Spread dal libro If You’ve Seen It All, Close Your Eyes di Coco Capitán.

il nuovo libro di coco capitán, raccontato da coco capitán

"If You’ve Seen It All, Close Your Eyes" raccoglie 10 anni di taccuini scritti da Coco. L'abbiamo intervistata per saperne di più.

di Elena Viale
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31 maggio 2019, 5:30am

Spread dal libro If You’ve Seen It All, Close Your Eyes di Coco Capitán.

Scrivo taccuini da quando ne ho memoria, e a un certo punto ho cominciato a rifletterci sul piano filosofico. Credo che i taccuini siano interessanti come oggetto, insomma, non come materiale semipornografico per fan dell’autore, ma come autonarrazione in cui prima di farlo con gli altri l’autore se l’è raccontata e ha cercato di trovarsi un senso privato.

Voi come scrivete i vostri taccuini? Fatemi sapere, mi interessa.

Nel frattempo, la casa editrice indipendente francese Chose Commune ha pubblicato gli estratti dei taccuini della fotografa spagnola Coco Capitán, che dalla copertina di questo articolo avrete ricordato di aver già visto sui muri di Milano e New York, in una collezione di Gucci, e di certo su Instagram. Rispetto agli aforismi dall’impatto cartellonistico e pubblicitario (“Quello che mi attrae è ciò che senti per le strade [...] perché non è intellettualizzato,” raccontava in questa bella intervista) a cui ci ha abituato, i diari di Coco hanno una caratteristica propria della forma “libro con le pagine che girano”*: la complessità. “Un libro è un oggetto intimo, puoi leggerlo al tuo ritmo e tornarci ogni volta che vuoi,” mi ha confermato Cécile Poimboeuf-Koizumi, direttrice di Chose Commune ed editor del libro. “È anche un modo di raccontare una storia, invece di mandare semplicemente un messaggio.”

Così, ho parlato con Coco e Cécile di come è stato lavorare a If You’ve Seen It All, Close Your Eyes.

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Elena: Prima di leggere If You’ve Seen It All, Close Your Eyes pensavo fosse un libro quasi d’arte, un insieme di aforismi—un po’ massime un po’ esercizio tipografico. Invece è un diario a tutti gli effetti, con dentro la tua vita come artista. Una specie di ricerca di ars poetica.
Coco Capitán: Volevo che venisse fuori il mio modo di pensare, il mio processo creativo. In effetti, ogni volta che sto pensando a un progetto, scrivo di più sui miei taccuini.

Come è nata la collaborazione tra Coco Capitán e Chose Commune?
C.C.: All’inizio pensavamo di fare un libro fotografico, perché la casa editrice è specializzata in quello. Ma io credevo che sarebbe stato interessante fare un libro fotografico senza foto dentro, e abbiamo cominciato a ragionarci insieme. Dato che tutti si aspettavano che facessi un libro di foto, ho pensato che sarebbe stato divertente fare il contrario, e farlo con un editore fotografico. La mia idea, insomma, era questa: niente foto.

Cécile Poimboeuf-Koizumi: Ho scoperto Coco alla mia libreria preferita di Tokyo, e da allora ne ho seguito la fotografia e la scrittura. Chose Commune è nata nel 2014 come editrice specializzata in fotografia, ma nel 2019 volevo aprirla anche a qualcosa di diverso, ed è con quest’idea che ho contattato Coco. Un paio di mesi dopo ci siamo rincontrate a Parigi e abbiamo iniziato a collaborare.

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Da Instagram mi è parso di capire che la selezione sia stata abbastanza stringente, visto che descrivi il libro come “una selezione delle pagine meno conflittuali (quelle conflittuali potrete leggerle quando sarò morta) dei miei ultimi 10 anni di vita." Comunque deve essere strano avere i propri taccuini sul mercato...
C.C.: Strano no, perché ovviamente ho scelto di condividere solo alcune cose con il pubblico. Alcune parti mi avrebbero messo a disagio, perché nei miei diari ci sono un sacco di cose personali. Quindi sono stata attenta a pubblicare solo cose che sapevo non avrei avuto problemi a sapere “fuori”. Fino ad oggi, però, visto che il libro è uscito così di recente, non ho avuto modo di confrontarmi con tante persone che l’hanno letto… Quindi sono curiosa.

Ok, una cosa che amo molto del libro è che lo trovo così vero. Non so se ti consideri una persona ansiosa, ma c’è nel libro una specie di fame, di dubbio continuo, di disadattamento un po’ stoico. In realtà lo pensavo sin da prima: sei quasi un classico contemporaneo, perché dici meglio cose che sentiamo tutti.
C.C.: Grazie, mi fa davvero felice quando mi dici che provi un senso di connessione con il libro, perché il punto è proprio quello! Voglio entrare in connessione con gli altri, ma sai, a livello personale mi viene difficile perché sono molto introversa e non mi viene da dire queste cose a voce, quindi lo faccio scrivendo. Ma sento che questo senso di dubbio e desiderio c’è in tutti. Tutti vorrebbero parlarne, ma non è sempre facile parlare in modo onesto e rendersi vulnerabili. A me ci vuole un foglio di carta per farlo. Davvero, penso che alla fine ruoti tutto intorno alla necessità di entrare in connessione con l’altro.

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Ieri stavo rileggendo If You’ve Seen It All, Close Your Eyes e una cosa che è tornata a colpirmi è la domanda sottintesa soprattutto alle prime decine di pagine più lunghe: “Che cosa rende le cose belle?” con tutte le declinazioni che fanno dannare chi fa prodotti artistici, culturali o mediatici. È una domanda che mi sono fatta un miliardo di volte, e tanti altri, credo, come me. Volevo chiederti se hai trovato una risposta.
C.C.: Ora mi sento di poter dire: mi piace fare arte perché mi fa sentire bene. È il mio modo di vivere, non riesco a pensarne un altro. Però, poi, uno si chiede sempre quale sia il motivo dietro all’arte. Ma io penso che non ci sia un vero perché. [Nei taccuini] mi chiedo, è perché ho il bisogno di far piacere ad altre persone? È il bisogno di far piacere a me stessa? Entrambe le cose? Penso però che non esista una risposta definitiva; piuttosto che la risposta dipenda dai periodi. A volte sono un po’ preoccupata che cerchiamo solo approvazione da parte delle altre persone, ma era più vero quando ero piccola: rispetto a quando scrivevo quelle pagine, ora sono più sicura.

Comunque, ho passato tutta la mia vita a pensarci—per me arte significa fare domande o instillare le domande negli altri, farli riflettere sulla vita e sulla realtà.

Ecco, rispetto a quelle pagine in cui ti chiedi “Perché le persone considerano belle le mie foto? Io non so se lo sono finché qualcuno non mi dice che lo sono,” beh, hai fatto un bel po’ di passi avanti negli ultimi anni quanto a fama e riconoscimento. Come ti senti nel sistema della moda e in quello dell’arte?
C.C.: Io bado semplicemente a portare avanti il mio piccolo lavoro, nel bene e nel male. Ho un sacco di cose da fare, e mi costringo ad averle. Mi piace tenermi impegnata e concentrarmi sul mio lavoro, è così che gestisco la mia vita. Come mi sento? Non lo so, adoro lavorare ai progetti e rimanere in studio a pensare alle cose che devo fare, viaggiare e scattare… Quindi sai, sì, mi piace uscire con le persone, ma non penso mai nei termini di riconoscimento o posizione nel mondo che conta. Sì, mi fa piacere quando qualcuno riconosce le mie opere, ma mi interessa più di ogni altra cosa il processo creativo. E poi mi piace avere rapporti fuori da quell’ambiente. Non so, non so mai, proprio in generale, come mi sento.

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Parliamo un secondo del processo di edit, che trattandosi di diari può non essere stato facilissimo, come mi sembrava di capire prima.
C.P.K.: Credo che Coco sia d’accordo: l’edit è stato incredibilmente lungo e difficile. Tutti i taccuini stavano fisicamente nello studio londinese di Coco, e lì li ho visti, ma poi ho passato un sacco di tempo a leggere le pagine che mi scannerizzava. Non ricordo nemmeno quante fossero, comunque tantissime. Ci siamo rimbalzate gli edit, avanti e indietro, e insieme abbiamo creato una narrazione che attraversa 10 anni.

C.C.: All’inizio pensavo che sarebbe stato molto più facile [che fare un libro di fotografia], poi mi sono resa conto che avrei dovuto riprendere 10 anni di taccuini. Ci ho messo davvero tanto a rileggerli tutti e scegliere le parti che potevano funzionare, e poi settimane a editare. Ho foto in cui il mio salotto è invaso da pile di fogli. Cécile è stata incredibile, mi ha dato molta libertà. Ma è stato anche molto utile avere una persona esterna, perché con i tuoi diari non sai mai come verranno percepiti dal fuori. Io e Cecile siamo diventate amiche, ed è stato in generale un bel processo che sarei felice di rifare. Un giorno.

A proposito di futuro: quello dell’editoria indipendente, come sta messo?
C.P.K.: Non esiste una ricetta magica per una casa editrice indipendente e autofinanziata. È sempre un’avventura nuova, un rischio nuovo. Non ti nascondo che è difficile finanziare un libro, perché i ricavi sono molto stretti, nell’editoria: più che altro è una questione di passione. Ma penso che i libri abbiano davanti a sé un futuro fulgido. Anche se viviamo nell’era digitale, l’editoria cartacea può offrire ancora un sacco di innovazioni e sorprese. Questo mi rassicura.

*Marshall McLuhan.

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©Coco Capitán
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©Vasantha Yogananthan

"If You’ve Seen It All, Close Your Eyes" è edito da Chose Commune ed è acquistabile qui.

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Crediti


Testo di Elena Viale
Immagini su gentile concessione di Chose Commune