ecco perché dovremmo considerare un lavoro creativo un lavoro qualsiasi

Gli affitti aumentano e vivere diventa sempre più costoso, quindi chi lavora nelle industrie creative dovrebbe smettere di accettare condizioni di lavoro precarie e accontentarsi di una paga ridotta.

di Aleks Eror
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24 agosto 2015, 8:40am

Qualche anno fa mi trovavo a un after e parlavo con un amico, che, al tempo, era DJ resident in uno dei club più conosciuti di Londra, quando inaspettatamente una ragazza si intromise nella nostra conversazione: "Hey!" intervenne, "vai dietro alla consolle e suona qualcosa!" Non colpito dal fatto di essere trattato come un orso in un circo russo, il mio amico, facendo riferimento al lavoro di commessa della ragazza, gli rispose: "solo se prima mi vendi un paio di scarpe da ginnastica." Il mio amico si girò verso di me, sembrava un po' esasperato vista la frequenza con cui gli venivano fatte queste richieste, e disse: "Sono ad una festa. Non voglio lavorare." E perché mai avrebbe dovuto lavorare a una festa semplicemente perché il suo lavoro implicava intrattenere le persone? Dov'è il limite? È normale mettere all'angolo un dottore in un bagno pubblico e chiedergli un controllo veloce?

Molte persone hanno un'idea sbagliata dei lavori che molti considerano 'glamour', piacevoli, e desiderabili. Lavori per la maggior parte 'creativi' - e sono spesso lavori in qualche modo associati all'arte - perché i neurochirurgi e gli avvocati raramente ricevono lo stesso trattamento. Se sei un DJ di successo, uno scrittore o un fotografo, sei visto spesso come qualcuno che è riuscito a monetizzare il suo hobby piuttosto che qualcuno che lavora a tempo pieno.

Quando si pensa alla routine di un pittore, o di un regista o di un calciatore, la maggior parte delle persone pensa a qualcosa di altamente lucrativo piuttosto che a un lavoro vero. Potrebbero essere considerati laboriosi o di talento, ma sono soprattutto "fortunati" - una definizione che suggerisce che essi sono guidati da una qualche forza invisibile ch non dipende completamente da loro. Nonostante i mantra popolari sui social come "trova il lavoro che ami e non lavorerai mai un giorno della tua vita", un lavoro piacevole è pur sempre lavoro. Potrebbe non farti diventare le mani callose e dure come la pelle di un coccodrillo, o comportare il ripetitivo tran tran del sistemare scaffali al supermercato, ma ciò non diminuisce il valore della fatica che viene fatta.

Nel mio caso, non posso dire che scrivere sia piacevole. Non fraintendetemi; amo il mio lavoro nel complesso, lo considero un lavoro significativo e c'è qualcosa di intrinsecamente appagante in esso - sapere che non è uno spreco di umanità, come altri lavori che ho fatto, ma il processo stesso è difficile. È agonizzare su ogni frase, non essere capace di leggere qualcosa senza isolarlo nel tentativo di sviluppare il mio testo, concentrarsi su come verrà interpretato dagli editori e dai lettori perché non è qualcosa che faccio solo per soldi, ma qualcosa su cui investo. Poi c'è la tristezza dopo aver pubblicato, sapere che entro un giorno, o forse solo alcune ore, il tuo lavoro sarà andato perduto negli abissi fugaci di internet.

Dopotutto, quello che avevamo iniziato come un hobby assume una nuova forma quando diventa parte della routine lavorativa. Dopotutto, non sto scribacchiando sul mio diario, scrivo per una pubblicazione che mi commissiona un lavoro, quindi sono tenuto a incontrare le loro aspettative e i loro standard. Mentre il tipico clubber potrebbe valutare la descrizione del lavoro di un DJ e vederci un infinito vortice di feste, droghe e groupie, raramente si tiene conto della realtà mondana raccontata da Seth Troxler nel mini-documentario di Resident Advisor Behind the Beats, di ore infinite spese ad aspettare nei terminal degli aeroporti passando da un concerto all'altro. L'ex calciatore del Tottenham, Benoit Assou-Ekotto, fece infuriare la gente abbonata a SkySport alcuni anni fa quando si distanziò dai racconti sulla vita in campo e ammise che i giocatori sono motivati dai loro stipendi piuttosto che dall'amore per il gioco, e chiunque dica il contrario è un idota.

Per chiunque abbia intenzione di criticare questa non è una richiesta di supporto, ma piuttosto un tentativo di decostruire la mistificazione del lavoro creativo, perché, sostanzialmente, questa mistificazione permette ai datori di lavoro che si occupano di arte, moda, media e ambiti simili di guadagnare a discapito dei loro dipendenti.

Se accettiamo che un lavoro non è davvero un lavoro se amiamo ciò che facciamo, questo riduce il valore delle nostre fatiche e giustifica una paga ridotta. È un'idea romantica pensare che qualcuno possa prosperare solo nella gioia, ma la soddisfazione non solo per il tuo lavoro, ma per la tua vita intera, è inevitabilmente minata se sei appena in grado di pagarti l'affitto e la spesa. Troppo spesso accettiamo accrediti per feste sposorizzate dai brand con open bar come un sostituto di una paga rispettabile mentre stravaganti uffici in stile Google equipaggiati di porte scorrevoli e tavoli da ping-pong contribuiscono a offuscare il confine tra lavoro e divertimento, facendo sembrare gli straordinari meno evidenti e più facili da mandare giù. 

Inevitabilmente, chi di noi lavora nelle industrie creative cerca di controbilanciare questo insieme di perdite diventando sempre più dipendente dal capitale sociale. Continuiamo a romanzare il nostro lavoro e perpetuare il mito del lavoro dei sogni, cercando disperatamente di massimizzare il prestigio che ne deriva, sperando che ci porterà oltre la scomoda realtà. Ma mettendo i nostri lavori su piedistalli più alti, diventando sempre più appetibili, innalziamo la competizione in un mercato affollato. Come risultato, la gente cerca di invalidare gli altri, accettando condizioni di lavoro precarie, paghe più basse, e nel caso degli stage non pagati, nessuna di queste.

Quindi qual'è la soluzione? Pensare di riunirci come gli scioperanti della metro è ingenuo, dato che il collettivismo è difficilmente un marchio di garanzia per un'industria spietata. Ma in assenza di soluzioni tattiche, credo che chi di noi si sostenta con la creatività abbia bisogna di ricalibrare il proprio atteggiamento nei confronti del proprio lavoro. Sul piano individuale, abbiamo bisogno di rifiutare l'idea che il lavoro non è davvero un lavoro se ti piace quello che fai e che la fatica è reale solo se il lavoro è tecnico, brutto o umiliante. Dovremmo rifiutarci di vergognarci di pensare di aver in qualche modo avuto fortuna, che abbiamo fregato il sistema e che dovremmo quindi essere grati per la magra remunerazione che ci portiamo a casa. Perché fino a quando Tesco non inizierà ad approvare liste degli invitati per entrare e drink gratis al posto della paga, non dovremmo farlo neanche noi.   

@slandr

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