Fotografia di Ash Thayer

la vita degli squatter newyorkesi degli anni '90

"Eravamo un gruppo di giovani punk, molti di noi avevano problemi con alcool e droghe, ma prendevamo estremamente sul serio lo squatting e la politica.​"

di Emily Manning
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29 luglio 2015, 8:57am

Fotografia di Ash Thayer

Non è passato molto tempo da quando i palazzi del Lower East Side, ora occupati da negozi di frozen yogurt e Airbnb extra lusso, sono stati prima abbandonati e poi dilapidati. Nel '92 Ash Thayer era una studentessa e aspirante fotografa rimasta senza casa e senza soldi. Il suo padrone di casa la sbatté fuori e si tenne la sua caparra. Fortunatamente, Ash fu aiutata dai amici, tutti membri della scena punk newyorkese, che la invitarono a stare a See Skwat e unirsi alla comunità di squatter locale.

Negli otto anni seguenti, Ash ha documentato le case, le vite e le battaglie contro la gentrificazione di della sua nuova famiglia adottiva. Il risultato finale è il libro fotografico Kill City: Lower East Side Squatters 1992-2000, pubblicato nel 2015.

Noi di i-D abbiamo incontrato Ash per scoprire come la gioventù possa cambiare il mondo con il suo attivismo politico, la mentalità punk e la positività.

Come hai iniziato con la fotografia?
Avevo una professoressa a Memphis, in Tennessee, che aiutava molto i suoi studenti a iniziare la loro carriera artistica. Ci insegnò cosa succedeva nel mondo, come iscriversi all'università, e a ottenere una borsa di studio per scuole d'arte molto prestigiose. Molti di noi erano giovani a rischio, inclusa me. Ero una esiliata diventata metallara, poi ho trovato il punk rock, che mi ha dato una scossa positiva. Mi sono spostata dalla casa dei miei genitori prima di diplomarmi, e questa insegnante mi ha incoraggiato a scegliermi una stanza. Ho iniziato a fotografare i miei amici della scena punk, e uno degli ultimi rullini che ho scattato mi ha fatto vincere un premio scolastico. Poi ho ottenuto la borsa di studio per la School of Visual Arts.

Quando hai iniziato con lo squatting?
Sono arrivata a New York per la scuola e ho continuato a fotografare la scena punk intorno a me - tutti i concerti fighi al Continental e al CBGB. Ma ero davvero senza soldi. Vivevo con pochissimo, facevo qualche lavoro part-time, ma mantenere un equilibrio tra lavoro e studio era davvero complicato. Quando sono stata cacciata via dal mio appartamento senza neanche riavere indietro la caparra, sono rimasta davvero al verde. Potevo lasciare la scuola e tornare a Memphis, oppure trovare una soluzione temporanea. Ho incontrato dei ragazzi punk che squattavano e mi hanno accolta come ospite al See Skwat.

Il palazzo in cui vivevamo era in condizioni pietose all'inizio. Iniziammo a sistemarlo, ma sembrava uscito da un set di Dexter, con lampadine tremolanti che illuminavano di sbieco scale nient'affatto sicure. Dal tramonto in poi le tapparelle dovevano rimanere rigorosamente abbassate, così che nessuno capisse che avevamo l'elettricità. Tutti dovevamo guadagnarci il rispetto e la fiducia degli altri. Eravamo un gruppo di giovani punk, molti di noi avevano problemi con alcool e droghe, ma prendevamo estremamente sul serio lo squatting e la politica.

Cosa successe quando New York iniziò a cadere a pezzi?
Giuliani spese milioni per cercare di togliere di mezzo gli squatter. Eravamo molto coinvolti negli incontri delle comunità locali e le organizzazioni di quartiere. Facevamo marce e proteste per rendere la gente più consapevole, ma organizzavamo anche feste a cui invitavamo tutto il vicinato. Molto di quello che facevamo era per essere parte di una collettività, tenere vicine le persone. Poiché LES aveva così tanti edifici abbandonati, molti squatter stavano in un'area ridotta, localizzata, che ci permetteva di supportarci a vicenda. Se c'erano dei problemi, ci aiutavamo. Era una comunità molto unita pronta a lottare per gli edifici, ed è esattamente ciò che poi è successo.

Quando hai iniziato a scattare, era tua intenzione documentare la tua vita quotidiana o sapevi che le tue foto sarebbero diventate il simbolo di un'intera controcultura?
Non avevo un piano vero, fotografavo principalmente le persone della mia vita. Era una comunità variegata e frastagliata, ma io uscivo principalmente con gli altri punk, perché con loro mi sentivo più connessa. Era quella la scena che mi interessava. Ma non tutti avevano macchine fotografiche al tempo, e gli squatter avevano bisogno di documentare lo sviluppo delle cose. Sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato il giorno, forse in tribunale, in cui avremmo avuto bisogno di prove ufficiali di tutto il lavoro che avevamo fatto.

Le donne sembrano avere molto potere nelle tue foto. Come erano le dinamiche di genere nella comunità?
Era una cultura dominata dagli uomini in un certo senso, ma le dinamiche di genere dipendevano molto dall'edificio in cui ti trovavi. In alcuni esistevano rapporti più equilibrati tra uomini e donne, grazie alle persone che avevano iniziato a gestire gli edifici e ai progressi che avevano fatto. C'erano quelli che andavano meglio per i ragazzini, altri per le famiglie. Indossavamo tutti vestiti da lavoro, quindi era un ambiente pratico, ma era anche carino non essere sessualizzata da chiunque.

Guardando a quel periodo, cosa hai imparato non solo come fotografa, ma come persona? Come fotografa sono diventata molto consapevole del modo migliore per scattare sottoculture e comunità, imparando a rispettare i desideri delle persone e chiedendo sempre il permesso prima di scattare. Questa esperienza mi ha anche insegnato il valore della comunità, e di come le persone possano far accadere le cose con azioni dirette. Spesso c'è dell'apatia nei confronti del governo - è facile sentirsi senza potere - ma ho imparato l'importanza dell'essere coinvolti e preoccuparsi dei problemi locali. Con perseveranza, uniti in un gruppo critico e consapevole, combattendo per ciò in cui credevamo, e facendo sentire le nostre voci, noi squatter vincemmo 11 palazzi.

Penso sia una lezione per la prossima generazione: non devi essere un punk rocker o uno squatter e non devi nemmeno fare cose illegali—voglio dire, a capita, ma non è questo il punto, il punto è che puoi cambiare le cose. Questo libro mostra che i giovani possono fare la differenza, anche quelli che si sentono rifiutati e non hanno molti soldi.

ashthayer.net

Crediti


Testo di Emily Manning
Foto di Ash Thayer

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