tutto quello che 'romeo + juliet' ci ha insegnato sulla moda

Tra capelli rosa bubble-gum, completi Prada e gilet D&G.

di Emily Manning
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24 maggio 2017, 10:15am

Nel settembre 2016 ho partecipato alla diretta del programma d'interviste di Glenn O'Brien, il Tea at the Beatrice, in cui lo stimato editor ha intervistato il regista Baz Luhrmann. Da allora, una delle domande fatte da O'Brien mi è rimasta impressa: "come fai a raggiungere l'irraggiungibile?" Sebbene le pellicole di Luhrmann abbiano incassato milioni di dollari, ognuna cela in sé qualcosa di incredibile. Nel 1992 il produttore esecutivo del suo primo film Ballroom—Gara di Ballo è improvvisamente deceduto durante le riprese—mettendo a repentaglio il futuro della musical incentrato sul competitivo mondo della danza (Luhrmann ricevette in seguito una telefonata da Cannes in cui gli si diceva che entro 24 ore avrebbe dovuto decidere se presentare il film al festival o meno). Per Moulin Rouge!, pellicola dalle atmosfere bohémien ambientata nel 19esimo secolo, il regista si è assicurato i diritti dell'iconica canzone di David Bowie, Dolly Parton ed Elton John chiamandoli senza alcun preavviso.

Ma l'irraggiungibile più irraggiungibile di Luhrmann—il più grande "com'è possibile che questo film sia stato fatto" è un altro: un blockbuster di due ore, ricco di colpi di scena e star del mondo cinematografico in cui si parla esclusivamente inglese Elisabettiano. Parliamo di Romeo + Juliet, pellicola del 1996 che è riuscita nell'impossibile compito di rendere appetibile il dramma di Shakespeare alla generazione MTV, che ha incassato 147.5 milioni di dollari con una colonna sonora in sonetti suonata da Radiohead e Garbage, e in cui i protagonisti sfoggiano outfit Prada e D&G.

Sono numerose le rivisitazioni del capolavoro shakespeariano, da West Side Story a High School Musical, ma questi remake non si avvicinavano al linguaggio arcaico del dramma originale. Luhrmann invece, che ha sviluppato uno stile sontuosamente drammatico lavorando a teatro, non ha voluto allontanarsi da una lingua così affascinante e ha quindi creato un nuovo, unico universo in cui poterla riportare in vita. Secondo gli appunti della produzione, il regista ha definito tale universo un "mondo creato"—uno spazio che si ispira all'immaginario iconico religioso, tecnologico, folkloristico e alla cultura pop. Questo mondo creato "ha fornito alla production designer Catherine Martin e alla stylist Kym Barret un'incredibile quantità di estetiche a cui fare riferimento, rimanendo sempre e comunque ancorate alle parole di Shakespeare." Questo perché, come spiega la Martin, anche la Verona in cui il celebre scrittore inglese ha ambientato Romeo e Giulietta era un prodotto della sua immaginazione: "era la sua visione di uomo inglese di questa mitica, italianissima città, dove tutti avevano il fuoco della passione che ardeva nei loro cuori… insomma, anche Verona è un mondo creato."

Screenshot via Youtube

Il mondo creato così colorato di Romeo + Juliet è Verona Beach, un luogo immaginario creato sugli sfondi di Venice Beach, Miami e Città del Messico, che sono i luoghi di gran parte delle riprese e alla cui estetica e tradizioni culturali la pellicola parzialmente si rifà. Le derelitte giostre da luna park che si riallacciano all'altalenante storia di Venice Beach; negli anni '50, come in questo film, quello che in passato era un polo d'attrazione turistica è diventato una piastra in cui coltivare non colture cellulari, ma gang e delinquenza. Martin ha fatto un'uso fenomenale dell'arte religiosa messicana all'interno di set lussureggianti e romantici (guadagnandosi un Oscar alla migliore scenografia, nel frattempo). Eppure il mondo creato di Luhrmann non si definisce solo nello spazio fisico occupato dai suoi personaggi. Anche questi infatti sono ancorati in una pastiche di icone—dal modo in cu recitano a quello in cui si vestono. Luhrmann ha citato Il Padrino, la realtà amplificata dei film di Fellini e le bellezze del Sud di Tennessee Williams come maggiori influenze sulla psiche e sulle scelte dei suoi personaggi. Sebbene i Montecchi e i Capuleti abbiano ereditato la faida famigliare dai loro avi, questi giovani livorosi condividono una causa di ribellione comune: sconfiggere le vecchie generazioni. Quindi come creare un collegamento tra le due casate, mantenendo comunque le loro identità ben separate? E come unire quella voglia di ribellarsi giovanile al mondo creato? Luhrmann ha scelto la moda.

Per descrivere questo abisso generazionale il regista ha scelto di affidarsi (anche) agli stilisti: gli anziani delle famiglie Montecchi e Capuleti, ha affermato, "hanno un look anni '60-'70 alla Yves St.Laurent, mentre i giovani rifiutano questo stile." Tale rifiuto si esplica in due diverse forme: per i Capuleti—guidati da John Leguizamo nei panni di Tebaldo, il Principe dei Gatti—significa outfit eleganti, sexy e fatti su misura per gentile concessione di D&G, l'ormai defunta seconda linea di Dolce&Gabbana. La famiglia è unita da una comune predilezione per abiti neri dalle linee pulite, ma ricchi di stampe e decorazioni, trasformando le loro fondine in accessori d'alta moda e mettendo in mostra le appariscenti fibbie delle loro cinture. Uno di loro ha persino una mascherina da denti in oro su cui è incisa la parola "SIN", peccato.

Immagine via Twitter

Sebbene i Montecchi appartengano alla stessa classe sociale dei Capuleti, la famiglia di Romeo scegli un abbigliamento molto più easy e funzionale: camicie con stampe hawaiane, ampi pantaloni da lavoro e pantaloncini cargo abbinati ad anfibi o Converse Chuck Taylor. "Per i ragazzi Montecchi abbiamo scelto una sorta di atmosfera da Guerra in Vietnam," ha spiegato il costumista Barret, citando la fine del conflitto a metà degli anni '70, "quando i soldati indossavano camicie hawaiane, pantaloni corti e cappelli indigeni. Avevano inventato il loro personale modo di indossare ciò che trovavano per adattarsi al clima e all'ambiente circostante." Sebbene i Montecchi non indossino gilè antiproiettile imbottiti come i loro antagonisti, il clan non è privo di un suo codice di decorazioni e ornamenti (e ci riferiamo in particolare a Mercuzio durante la festa dei Capuleti, che sembrava essere appena sceso da una passerella di Ashish). Non hanno bisogno di abiti lussuosi, le loro camicie a fiori sono abbastanza vivaci per rappresentarli; non devono pettinarsi i capelli all'indietro per mettere in mostra le loro fondine fatte a mano, loro i capelli li tingono di rosa acceso e li tengono corti. Le due fazioni si distinguono grazie a look e stili totalmente diversi, ma entrambi esprimono anche attraverso l'abbigliamento la loro voglia di ribellione, elemento che li unisce e collega nonostante le differenze.

La ribellione a questa ribellione sono Romeo e Giulietta stessi. Nonostante faccia parte della famiglia dei Capuleti, Claire Danes non indossa sottovesti trasparenti abbellite da piumaggi vari (o, sfortunatamente, un completo decorato con finti diamanti e dalla scritta "tomatoes potatoes" della collezione D&G 1992); proprio come un giovanissimo Leonardo DiCaprio non sfoggia colpi di sole fucsia o pantaloni cargo, come se volesse fare un salto a un concerto dei No Doubt dopo l'ultima sparatoria. Barret per loro ha scelto abiti "il più semplici possibile, dalle linee pulite e senza alcun tipo di decorazioni." E per farlo ha scelto Prada.

Negli anni successivi l'uscita del film Miuccia Prada ha disegnato collezioni in cui si vedono camicie hawaiane vagamente dark, abbinamenti di colori spiazzanti e decorazioni dalle vibrazioni punk. Ma a metà anni '90—quando Miuccia era ancora alle prese con la trasformazione del brand da azienda di famiglia specializzata in pelletteria a impero del ready-to-wear—sono state le sue "linee pure e sottili" ad attrarre la Barret, e il resto del mondo, grazie a un'eleganza discreta e mai appariscente. Avendo lanciato la prima linea da uomo nel 1993 (ma scegliendo come testimonial giovani e promettenti attori), Prada ha creato l'abito da sposo per Romeo, completo di camicia in cotone e cravatta a fiori come omaggio al look di famiglia. Anche gli outfit scelti da Juliet sono altrettanto semplici, senza pretese e lineari—persino il suo costume da angelo al ballo dei Capuleti si fa notare per una ricercata semplicità di linee. Luhrmann ha scelto la Danes per il ruolo di Giulietta dopo averla vista nella serie tv My So Called Life, ma ha eliminato le felpe e le camicie in flanella della protagonista Angela Chase, scegliendo invece per Giulietta t-shirt bianca e jeans.

La ribellione giovanile assume forme diverse in questo film, ma ogni scelta di stile nasce dal mondo creato di Luhrmann (proprio come alcuni stilisti creano un mondo per i loro abiti in passerella). Il cocktail di minimalismo Prada, Vietnam-incontra-il-centro-commerciale e sensualità D&G non sembra particolarmente appetibile oltre i confini dell'immaginazione di Luhrmann, proprio come far cantare i sonetti shakespeariani ai Butthole Surfers o ai The Cardigans sembrava a prima vista un'idea disastrosa. Eppure queste scelte così azzardate sono esattamente ciò che ha reso l'adattamento cinematografico Romeo + Juliet così unico e duraturo; sono quello a cui dovrebbero fare riferimento gli altri registi quando scelgono di rivisitare celebri opere del passato. Non sono un fan di Arthur Miller, ma se qualcuno scegliesse outfit Vetements per portare il dramma Il Crogiuolo sul grande schermo, beh sarei la prima a fare la fila per un biglietto.

Crediti


Testo Emily Manning
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