nessuno deve "sopravvivere" alla fashion week, dai

Un piccolo reminder del perché dovremmo prenderci tutti un po' meno sul serio, in questi giorni.

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17 settembre 2018, 1:43pm

Come ogni anno, a metà settembre arriva il nostro momento preferito dell’anno: inizia la Fashion Week di Milano, quella settimana in cui tutta l’industria della moda, combatte una personalissima battaglia personale per la sopravvivenza.

Di seguito, una lista assolutamente non esaustiva di quello a cui dovranno sottoporsi editor, modelle e modelli, stylist e designer nel corso di questa settimana (che in realtà dura un mese intero): 12 caffè al giorno, almeno tre power bank al giorno, occhiali da sole enormi per nascondere le occhiaie, pacchi di salviette opacizzanti che ti salvano la vita a fine giornata, tacchi alti a non finire, un autista formato dall’esercito russo, e poi centrifugati, centrifugati, e ancora centrifugati.

Per via di queste e chissà quali altre tragiche avversità, nell'industria della moda non è raro sentir parlare di come si "sopravvive" alla Fashion Week. Interessanti a questo proposito i "kit di sopravvivenza" appunto che diversi uffici PR inviano a redazioni e atelier nelle settimane precedenti i grandi eventi, contenenti cerotti a volontà, bottigliette d’acqua, barrette energetiche e smacchiatori. Io stessa, lo ammetto, tra le tante interviste mi sono trovata a chiedere alle celebrity in front row quali fosse il loro segreto per "sopravvivere" alla Settimana della Moda, pur consapevole che queste persone dispongono di un intero team di stylist e truccatori al seguito, due assistenti, un autista personale e assistono al massimo a due o tre sfilate al giorno. Ma forse, visto l'andamento della società contemporanea, sarebbe il caso di smettere di usare questa espressione.

Nelle ultime settimane, negli ultimi mesi e probabilmente negli ultimi anni non facciamo altro che leggere di morti dei migranti al largo delle coste del Mediterraneo, di catastrofi ambientali ai quattro angoli del mondo e di tragedie umanitarie in zone di guerra. Rimettendo le cose in prospettiva, forse, parlare di "sopravvivenza" in contesti che esulano dal senso letterale del termine risulta inappropriato. Esagerato, sicuramente.

D'altro canto, è vero che la tentazione di trasformare una settimana particolarmente stressante in un'epopea a più atti è forte. Qualunque stagista di un magazine di moda durante la Fashion Week ve lo può confermare: per editor, modelle e modelli, designer, PR, organizzatori di eventi e chiunque altro lavori nella moda, questo periodo dell’anno rappresenta effettivamente una minaccia concreta alla propria salute fisica e mentale, un duro colpo per il conto in banca (taxi carissimi, e magari anche hotel e voli non rimborsati), privazione del sonno praticamente certa, e a volte anche qualche rischio per l’incolumità fisica (una volta sono stata portata via in ambulanza a una sfilata Ralph Lauren, ma questa è un’altra storia). Una donna è persino morta durante una sfilata, la leggendaria Zelda Kaplan (ok, aveva 95 anni, ma tant’è).

Durante il fashion month, qualsiasi editor o buyer ha in agenda circa dieci sfilate e cinque appuntamenti al giorno, per 30 giorni di fila, senza soste. Zero weekend né giorni di pausa. Il tutto mentre invia report accuratissimi e, nel caso dei digital editor, scrive articoli a rotta di collo. Oltre alle sfilate, modelle e modelli hanno casting, fitting e chiamate dell’ultimo minuto, lavorando spesso dall'alba a notte inoltrata. I fotografi scattano anche per dodici ore al giorno, per poi tornare a casa a editare fino alle quattro del mattino. E puntualmente, almeno a Milano, questa tragedia va in scena nelle giornate di caldo torrido e anomalo di settembre, oppure sotto l’inaspettata bufera di neve a febbraio.

Quando ha iniziato a fare questo lavoro dieci anni fa, l’editor e stylist Shiona Turini considerava il mantra della "sopravvivenza" come una sorta di "battuta ironica e confortante" per sdrammatizzare il duro lavoro di tutti gli addetti ai lavori. Oggi, tuttavia, "l’utilizzo di questo termine mi infastidisce," mi spiega lei stessa, "soprattutto alla luce dell’attuale situazione politica del nostro paese e del mondo intero. Stiamo cercando di sopravvivere oppure stiamo semplicemente facendo il lavoro che ci siamo scelti? Puoi sopravvivere agli attacchi brutali della polizia, non 'sopravvivi' alla settimana della moda."

Sì, è vero, è solo un modo di dire, ma in un momento in cui l’industria della moda sta facendo numerosissimi sforzi per migliorare la propria consapevolezza politica e l’uguaglianza, dalle t-shirt con slogan che hanno spopolato un paio d’anni fa, fino al significativo sforzo di collaborare con enti benefici. E quindi l’utilizzo di questo linguaggio sembra un passo indietro, una mossa incoerente rispetto alle iniziative di inclusività in cui oggi è impegnato il settore intero.

Parlare di "sopravvivenza" durante la Settimana della Moda, inoltre, sottintende un approccio negativo che, sebbene inevitabile dopo giorni di piedi doloranti e pochissime ore di sonno, non è certo produttivo. Al contrario, dovremmo tornare a concentrarci sugli aspetti positivi della Fashion Week: la creatività, l’energia, la forza della comunità, l’emozione di vedere giovani talenti come Opening Ceremony o Eckhaus Latta celebrati su un palcoscenico così importante, l’opportunità di osservare da vicino le leggende della moda e i nomi che ne hanno fatto la storia. E non dimentichiamo la possibilità di incontrare dal vivo persone che seguiamo da anni su Instagram!

Rachael Wang, stylist e consulente creativa basata a New York, è consapevole dei forti contrasti che caratterizzano il mondo della moda, ma offre anche un punto di vista inedito: "Mi è successo più volte di provare apatia e indifferenza nei confronti della moda. È capitato, ad esempio, quando sono andata in ritiro a pregare con le popolazioni indigene del Nord Dakota a cui sono state sequestrate le terre, inquinate le acque sacre per contaminazione e distrutti i luoghi sacri di sepoltura dei defunti per la costruzione di un viadotto; oppure quando leggo storie di persone detenute negli aeroporti americani per via della loro etnia o credenza religiosa, ma anche quando sempre più cittadini innocenti brutalmente picchiati dalle forze dell’ordine, che avrebbero invece il dovere di proteggerli. O ancora quando il razzismo penetra nelle istituzioni con naturalezza disarmante. Ma quando sono al lavoro, mi impegno attivamente e faccio del mio meglio. Amo il mio lavoro e mi sento fortunata di poter vivere facendo quello che mi piace, creando qualcosa con le mie mani, trasformando le mie idee e i miei sogni creativi in realtà. Certo avrei potuto lasciare questo mondo che spesso mi ha lasciato delusa e disincantata, ma credo che l’industria della moda abbia un forte potere, e quindi preferisco mettere a frutto le mie capacità nel modo migliore, sfruttando la mia esperienza," riflette.

"È fondamentale, dal mio punto di vista, ricordare che la settimana della moda è soprattutto una celebrazione della creatività," spiega Turini. "Lo sfoggio di capi firmati, l’engagement sui social media e gli after-party tutti lustrini sono secondari, rispetto al supporto e alla celebrazione degli artisti più sul pezzo del settore. Chi si domanda se 'sopravviverà’ alla Fashion Week forse non partecipa alla Fashion Week per i motivi giusti."

Sul perché questo modo di dire sia diventato così famoso, in realtà, ho una teoria: negli ultimi dieci anni, ovvero dall'avvento dei media internettiani, e con il conseguente proliferare di decine di magazine e testate che si contendono i clic dei lettori, la smania e la sete di contenuti è cresciuta in modo esponenziale. Da ex digital editor, ricordo che ogni volta era un dilemma capire quali eventi potessero interessare di più ai nostri lettori, che nella maggior parte non potevano assistere alle sfilate. Le recensioni tradizionali non interessano più a nessuno, ma forse sapere cosa mangia, beve e porta con sé il team di Alexander Wang per affrontare la sfilata potrebbe suscitare l’interesse dei lettori? E da qui a trasformanre questa idea in un articolo completo sugli accessori indispensabili per sopravvivere alla Fashion Week il passo è breve, brevissimo. Se ci pensate si tratta anche di un format piuttosto facile da riprodurre: non costa eccessivi sforzi creativi, né tantomeno economici, quindi perché non presentarlo ogni anno, stagione dopo stagione?

Nonostante tutte le atrocità che la settimana della moda porta con sé—le corse in metropolitana tra una sfilata e l’altra, la batteria del telefono che passa dal 50 percento al SEI percento proprio un attimo prima di un’intervista importante, e gli articoli scritti alle 11 di venerdì sera in un bar deserto—sto cercando in tutti i modi di risvegliare anche solo un briciolo dell’entusiasmo che avevo per la moda ai tempi del liceo, quando facevo parte del gruppo Facebook "L’unica festività che celebro è la settimana della moda" e passavo serate intere ad aggiornare style.com per vedere le immagini dell'ultima sfilata di Marc Jacobs.

Vivere la settimana della moda è un privilegio. È un privilegio avere l’occasione di parlarne e scriverne. "Sopravvivere" è un privilegio, tanto quanto lo è poter creare, collaborare e celebrare il talento—con o senza il supporto di litri di centrifugato.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D US.