eventi, c'è bisogno di un ricambio generazionale in Italia. Non ha più senso ormai continuare a spingere un canone di bellezza passato e che non esiste più. Bisogna avere il coraggio di mandare in pensione e voltare pagina. Abbiamo incontrato tante persone che non conoscendoci ci dicono 'qua vi aiutano tutti, a Parigi avreste già sfilato', se dovessimo andare alla Camera della Moda abbiamo paura di sentirci dire cose del tipo 'Non sei abbastanza chic'.

E non c'è modo di uscire da questa situazione a Milano?
Sarebbe bello se a Milano partisse una nuova energia. Ci sono mille designer bravi quanto diversi tra loro, da Lucio Vanotti a Camo di Stefano Ughetti... Ci conosciamo e ci spalleggiamo sempre. Molti non hanno la faccia da culo come noi e stanno un po' indietro. Ci vorrebbe anche un aiutino dall'alto ad esempio a Londra l'80% delle sfilate è di nuovi designer, invece qua è il contrario.

Che cosa sognate per il futuro?
Abbiamo dei progetti che per scaramanzia non sveliamo. A noi piacerebbe aprire uno spazio di nuova generazione a Milano. Che sia ufficio, showroom, shop, spazio per eventi… Vi terremo aggiornati.

Crediti


Testo di Chiara Galeazzi
Foto per concessione di Sunnei