maremma aliena tra ufo e leggende

Intervista all'artista Moira Ricci che ha inaugurato a Milano la sua mostra dal titolo 'Capitale Terreno' allo Spazio Oberdan.

di Riccardo Conti
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02 ottobre 2015, 7:05pm

Nata a Orbetello nel 1977 Moira Ricci è una delle artiste e fotografe più importanti della sua generazione e per molti versi un'icona. Dopo aver scattato la documentazione ufficiale della performance di Joan Jonas all'ultima Biennale di Venezia ha inaugurato a Milano la sua mostra dal titolo Capitale Terreno ancora in corso allo Spazio Oberdan; un insieme di storie allucinanti che rivelano sotto l'immagine bucolica della Maremma una b-side oscura e psichedelica a metà tra cronaca vera e racconto popolare che Moira ha ricostruito con la precisione di un'investigatrice e la passione di un'artigiana. Le abbiamo fatto qualche domanda.

Se uno non ti conosce e visita la tua mostra Capitale Terreno, dedicata alla campagna maremmana tutto si aspetterebbe tranne di finire in un'esperienza da qualche parte tra True Stories di David Byrne e un album dei Sun City Girl… ci racconti cos'è per te questa terra?

La terra di cui parlo è il posto da cui provengono tre generazioni della mia famiglia. Le mie radici sono lunghe e le connessioni con i miei avi non mi sono sconosciute. Come quasi tutte le zone di campagna, lontane dalle città e credo proprio di tutto il mondo, la Maremma ha un trascorso molto duro e crudele ed è per questo che in contrapposizione sono nate molte credenze popolari che sfiorano la magia. Ho avuto con questa terra un rapporto travagliato, un altalenante amore e odio che ha trovato pace soltanto da pochi anni.

Cosa intendi con "le connessioni con i miei avi non mi sono sconosciute"?

Le connessioni che ho con i miei avi, nel senso di ciò ho ereditato da loro nelle caratteristiche fisiche, la cultura contadina, la sensibilità nei confronti della natura. Conosco bene anche le loro storie perché c'era l'abitudine di tramandare le esperienze del passato ai bambini e dunque ogni volta che faccio qualcosa che mi viene spontaneo, so istintivamente da dove proviene.

Parlando di storie assurde, leggende e racconti popolari, mi parli un po' della bambina cinghiale?

La bambina cinghiale era nata metà umana e metà cinghiale. Mia mamma mi raccontava che aveva il naso come un maiale ed aveva il corpo tutto ricoperto di peli. Viveva in un podere vicino a quello dei miei nonni materni ma né lei né altri vicini l'avevano mai vista perché i genitori si vergognavano e non volevano farla vedere. Poi nel 2006, quando io ho deciso di indagare se queste storie che mi raccontava mia madre fossero vere, ho notato che ogni persona che conosceva della bambina cinghiale non sapeva la verità fino in fondo e raccontavano tutti la storia che a sua volta avevano saputo da altri sempre un po' diversa o un po' più condita. Addirittura qualcuno mi ha detto che non era una bambina cinghiale ma una bambina maiale. Alla fine io poi sono arrivata alla verità ma non era così bella come la storia che ho sempre conosciuto o come quelle che mi raccontavano nel percorso d'investigazione, perciò ho scelto di raccontare quella a cui ho sempre creduto.

Visitando la tua mostra scopriamo che anche l'Italia ha i suoi X-files, dai gemellini, all'uomo sasso ai licantropi. Ci racconti anche come hai trovato e raccolto tutta questa documentazione?

Il lupomannaro e i gemellini provengono dai racconti di mia madre, l'uomo sasso invece è un fatto recente: ha vagato per un breve periodo nel campo della mia famiglia quando già c'ero anch'io, nel 1982. I documenti vari li ho recuperati alcuni dai famigliari dei personaggi, alcuni dai miei parenti, altri dagli abitanti della zona, alcuni nei libri e nell'archivio delle tradizioni popolari della Maremma.

Come hai scoperto la storia di Vasco Lumediluna, il lupomannaro di Montiano?

Vasco Lumediluna era un signore che durante i giorni di luna piena se ne andava in giro per le campagne di Montiano, Pereta e Magliano urlando. Mia madre quando stava ancora nella casa dei genitori aveva paura di questo uomo. Le foto e il video li ho trovati dai vicini di casa della famiglia Lumediluna e da alcune persone che avevano avuto a che fare con questo signore. Per quanto riguarda le interviste che ho raccolto, solo una si riferisce al caso di Vasco Lumediluna, le altre parlano tutte di un lupomannaro di Grosseto, il signor Pelosi. Le prime interviste che avevo raccolto con le persone che conoscevano Lumediluna mi sono state rubate insieme al registratore. Mi hanno spaccato il finestrino della macchina rubandomi una borsa dove c'erano molti documenti del lupomannaro. Comunque anche nelle altre interviste quasi tutti dicono che nessuno l'ha visto trasformarsi completamente. Dicono che era molto peloso e che urlava molto, andava a cercare l'acqua per fermare la trasformazione. Dicono che era una malattia e che ora forse non esiste più.

Nel ciclo di lavori che compongono Dove il cielo è più vicino emerge il tuo legame profondo con la terra e la storia che la lega alla generazioni precedenti della tua famiglia, sembra un mondo di frontiera, in qualche modo staccata dal presente ma anche proiettata in una specie di dimensione psicomagica, dove tutto può accadere…

Era da molto tempo che volevo rendere omaggio alla terra, la mia e la "terra" in generale, cioè il mondo contadino: volevo interagire con la terra proprio come fanno i contadini, ma non sfruttandone le risorse, piuttosto trasformando la terra stessa nel mio mezzo espressivo. Naturalmente anche il messaggio dell'opera guarda alla tradizione contadina per raccontare la realtà dei contadini di oggi, a cominciare dalla mia famiglia in primo luogo: per esempio il primo video della mostra rievoca la storia del diavolo mietitore, una leggenda popolare inglese che è diventata il simbolo delle lotte contadine dal settecento in poi. Proprio per la sua storia particolare, di cui ti dicevo prima, la Maremma ha conservato un senso del magico, che hanno in comune tutte le campagne: il mondo contadino ha una tradizione millenaria, fondata su saperi che si sono tramandati di generazione in generazione, incluse tutte quelle storie misteriose e appunto magiche che ho recuperato io per questa mostra.

Come ti è venuto in mente di trasformare un trattore in un UFO? A cosa serve? Dove ti porterà?

La mietitrebbia era inservibile, i miei parenti l'avevano comprata da un vicino per smontarla e tenere i pezzi di ricambio, era rimasto solo il telaio, praticamente una carcassa. L'immagine della mietitrebbia ridotta così mi ha fatto pensare al destino di tanti coltivatori diretti costretti a vendere la terra o a cambiare occupazione perché non reggono i ritmi di produzione imposti dalla concorrenza con le multinazionali. L'idea di trasformarla in un'astronave nasce da un sentimento d'impotenza davanti a questo stato di cose, dall'impossibilità di trovare una soluzione al problema dei contadini, per i quali è più naturale alzare gli occhi al cielo nella speranza che la soluzione arrivi da lì piuttosto che organizzarsi e protestare. Non a caso è un'astronave che non può volare.

La tua famiglia, e i tuoi parenti sono importanti fonti d'ispirazione nel tuo processo creativo, com'è andata questa volta?

I miei parenti sono tanti: 28 zii e 24 cugini di primo grado e una trentina di secondo e terzo grado. Ci vediamo spesso vivendo quasi tutti vicini. Non mostro a tutti loro cosa faccio perché mi annoia parlare del mio lavoro e penso che molti di loro non conoscano realmente questa parte della mia vita. Sanno che lavoro come fotografa e che faccio qualcos'altro in più del fotografo del paese. Una volta mio padre mi ha chiesto cosa poteva rispondere al barbiere (da cui ha smesso di andare) che gli chiedeva sempre che lavoro svolgessi dato che non mi vede mai. Io gli ho risposto che poteva dirgli che ero una fotografa, visto che sapevo benissimo che dire un artista dalle mie parti vuol dire sostanzialmente non fare niente. Ma mio padre mi disse preoccupato "Ma come faccio a dirglielo se non hai il negozio?". Anche mio padre non ha visto tutti i miei lavori. Ovviamente il lavoro dei cerchi di fuoco (Dove il cielo è più vicino) e l'astronave li conosce benissimo poiché mi ha aiutato nella loro realizzazione.

Il giorno che ho iniziato a tirare fuori i pensieri dalla testa, gli ho chiesto se mi costruiva un'astronave e lui mi ha risposto immediatamente di sì, senza dire nient'altro e ha iniziato a disegnare su una lavagna come voleva farla. Credo che per tutto il tempo di costruzione lui non abbia capito perché stessimo trasformando una trebbiatrice in un'astronave, ma ha continuato lo stesso a lavorare come tutti gli altri che mi hanno aiutato.

Quali sono le reazioni della tua famiglia quando visitano le tue mostre e ritrovano tutte queste storie raccolte e raccontate per immagini? C'è qualche aneddoto particolare?

Ad esempio nel 2009 quando ho voluto portare tutti i miei parenti alla Strozzina di Firenze con il pullman per vedere un mio lavoro nella mostra collettiva intitolata Manipulating Reality. Avvisai la direttrice che sarei andata una domenica in pullman con la mia famiglia, e lei comunicò alla biglietteria di farci entrare con dei ridotti. Ma forse non aveva capito che il pullman era tutto pieno di miei parenti. Come sempre mi ero spiegata male; eravamo 74 in tutto, un pullman e tre macchine, sul pullman uno dei miei zii suonava la chitarra e gli altri cantavano, tranne un paio che stavano male. Nella mostra c'era tutto il servizio di guardiania impazzito per capire che tipo di gruppo fossimo, così scomposto e con un linguaggio "strano". Già dopo la seconda sala, un mio cugino urlò perché aveva trovato le mie foto e lo seguirono tutti come un gregge, me compresa. Erano tutti euforici. Ma davanti alle fotografie del lavoro che feci su mia madre è calato un silenzio che piano piano fu rotto da pianti. Quando uscimmo, dopo aver perso quasi tutti tra pranzo e spostamenti, impiegammo un'altra oretta a tornare al pullman. Il ritorno fu silenzioso e in tanti erano commossi e contenti di essere parte di quelle foto.

Moira Ricci, Capitale Terreno,  a cura di Emanuela De Cecco

SPAZIO OBERDAN , Milano

fino al 18 ottobre 2015

oberdan.cinetecamilano.it

mufoco.org

Crediti


Testo Riccardo Conti
Foto Courtesy dell'Artista

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